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Descrizione

Tutti siamo legati al posto in cui siamo nati ma nello stesso tempo sentiamo la necessità di liberarcene. Un anno fa mi trovavo in Messico nello stato di Oxaca, ero su un autobus e tra i crinali delle colline attorno a me ogni tanto intravedevo piccoli cumuli di case e poco distanti sagome di uomini sui muli, bardati con fasci d’erba e fiori, a un certo punto mi sembrò quasi di trovami al centro della Sicilia, a quattordici ore di volo di distanza. Questo mi fece tornare in mente fatti e situazioni legati alla mia vita di paese che forse ormai avevo dato per scontato che esistessero. Quando ad Aprile tornai a casa iniziai a parlare sempre più spesso con mio nonno, grandissimo narratore delle cose perdute, e scrissi dei racconti legati alla sua vita passata nel paese e nei campi in compagnia di un mulo. All’inizio provai a trasformare questi racconti in canzoni ma non funzionavano, la canzone ha altri tempi, ha il limite dell’immediatezza. Così mi misi pensare a una serie di immagini che il paese mi suggeriva e arrivai all’idea che il paese oltre che un luogo geografico è soprattutto una condizione umana in estinzione. Non soltanto ogni giorno muoiono dei paesi perché lasciati deserti dalla politica e dalla burocrazia, ma muoiono anche delle abitudini umane messe in un sacco dalla modernità.
Il paese è un isola, un pezzo di terra nell'oceano, un borgo felice dopo una foresta, è una casa dove si è vissuto felice e dove albergano fantasmi, compagni di chiacchierate e passeggiate notturne. Per fare un paese è necessaria la gente e quella che si potrebbe chiamare la dinamica del porto, cose che arrivano e che all'improvviso se ne vanno.
Immagino il mio paese raccolto in un silenzio umano, percepibile, diverso dal silenzio urbano della città, un presepe da cui evadere nel cuore della notte e in cui tornare cambiati ma con le stesse linee nelle mani perché quelle non puoi allungarle ne spostarle di direzione.
Mi piace pensare che questo sia un disco folk, certo c’è dentro la canzone italiana da cui non riesco e non voglio allontanarmi, ma sono dell’idea che questo sia un disco folk almeno nella scrittura. A gennaio di quest’anno siamo andati in una casa in campagna nel mio paese, abbiamo portato lì uno studio mobile e per quindici giorni abbiamo registrato gran parte di quello che avevo scritto nei sei mesi precedenti. Ogni tanto dovevamo staccare perché dalla montagna di fronte partiva il rumore di un motozappa che rientrava nei microfoni.
Tutto tornava, il mio viaggio lontano da casa, come spesso accade, mi aveva avvicinato ancora di più alla mia casa.

Antonio Dimartino

Credits

Registrato da Fabio Rizzo in una casa dispersa nelle campagne di Misilmeri (Palermo) nel gennaio del 2015
Assistente di studio: Francesco Vitaliti.

Mixato e prodotto da Antonio Cupertino (Cooper) e Fabio Rizzo presso il Sanpedro studio di Milano. Assistente di studio: Davide Lo Re.

Arrangiato e suonato da Antonio Di Martino (voci, basso, chitarre acustiche e elettriche) insieme a Angelo Trabace (cori, pianoforti, synth) e Giusto Correnti (batterie, percussioni, cori).

Tutte le canzoni sono state scritte da Antonio Di Martino, tranne Una storia del mare scritta da Antonio Di Martino e Francesco Bianconi e il tema de la foresta scritto da Angelo Trabace.

Gli arrangiamenti di archi sono di Francesco Incandela e Angelo Di Mino.

La canzone i Calendari è cantata insieme a Cristina Donà.
La canzone Una storia del mare è cantata e scritta insieme a Francesco Bianconi.

La voce su “A passo d’uomo” è di mio nonno Nino quel giorno in cui mi spiegò quando per la prima volta vide una macchina.

Musicisti ospiti:

Francesco Incandela: violino
Angelo Di Mino: violoncello
Angelo Sicurella, Serena Ganci: cori
Sergio Calì: Marimba
Fabio Rizzo: slide guitar
Alessandro Presta: tromba
Antonio “Cooper” Cupertino: percussioni
Donato Di Trapani: synth

La copertina e l’artwork sono di Manuela Di Pisa.
La foto in bianco e nero del booklet è di Michela Forte.

La frase che da il titolo al disco è tratta dal romanzo di Cesare Pavese “La luna e i falò” edizioni Einaudi.

"Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti"

Commenti

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