Youssef Siher faceva musica, e pure buona

Considerato tra gli organizzatori delle manifestazioni del 17 ottobre, in questi giorni è stato raccontato come un mostro e una specie di terrorista. Noi preferiamo concentrarci su qualcosa di cui nessuno parla: il suo notevole passato da producer lo-fi

Mentre tutti cercano solo e soltanto il mostro, noi abbiamo trovato un musicista appassionato e un produttore di talento. Tantissimo - e decisamente troppo - si è scritto di Youssef Siher, ricercatore e giornalista di 30 anni, finito in carcere in custodia cautelare con l'accusa di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Qualcosa di surreale, considerando che per quanto ne sappiamo l'unica colpa di Youssef è stata quella di creare un gruppo su Telegram in cui coordinare le manifestazioni dopo i disordini del 17 ottobre (da cui il nome del Movimento di cui sarebbe a capo secondo alcuni). E infatti, nelle scorse ore il gip lo ha rilasciato, non convalidando il fermo disposto dalla Procura.

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Se parliamo di questo argomento è per provare, nel nostro piccolo, di riportare un pezzetto di giustizia nei confronti di Siher, raccontandone un aspetto ben più interessante e meritevole della nostra attenzione: la sua musica. Perché sì, quello che per le destre è il nuovo nemico pubblico numero 1 ha un inaspettato passato come producer lo fi col nome di Siher, con diverse pubblicazioni uscite soprattutto nel periodo pre-Covid, quando Youssef era ancora uno studente universitario.

Per rimettere insieme un po' i pezzi del puzzle ci siamo fatti aiutare da una nostra vecchia conoscenza: Pietro Raimondi, in arte Montag. Pietro, oltre ad avere un paio di brani su YouTube - Colloquio ed Essere alberi - che portano la firma di Siher come produttore, proprio su questo sito lo aveva citato tra i nomi da tenere più d'occhio dell'italo-fi, ossia la scena italiana dei musicisti affini a quel genere di musica strumentale pensata per fare da sottofondo ad altre attività (i famosi video lunghi ore "to relax/study", per intenderci). "Lo conobbi in università perché viveva in residenza con un caro amico, mi colpiva della sua musica la genuinità e il taglio da assoluto outsider nell’avvicinare un genere massicciamente codificato", ci spiega Pietro. "Aveva iniziato così a caso e pubblicato qualcosina, io lo presentai virtualmente a Luca Fois dei Quercia che aveva fatto la sua label lo-fi (Buio presto) e qualcosa di suo uscì lì".

Il disco a cui fa riferimento Pietro è Ballads of the Lost Love, composto da 8 tracce e della durata complessiva di appena 10 minuti. È un ascolto affascinante, in cui si coglie già il senso delle parole di Pietro: i brani sono sfilacciati, malinconici, anche con una certa ingenuità, che proprio per questo approccio finiscono per creare scenari agrodolci completamente immersivi. Ad aprire e a chiudere il disco c'è la voce di Harry Dean Stanton da Paris, Texas, in una delle scene più celebri del film di Wim Wenders.

Ancora più notevole è un altro disco, di cui è rimasta traccia su YouTube. Si tratta di un'opera di simile durata, ma ben più ambiziosa, dal titolo giapponese 人類補完計画 (che si legge all'incirca Jinrui Hokan Keikaku, come ci ha spiegato la nostra preziosissima stagista italo-nipponica Luna). Il termine arriva da Neon Genesis Evangelion ed è tradotto in italiano come Progetto per il perfezionamento dell'uomo, ossia il piano segreto che emerge all'interno della serie e che consiste nell'unire le anime di tutti gli esseri umani in un'unica entità divina ed eliminare le barriere tra gli individui.

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Il richiamo a Evangelion, che emerge anche nella tracklist, è uno stratagemma per indirizzare l'ascolto in chiave antimilitarista, in particolare contro l'uso di armi nucleari, come specificato nella caption del video e come si può anche intuire dalle immagini, prese principalmente dal film di animazione Gen di Hiroshima (che racconta la storia di un ragazzino sopravvissuto alla bomba atomica). Così, i zoppicanti beat vengono recintati da dei mesti e cupi arpeggi di chitarra, che nella loro ossessività finiscono per sottolineare la tragicità e l'assurdità di tutto questo dolore. Se il lo-fi nasce come accompagnamento innocuo, qua sconfiniamo nel suo sottogenere più dark. C'è una componente che sfalda quella logica, un passo dolente che lascia addosso una sensazione scomoda, quasi lugubre, il che è un approccio abbastanza alieno rispetto al comfort che questo genere vorrebbe indurre. Lo stessa scomodità che dovremmo provare a leggere la storia di Youssef.

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L'articolo Youssef Siher faceva musica, e pure buona di Vittorio Comand è apparso su Rockit.it il 2026-10-28 10:20:00

Tag: lo fi

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