Descrizione

"Lorenzo Federici" esce il 3 dicembre 2014 per Libellula/Audioglobe ed è il disco d'esordio dei giovanissimi torinesi Eugenio In Via Di Gioia, che segue il loro primo ep autoprodotto "Ep Urrà", pubblicato ad agosto 2013 e finanziato grazie ad una campagna su Musicraiser. L'album nasce sulla scia di un anno e mezzo di esperienze importanti, culminate con la vittoria del Premio della Critica al "Premio Buscaglione - Sotto Il Cielo di Fred 2014", che ha consentito alla band di esibirsi nell'estate 2014 in dieci tra i migliori festival estivi Italiani, condividendo il palco con Vinicio Capossela, Le luci della centrale elettrica, Modena City Ramblers, Eugenio Finardi, Brunori Sas, Zen Circus e molti altri ed esaurendo la prima tiratura di 1000 copie di "Ep Urrà". "Lorenzo Federici" è un disco che sa prendersi sul serio con un largo sorriso, a partire dal titolo dedicato all'unico componente della band che non compare all'interno del nome della stessa (gli altri sono Eugenio Cesaro, Emanuele Via e Paolo Di Gioia), perché subentrato in un secondo momento. Un titolo che da solo è programmatico di molte delle atmosfere e delle suggestioni create dal quartetto piemontese, in grado di far riflettere usando l'arma di protesta più efficace oggi: l'ironia. Dieci brani trasversali che partono dalla strada (gli Eugenio In Via Di Gioia nascono come buskers) e dalla tradizione delle balere, dello swing e del folk italiano fino ad arrivare al nu-folk inglese di questi ultimi anni, reinterpretando la tradizione e rivestendola di un realismo che legge con amara allegria i nostri tempi. Se i Mumford and Sons fossero italiani e avessero 23 anni, con una storia musicale alle spalle fatta di Buscaglione, Gaber e Jannacci invece che del folk anglosassone e americano degli anni '60, forse suonerebbero così, con una chitarra e un basso acustici, una batteria minimale, le quattro voci ad intrecciarsi e ad arricchire le linee vocali del cantante Eugenio Cesaro ed una fisarmonica al posto del banjo. Parole scelte attentamente, non urlate e non sussurrate, che parlano chiaro ribadendo e scandendo le sillabe, per un disco che rimane in testa fin dal primo ascolto ed è un po’ come l’anguria: buona ma allo stesso tempo piena di semini che rimangono in bocca. Così "Lorenzo Federici" scivola piacevolmente lasciando però dei moniti, dei semini in bocca da dover risputare.

"Amo cantare, suonare ed essere al centro dell’attenzione: questo mi ha portato a suonare per la strada poco tempo dopo aver imbracciato per la prima volta una chitarra - racconta Eugenio Cesaro, cantante e chitarrista della band -. Suonavo cover di brani famosi e cercavo attenzioni; col tempo mi sono stufato di cantare le canzoni degli altri ed allo stesso tempo avevo una gran voglia di prendere in giro i passanti e le loro strane abitudini, che col passare del tempo mi accorgevo essere molto simili tra loro. Così ho iniziato a scrivere le mie prime canzoni: canovacci che improvvisavo di volta in volta migliorandone i contenuti. Il tempo e l’università mi hanno portato a contatto con un bravo pianista oltre che una splendida persona: Emanuele Via. Abbiamo iniziato a suonare per strada insieme e quasi simultaneamente abbiamo chiamato in causa Paolo Di Gioia. Subito il trio è stato affiatato e l’amicizia è cresciuta di pari passo con la musica. Sono nati così gli Eugenio in Via Di Gioia, ma mancava qualcosa: c’era bisogno di trovare un bassista. Ecco che entra in gioco Lorenzo Federici. Lo conobbi a Londra, mentre era intento a suonare il contrabbasso in Piccadilly Circus: attorno a lui, un centinaio di persone a bocca aperta. Pochi conoscono questa storia, e a noi piace ricordare che quel giorno Lorenzo ed io avemmo l’impressione di esserci sempre conosciuti. Oggi vive a Torino e, anche se non lo vuole ammettere, in cuor suo sa che si è trasferito per noi. Il bello di questo gruppo è che prima di essere una band è una famiglia allargata, in cui ciascuno ha i suoi difetti e le sue fisse, ma sa prendersi in giro e riderci su. La nostra filosofia rispecchia a pieno il nome del gruppo “in via di gioia”. Siamo un po’ come la coccinella, un insetto che nessuno si sognerebbe mai di schiacciare perché, portando fortuna, diventa essa stessa fortunata!"

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