Alessandro Cortini / intervista

Alessandro Cortini: "Non cerco ascoltatori, ma collaboratori emotivi"

Il suo ultimo disco, "Volume Massimo", è considerato un capolavoro dell'elettronica a livello internazionale. Nei prossimi giorni tornerà in Romagna, dove tutto è cominciato, per portare uno show in cui "la connessione con il pubblico è tutto". E a proposito dei Nine Inch Nails...
13/12/2019 23:54

Se una sera al bar un amico insopportabile di un vostro amico vi dice che non ascolta musica italiana, anzi che di italiano gli piace solo Alessandro Cortini, che infatti è scappato dall'Italia per diventare Alessandro Cortini, non fate l'errore, tornando a casa, di limitarvi a ripensare a quanto era stronzo quell'amico del vostro amico e chiudere lì la faccenda. Al di là di lui, del suo lupetto e dei suoi Blundstone – e del fatto che magari poi in realtà a casa si ascolta Gabbani –, potrebbe avervi fatto un grande favore.

Siate superiori e prendete il buono da quell'incontro. Mettete da parte i più che comprensibili rancori, appicciate gli impianti e fate esplodere Volume Massimo, il cui suono in pochi istanti vi abbraccerà, prima di prendervi a sberle e riabbracciarvi. Se per caso, invece, l'amico dell'amico vostro fosse simpatico, tanto meglio. La prassi è la stessa.

Alessandro Cortini è uno dei migliori musicisti che l'Italia ha prodotto negli ultimi anni. Nasce a Bologna, cresce a Forlì, poi, attorno ai 20 anni, va a Los Angeles per studiare chitarra. Diventa un polistrumentista spaziale, uno dei più visionari e innovativi nell'uso dei sintetizzatori. Inizia a collaborare con band clamorose come i Puscifer, per un certo periodo suona pure con i Muse. Soprattutto, dal 2004 sta dietro alle tastiere nel cast dei Nine Inch Nails, una delle formazioni più iconiche, complesse e amate di questi tempi.

Nel frattempo non ha mai smesso di portare avanti le sue produzioni elettroniche, con cui si è affermato ovunque. Dà vita a diversi dischi e centinaia di show, che porta in giro per tutto il mondo. Dopo Avanti, del 2017, che mette in musica una serie di ricordi della sua infanzia, scaturiti dal ritrovamento di alcune immagini girate dal nonno, nel 2019 è arrivato Volume Massimo, un album che ha ridefinito i canoni della musica fatta con le macchine. 

Dopo Bologna, Roma e Venezia, ha in programma ancora due date italiane, a cavallo delle vacanze di Natale. Il 20 dicembre sarà al teatro comunale di Cervia, il 26 al festival Dancity di Foligno. Reduce da un paio di serate a Bruxelles, lo raggiungiamo via Skype a Berlino, dove vive. L'accento romagnolo gli è rimasto inchiodato alla parlata, anche se non si ricorda più "come si dice deserve in italiano". La sua simpatia è l'esatto opposto di quella dell'amico immaginario del vostro amico immaginario con cui abbiamo iniziato questo pezzo. Con la sua musica in testa, entriamo nel suo mondo anche attraverso le sue parole. 

Foto Emilie ElizabethFoto Emilie Elizabeth

Come hai vissuto fin qua il ritorno in patria?

Alla grande. Anche se sono nato a Bologna, dove ho esordito con la prima data italiana di questo tour, la mia città è Forlì, dove mi sono trasferito a tre anni. Quindi per me il vero live di casa sarà quello di Cervia, perché lì passavo tutte le mie estati. 

Ti dobbiamo immaginare scaltro adolescente di riviera?

Tra Cervia, Cesena, Cesenatico ho trascorso tutte le mie estati. A Cervia, in particolare, ricordo che per anni abbiamo fatto due settimane di campeggio ogni agosto. Dietro la torre del Sale c'era un negozio di chitarre: il padrone era Stefano Malusi, un liutaio molto in gamba, e lì ho fatto tutti i primi rodaggi ai miei strumenti.

Un ricordo particolarmente dolce, immagino. 

Ora si faticano a trovare simili figure di riferimento. Prima, soprattutto per chi come me è cresciuto in posti piccoli (e che poi ha sempre vissuto in grandi metropoli), ogni ruolo aveva un nome e un volto cui era associato: il medico era quello, l'edicolante quello, il lattaio quell'altro. E il liutaio era Malusi. 

Come si è evoluto ultimamente il tuo rapporto di amore e odio con l'Italia?

Un po' tale rimane. Perché la vita mi ha portato lontano da casa per fare il mestiere che amo, e che inevitabilmente qui non avrei potuto fare a certi livelli. Questa cosa dell'allontanamento mi è sempre un po' rimasta appiccicata, anche se non è che ne faccia una vera colpa all'Italia. Anche perché l'accoglienza che ricevo ogni volta che torno mi commuove e riempie il cuore di gioia. Mi sento fortunato.

Cosa cambia suonare qua? 

Sento una connessione emotiva con l'Italia e gli italiani che altrove non posso avere. A livello musicale, anche se i miei ascolti non sono mai stati limitati geograficamente, sono cresciuto qua. Il mio senso melodico deriva dalle mie radici, il background con un ascoltatore italiano è comune e si avverte subito. 

Avverti che qua vengono colti rimandi che altrove non hanno significati?

Di certo in Italia sento grande ricettività verso la mia musica. Me ne ero accorto, ad esempio, durante il tour di Avanti, in cui nel corso dello show scorrevano le immagini di infanzia mie e di mia mamma. Quelle spiaggie piene, quei posti, quei colori: era come se facessero parte di una memoria collettiva di chi seguiva il live. 

Ancora più degli altri, se possibile, questo è un album totalmente di mood. Come lo si rende efficace dal vivo? 

Seguendo due regole, che valgono per tutti i tour: distaccarsi completamente da come è stato composto e registrato un album e distaccarsi completamente dal proprio passato. Ogni volta bisogna pensare allo show da zero, e modellarlo sulla base di cosa si vuole comunicare. Ogni album dal vivo va vissuto come una realtà aumentata della musica che hai prodotto in studio e che la gente si ascolta da casa: per questo l'aspetto visivo degli show è così importante. Non si tratta solo di suonare in un determinato locale un determinato disco, c'è molto di più. 

Vale per l'elettronica o per tutti i generi?

Diciamo che per l'elettronica vale più che per gli altri generi, anche se sono stati i Nine Inch Nails a insegnarmi che durante un concerto quello che fai vedere sul palco vale quanto quello che fai sentire: le due cose hanno lo stesso peso nella costruzione di una buona performance. Ma un mio show elettronico non ha l'elemento spettacolare, fisico, di un chitarrista che salta sul palco o di batterista che mulina le braccia. Per questo i giochi di luci e ogni altro elemento visivo devono contribuire a rafforzare l'emotività che il suono vuole veicolare. 

E Volume Massimo che emozioni veicola visivamente?

Visivamente questo show è la trasposizione su un palco dell'idea che sta dietro alla copertina del disco, curata da mia moglie, Emilie Elizabeth. Poi, certo, da lì siamo partiti alla ricerca di altri registri su cui costruire la performance. 

Quanto è complicato adattare a contesti diversi, luoghi diversi e strutture diverse uno show come il tuo?

Non è una cosa scontata, affatto. Io parto da una serie di equipaggiamenti e requisiti tecnici, che cerco di limitare il più possibile per continuare a rendere sostenibile la mia musica. Certo, capita spesso di non avere a disposizione tutto ciò che si vorrebbe, o gli spazi ideali, ma sono uno che tutto sommato si adatta. E fortunatamente non mi sono mai capitate situazioni davvero complicate. Di inventare soluzioni creative durante il sound check, invece, sì. 

Il tuo disco ha dominato le classifiche specializzate del genere, Caterina Barbieri è sempre nelle prime posizioni di quelle chart. Che succede all'elettronica italiana?

Conosco Caterina da ben prima del successo e non sono affatto stupito, ha sempre avuto un talento incredibile. Lo stesso vale per Matteo Vallicelli e altri artisti italiani. Che gli italiani ora possano essere considerati "cool" è possibile, ma mi risulta strano vedere come una moda un genere che, a differenza della canzone "tradizionale", forte delle liriche e della verbalità, basa tutto sulla connessione profonda tra chi suona e chi ascolta.

La copertina di La copertina di

Tu parli sempre del "colore" della musica. 

Esatto, che può essere felice, malinconico o in mille altri modi. Tra i pochi aspetti belli della musica ai tempi di Internet c’è il fatto che ora si possono scoprire facilmente nuovi artisti e capire subito se vuoi essere un loro “collaboratore a livello emotivo”. Prima un artista o un gruppo ti andava introdotto da qualcuno, lo ascoltavi, poi magari ti conquistava. Ma era tutto più lento e complesso. 

Ultima domanda "di scuola". Quando tornano i NIN? 

Non lo so, e non sto bluffando. Siamo sempre in contatto e quando non li sento per un po' iniziano a mancarmi, perché sono la mia famiglia da 15 anni ormai. Ma ognuno di noi ha la sua vita e la sua musica. Ilan (Rubin) è alle prese con gli Angels & Airwaves, Trent (Reznor) e Atticus (Ross) sono sempre immersi in qualche colonna sonora. Non ho idea del quando, ma di certo torneremo. 

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L'articolo Alessandro Cortini: "Non cerco ascoltatori, ma collaboratori emotivi" di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 13/12/2019 23:54

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