Civili, primo singolo e title track del primo LP dei Dresda, è una provocazione. È la messa in scena del nichilismo più autodistruttivo. È un’estremizzazione per mostrare il punto di rottura.
Cerca di immaginare una sofferenza così intollerabile per l’uomo da rendere la morte desiderabile, come quando vieni torturato e preghi di essere ucciso. Questa idea viene portata al livello dell’umanità intera, come se potesse svilupparsi un movimento favorevole a un’apocalisse atomica.
Eppure, desiderare un’apocalisse è pura follia. Solo chi ha rinunciato a ogni speranza di amore ed empatia può desiderarlo.
“Civili” è una parola ricca di tutta la storia umana, eppure, nell’uso che se ne fa, sembra diventata quasi un sinonimo di ‘vittime’. La guerra passa, oggi più che mai, soprattutto attraverso i corpi dei civili.
E pur essendo sotto attacco, la civiltà resta l’unico riferimento universale per un risveglio morale dell’umanità.
Ha riferimenti musicali ricchi e vari. C'è il post punk acido e graffiante, una sezione ritmica che incede inesorabile, una chitarra solista che incarna lo spirito di Marilyn Manson. Una voce effettata che sembra arrivare da lontano, mentre un breve inserto militare ci ricorda i fasti della guerra in Iraq

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