Dal Peppermint Lounge all'Appia Antica: brevissima storia di un velocissimo twist

Una scena da L'Eclisse di AntonioniUna scena da "L'Eclisse" di Antonioni
10/03/2015 di

Nel 1960 lo statunitense Chubby Checker incide la propria versione di una b­-side pubblicata un paio d'anni prima da un gruppo di proto rock'n'roll, gli Hank Ballard & The Midnighters, e velocemente dimenticata. Il brano si chiama "The twist" e si presenta come una piccola variazione musicale sul tema classico del rock'n'roll con un esplicito invito, nel testo, a “fare il twist”. 'Twist' è quindi il nome di una cosa che si può fare ­ da soli ma meglio in due­, una danza, un movimento per la precisione, che lo stesso Chubby Checker descriverà così: "è come spegnere una sigaretta con i piedi e strofinare un’estremità con un asciugamano". Consacrato nel 1961 da "Let's twist again" sempre eseguita da Checker e pensata come vero e proprio seguito di The twist – questo ballo inizia a fare il giro del mondo e, a partire dal Peppermint Lounge di New York dove sono soliti ballarlo anche Truman Capote e Greta Garbo, diventa il simbolo danzereccio del Dopoguerra, l'espressione massificata della voglia di ballare in un modo nuovo, in un mondo nuovo. Nel twist, ballo concepito per il singolo, le ragazze non si invitano mai, semmai, all'occasione, si avvicinano, non è più un problema non essere granché abili con la danza perché non ci si deve preoccupare in alcun modo di sbagliare e di pestare i piedi. Per gli uomini non esiste più neppure il problema delle mani: non c'è posto giusto o sbagliato del corpo femminile sul quale appoggiarle, non è previsto alcun contatto fisico con l'altro. In Italia, come nel resto d'Europa, il twist si diffonde con grande successo, si afferma imprevedibilmente grazie a Peppino Di Capri ­che pubblica una cover di "Let's twist again" già nel 1961 e la sua "Saint Tropez Twist" l'anno successivo. Lo seguono Edoardo Vianello, Gianni Morandi, Adriano Celentano ma anche Giorgio Gaber e Luigi Tenco.

Il 1962 è l'anno della consacrazione del twist in Italia anche per vie inattese e inusuali che vanno ben oltre le spiagge e i juke box. In quell'anno escono infatti due film italiani destinati agli annali della cinematografia che inventano e utilizzano il twist come elemento trasversale o centrale all'interno delle storie che raccontano, dei messaggi che intendono trasmettere e del modo più o meno pop di veicolarli: si tratta rispettivamente di "L'eclisse" di Michelangelo Antonioni e "La ricotta" di Pier Paolo Pasolini.

Capitolo conclusivo della 'Trilogia dell'incomunicabilità', seguito diretto di "L'avventura" e "La notte", L'eclisse si presenta sugli schermi con un suo personalissimo e privatissimo twist; il titolo è didascalico, “Eclisse twist”, la musica è scritta dal maestro Giovanni Fusco e il testo, cantato da una Mina che compì i suoi 22 anni in studio di registrazione, è di un certo Ammonio Sacca. Dietro questo pseudonimo preso in prestito da uno dei fondatori del Neoplatonismo, si cela lo stesso Michelangelo Antonioni che per l'occasione approda a una scrittura in grado di inserire all'interno dello stesso brano stralci di elementi psicanalitici che sono l'esito o il principio di un fil rouge presente nel film stesso e nella stessa trilogia:

“è tipologico il più vero amore,
è zoologico fin dentro il cuore”

L'eco delle teorie espresse da Jung circa i “Tipi psicologici” approda sul Lato B di un 45 giri di successo, (sul Lato A c'era la ben meno importante e ben più nota “Renato”), si infilano nel breve verso di una canzonetta scritta da un regista che di tali teorie aveva fatto il proprio avanguardistico tesoro, squadernandone riferimenti ed estratti in tutta la sua più recente indagine umana condotta dietro la macchina da presa, dunque in tutta la sua ultima produzione cinematografica. "RoGoPaG" è un film collettivo realizzato anch'esso nel 1962 per uscire l'anno successivo e composto da episodi diretti da Roberto Rossellini, Jean­Luc Godard, Pier Paolo Pasolini e Ugo Gregoretti.

L'episodio di Pasolini si intitola "La ricotta" e coinvolge Orson Welles nelle vesti dell'eteronimo di Pasolini stesso: il regista – ''marxista ortodosso'' ­del film nel film. L'episodio si apre proprio con un twist, il "Ricotta­twist" di Carlo Rustichelli, sapiente compositore poi vincitore di due Nastri d'Argento (uno dei quali per la colonna sonora de L'Armata Brancaleone di Mario Monicelli), conosciuto, non a caso, per classe e precisione nel costruire colonne sonore a partire da temi popolari. Il twist di Rustichelli sarà il motivo pop che attraverserà tutto l'episodio, facendo da continuo contraltare alla sacralità dell'aria "Sempre libera degg'io" di Giuseppe Verdi (da "La traviata") e delle musiche di Scarlatti, Bach e Gluck. In una parodistica Passione di Cristo ambientata tra l'Appia Antica e l'Appia Nuova nella periferia romana nel XX secolo, il twist trasfigura la propria natura passando dal proprio status di partenza di 'musica della società dei consumi' a musica del sottoproletariato. Il sottoproletariato che compare nel film, quello del protagonista Stracci mosso solo dalla fame, dall'agognato desiderio di nutrirsi del contenuto del cestino destinato alle comparse che prima donerà alla famiglia, poi, recuperato dalla troupe con l'inganno, gli verrà sottratto quasi sotto il naso dal cagnolino della prima attrice. Tutto è per un pasto, per raggiungere la tavola imbandita che appare nei titoli di testa come una natura morta tra il rinascimentale e il barocco, una ricca tavola che non salverà il povero Stracci dalla propria condizione di Cristo inchiodato destinato a perire non appena saziata, finalmente, la fame.

E il twist? Il twist è il momento di apparente e straniante smarrimento della sacralità ma in realtà il suono della società consumistica che diventa emblema sonoro del sacro sottoproletariato, il Ricotta­twist e l'aria dell'Eclisse twist si sostituiscono a Scarlatti mentre le comparse tentano una riproduzione fedele della Deposizione del Pontormo e del Rosso Fiorentino. Resta in sospeso il pensiero di Pasolini, che amava Celentano e impazziva per "24.000 baci": un twist che da emblema capitalista abbracci la danza sottoproletaria, o la società dei consumi che si fa beffa del sacro? Diremmo senz'altro la prima.

Tag: Retroterra

Pagine: Adriano Celentano Mina Luigi Tenco Giorgio Gaber Gianni Morandi

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