An Harbor - Il mese delle fioriture Intervista

foto di Francesca Pradella - An Harborfoto di Francesca Pradella - An Harbor
11/10/2016 di

Molti di noi ne avranno sentito parlare la prima volta due anni fa, in occasione della sua partecipazione ai provini di X Factor da cui fu poi scartato, ma An Harbor quest'anno ha finalmente pubblicato "May", il suo attesissimo primo album. L'abbiamo incontrato per farci raccontare del disco e se, a posteriori, quella fugace apparizione in televisione sia stata utile o meno alla sua carriera.

La prima domanda è un po' banale, ma voglio chiedertelo perché mi ricorda il mio artista preferito Ben Harper: perché hai scelto lo pseudonimo di An Harbor (un porto)?
Quando ho iniziato a suonare le mie canzoni, ormai più di tre anni fa, non avevo molte aspettative ed ero anche un po' ingenuo ed immaturo nel modo di approcciarmi alla musica, mi piacevano le cose cervellotiche e strane e mi sembrava che fosse un nome sensato perché riuniva l'immagine di un porto, come luogo di ritorno a casa sia fisicamente che metaforicamente, dopo esperienze di ogni tipo. An Harbor è anche una storpiatura grammaticale, sarebbe corretto “a harbor", ma nel mio delirio di allora mi ricordava la città di Ann Arbor, Michigan, dove sono nati gli Stooges, gli MC5 e tutta quella scena americana politicamente incazzata degli anni '60. Ora come ora mi sembra però un po' pretenzioso.

Il tuo disco si intitola "May",  che è il mese delle fioriture, anche metaforiche. Nei testi parli di luce che salva dal buio, di necessità di avere accanto qualcuno, di cose che brillino di luce propria. Sembra che tu voglia mettere in risalto le consapevolezze dell'età (la tua) e delle persone che contano sempre di più
È una chiave di lettura laterale rispetto al mio pensiero ma non distante e la condivido in pieno. Per alcuni dei brani del disco certo, ci sono storie particolari su come sono nate, che forse è addirittura meglio non raccontare (ride), ma che fanno parte del mio vissuto. In “May” ci sono tutte canzoni che parlano di amore in senso lato, in cui parlo di unità per combattere il poco chiaro. Può darsi che sia un concetto buonista oggi come oggi, fare i duri magari pagherebbe di più, non lo so, ho sedimentato certi concetti sulla rivalsa e l'aiuto reciproco, derivanti dalla soul music e da Springsteen e ormai sono difficili da modificare. Scrivo quello che mi viene, quello che sono.
In “Like a demon”, ad esempio, parlo di due persone che si stanno per lasciare ed una manda affanculo l'altra per la stanchezza. È una canzone nata di getto, poi, a distanza di tempo ne ho realmente capito il senso.

Quindi in “May” ci sono canzoni di cui anche tu non afferri completamente il senso?
Sì, mi è successo un paio di volte che mentre suono un pezzo dal vivo, e intanto penso alle mie cose, di colpo mi dico: ”cazzo, ecco perché l'ho scritto!”, e realizzo che certe parole e frasi sono uscite dalla mia testa in maniera autonoma mesi prima e poi le comprendo solo durante il live.
Questa cosa mi piace un casino, perché di solito tutto quello che faccio è sempre molto controllato e calcolato al millimetro, e avere questo margine di sorpresa in quello che faccio, mi fa scoprire la bellezza e l'autenticità delle cose. Così i pezzi acquistano un valore nuovo ogni volta che li canto.

Sulla foto di copertina dell'album si vede un pugile in controluce al tramonto sulla spiaggia: anche questo è nato dall'inconscio?
Dall'inconscio non direi, ma casualmente sì. Questo pugile rende perfettamente il mood del disco. Rappresenta la dicotomia tra il lato più umorale, intimista e malinconico dei testi e quello un po' più estivo, fresco, da spiaggia degli arrangiamenti; ho spiegato questa mia idea a un mio amico fotografo (che è anche colui che ha girato il video di “Like a demon”), mi ha mostrato un servizio fotografico di un paio di anni prima, fatto a dei pugili che si allenavano su una spiaggia in Australia, e la copertina del mio disco era lì, non volevo cercare altro. Tutte quelle foto sono nell'artwork del disco e il pugile della copertina ne è il simbolo innanzi tutto perché è da solo. “May” l'ho fatto tutto da solo, dalla scrittura, alla produzione esecutiva, l'ho anche pagato interamente da me. Poi è incazzato, e dal momento che è controluce non si sa se le ha prese o se le ha date (io dico che le sta per dare). Di sicuro non è super felice ma è in una spiaggia al tramonto e questo mitiga l'immagine con una sensazione di pace.

Nella descrizione del video di "By the smokestack" hai scritto di aver passato un momento di sconforto dopo nove mesi bellissimi, dici che la vita prima ti regala e poi ti sbatte in faccia il conto. Sei una persona che crede nel karma?
Sì, ci credo. Ci credo molto anche se a volte mi chiedo quando molte persone pagheranno il conto che devono e quando invece la vita lo pagherà a me che sono in credito. Se fai le cose con onestà, con sincerità, col cuore, facendoti il culo, alla fine voglio sperare che la vita un piccolo rimborso te lo dia. Anche le minime reazioni positive che sono venute da questo disco dopo tutta questa fatica, mi fanno dire: ”ok, è stato importante”.



A proposito di karma: hai partecipato a X-Factor nel 2014, alle selezioni sei stato osannato dai giudici, che ti hanno scartato ai bootcamp. Sei stato incredibilmente liquidato anche nel montaggio video come se non ci fossi mai stato, com'è andata esattamente?

È andata esattamente come si è visto. Sono capitato lì per caso iscritto da amici, mi hanno buttato su un palco grosso come casa mia, convinto di dover portare una cover come la maggior parte dei partecipanti. Invece all'ultimo minuto dalla redazione mi dicono di portare la chitarra e che potevo fare un pezzo mio. Canto “By the smokestack” e tutti impazziscono. Tu sei lì che non capisici nulla di quello che ti sta succedendo. La volta successiva sono tornato contento di come era andata, ma dopo un po' ho notato che pian piano attorno a me l'attenzione scemava: nelle interviste non c'ero più, mi hanno fatto scegliere un brano da cantare che non era nelle mie corde, e mi sono ritrovato scartato dopo un brevissimo momento di esaltazione.

Lo rifaresti?
Sarei ipocrita se ti dicessi che non lo rifarei mai, perché in fondo quella cosa lì mi ha cambiato decisamente le carte in tavola, allo stesso tempo però ho avuto la conferma che non è il mondo che fa per me, è un meccanismo sbagliato che crea delle false illusioni pericolosissime soprattutto tra i più giovani. Il pubblico generalista deve capire che quello che vede non è una fucina di talenti ma un programma tv, e chi va lì a cantare è puro materiale umano per costruire lo show.

Quindi secondo te X-Factor non è un buon modo per veicolare la musica in televisione?
Assolutamente no. È forse il più sbagliato che c'è.
Di sicuro la prima cosa da evitare sarebbe ridurre la musica a una specie di concorso in cui poi la musica stessa passa in secondo piano. Non esiste più neanche un programma musicale in senso puro in Italia, che il pubblico guardi solo perché c'è dentro la musica, nient'altro. Gli ultimi sono stati chiusi e a posto così. Ora non so dire se sia un problema del pubblico italiano che non è più in grado di recepire un certo tipo di prodotto o se forse è un circolo vizioso in cui il pubblico è stato viziato da una "politica" di scelte sempre più dozzinali e aride di contenuti. Guardando all'estero ci sono esempi molto virtuosi di come si possa dare visibilità alla musica alternativa e indipendente in tv, facendolo in modo serio e professionale. Prendi Fallon o Colbert in America, o Jools Holland in Inghilterra.



Parlando di live, come sarà An Harbor dal vivo?
Nei live di adesso sono per lo più in solitaria, rispetto al passato dove era solo chitarra e voce, uso dei synth con una drum machine per colorare i pezzi. Mi sono accorto però che la vera differenza sta nella mia interpretazione: anche se l'album è uscito da poco, canto queste canzoni da molto tempo e a ogni concerto la voglia di spingersi un po' più in là con l'improvvisazione sul tema è fortissima. Dopo la pausa estiva che mi sono preso, tornare in tour mi sta facendo capire il modo giusto per cantare i miei pezzi di cui sto curando molto il lato intimo e raccolto, anziché puntare sempre sugli acuti e la potenza.
Poi ci sono le cover insospettabili, da Taylor Swift ad Alan Sorrenti, se le sento nelle mie corde diventano come pezzi miei. Maggie Rogers ad esempio...

Chi è?
Tempo fa sono capitato per caso in un blog di cui non ricordo il nome, e ho scoperto questa cantautrice ventenne americana bravissima. Due album autoprodotti all'attivo, di genere indie folk, una voce pazzesca e un'attitudine vicinissima alla mia. Mi sono innamorato del suo brano “James”, ballata intensa sull'amore perduto, io l'ho adattato gioco forza a “Jane” e tutt'ora lo canto nei miei concerti perché è come se l'avessi scritta io.

Dall'America a Piacenza: a proposito, come si vive lì?
Ti dirò che superati i trenta, a Piacenza ci sto bene. Negli ultimi anni c'è sempre più voglia di fare, anche in ambito musicale. Lo scorso Settembre ogni weekend c'è stato un festival, tutti con proposte molto interessanti. Ho collaborato col Bleech Festival, ci hanno suonato Bruno Bellissimo, Leo Pari, Birthh, There Will Be Blood e tanti altri.
Della mia città comunque mi piacciono la campagna, le colline, sono legato molto agli aspetti bucolici e isolati di questa terra. I miei nonni sono contadini e mi hanno insegnato molto. Come tutte le piccole province d'Italia ha i suoi pro e i suoi contro, il terreno fertile c'è ma bisogna scavare molto e faticare per trovarlo e mettere in piedi qualcosa di bello, non è come essere a Milano per intenderci.

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