Birthh: "Senza fiato" e senza posto fisso

Dopo anni a New York, la cantautrice toscana torna a casa. Mentre passa da un divano all'altro, in attesa di capire dove stabilizzarsi, ha un bel disco nuovo, tutto in italiano, che porterà in tour con una nuova band costruita attraverso uno speciale casting online. Prossima tappa obbligata: MI AMI

Birthh - foto di Jeff Harris
Birthh - foto di Jeff Harris

La vita a New York, dopo un po', logora. E la città in questi anni è cambiata parecchio, come è evidente anche a chi segue da lontano le vicende politiche dall'altro lato dell'Atlantico. Così Alice Bisi aka Birthh, cantautrice toscana che da qualche tempo si era stabilizzata proprio nella Grande Mela e che ora sta tornando in Italia. Complice un disco scritto per la prima volta tutto in italiano: Senza fiato, uscito qualche giorno fa (qua la nostra recensione). Un album urgente, con tantissimi stimoli ad accendere le canzoni e a farle venire fuori in più direzioni, dall'urban pop al cantautorato elettronico a cui ci aveva ben abituato. 

Questo disco sta vivendo anche dal vivo. Così, dopo le prime date del suo tour, il prossimo appuntamento per vedere Birthh dal vivo è sabato 23 maggio a MI AMI, festival dove torna dopo parecchio tempo e con una nuova live band selezionata online (ma ne parleremo dopo). Intanto, Birthh è già passata a Milano in questi giorni di lancio del disco. Così ci siamo dati appuntamento in Porta Venezia per una chiacchierata - e pure un piccolo set acustico - in attesa di trovarci sotto al suo palco.

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Per cominciare, raccontaci chi sei.

Sono Alice, quando faccio musica mi faccio chiamare Birthh. Vivo a New York, però anche in Italia, però principalmente pago un affitto a New York. Anzi, ho un contratto d’affitto a New York, personalmente non lo sto pagando più. Perché subaffitto, non perché sono disgraziata. A me piace tantissimo scrivere canzoni e produrle. Mi piace tanto avere il mio computer, una tastierina, una chitarra, un microfono e li porto un po’ ovunque. E scrivo un po’ ovunque, mi faccio prendere dall’ispirazione quando capita.

Stai tornando in Italia: dove vivrai? Stai facendo ragionamenti sul medio periodo della tua vita?

Sicuramente tutta questa estate, visto che ho anche un tour bello e prezioso, mi dedicherò a quello, stando in Italia. Diciamo che da qui al medio periodo – che per me si ferma a fine settembre, quando finiscono le date che ho programmato – sto prendendo tutto mese per mese, già da un po’ di tempo. Poi in realtà quello che vorrei fare è dedicare tutta la mia energia e tutto il mio tempo al disco e a fare cose belle, a cercare di creare arte al massimo delle mie capacità. Quindi per ora sono un po’ vagabonda: ho sempre un divano letto su cui contare a casa mia in Toscana, cioè la casa di mia mamma, ma mi divido un po' tra vari divani. È una sfida, ma mi dà la possibilità di essere libera e di prendere decisioni giuste per la mia musica senza essere vincolata a un luogo preciso.

Milano te la accolli o no?

Sì, certo, ho un sacco di amici a Milano. Milano la amo principalmente per le persone che ci stanno dentro: è una città in cui ci sono tutti i miei migliori amici, quindi ho imparato ad amarla per quello.

E New York? Come l’hai vista cambiare? Ti ci ritrovi ancora?

New York è cambiata tanto nei sei anni in cui ci ho vissuto, anche solo per il costo proibitivo della vita. Questo ha fatto sì che tante persone – quelle che fanno davvero la cultura della città – siano dovute andare via. È molto difficile permettersi una città così se non hai i genitori ricchi. È una città che mi ha dato tanto, però è cambiata talmente tanto che è difficile riconoscerla. C’è un grande problema di gentrificazione, di cui in parte ho fatto parte anche io. Ho sempre cercato di essere rispettosa della cultura in cui sono entrata. Mi sono sentita molto accolta da Brooklyn, da Bushwick, dove ho vissuto sei anni. Ho lavorato in un locale come guardarobiera per tre anni e mezzo e sono riuscita a crearmi una comunità. Però tante persone stanno andando via, quindi è difficile rimanere attaccata a un posto quando la comunità si scioglie.

Senza fiato quanto è la fotografia di te ora?

Tantissimo. È una fotografia degli ultimi tre anni della mia vita. Ora che l’ho scritto mi ha aiutata in modo terapeutico a superare ed esplorare certe cose, quindi è una fotografia che guardo dall’altra parte del tunnel. Però mi sento ancora molto rappresentata da questo disco, forse più di altri: di solito scrivo e poi dopo un po’ non mi riconosco più, invece qui questa cosa è rimasta.

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C’entra anche il fatto che sia in italiano?

Sai che probabilmente sì. Non ci avevo mai pensato così, però scrivere nella lingua della mia infanzia rende tutto più circolare. I temi di cui parlo sono presenti in tutta la mia vita, anche da quando ero piccola. Scrivere in italiano è stato molto viscerale ed emozionante, quindi sì, ha influito molto.

Perché hai fatto questa scelta?

In realtà non è stata una scelta. Da quando vivevo a New York ho iniziato ad ascoltare tantissima musica italiana, forse per nostalgia. Facevo la pasta fatta in casa e ascoltavo Mina, Lucio Battisti, Gino Paoli.
La mia scrittura, che è sempre molto freestyle, si è evoluta accogliendo questi ascolti. Ascolto anche molta musica brasiliana: sono lingue più vicine, più “latine” rispetto all’inglese. Poi c’è stato anche il desiderio di parlare alle persone della mia generazione cresciute dove sono cresciuta io. Con alcune persone qui non devi spiegare niente: sanno cos’è la Melevisione, per dire. Quindi le ragioni sono arrivate dopo: prima ho iniziato a scrivere, poi ho capito perché.

A livello di suono invece c’è una ricerca molto aperta. Dove volevi arrivare?

L’orizzonte era rispecchiare le sfumature della mia vita dentro i brani. Non avevo l’obiettivo di fare un genere preciso, e credo si senta. Penso che oggi la musica italiana possa essere qualsiasi cosa. Io sono molto istintiva: quando produco e faccio sound design uso il suono che mi piace in quel momento, senza partire da reference. Credo molto che i brani si scrivano da soli: bisogna ascoltarli e basta.

Per il live hai fatto una sorta di "casting" aperto online per scegliere la tua band. Com'è andata?

Dovevo suonare con delle persone, ma non volevo attingere ai soliti giri. Mi piaceva l’idea di dare una possibilità anche a chi magari non ha certe connessioni. Ho usato i social in modo utile: ho ricevuto circa 480 candidature e mi sono guardata tutti i video. Avevo chiesto di suonare Little Rat, un brano del disco. Se qualcuno si prende la briga di impararlo, il minimo è guardare tutto e scegliere con cura. Infatti ho trovato così i musicisti: uno è Pizza, batterista di Emma Nolde, un altra è Martina Tedesco che suona il basso con Arya, e poi Marco Pucci. Sono molto contenta della scelta.

Che effetto ti fa tornare a suonare, anche al MI AMI?

Sono gasatissima. È da tanto che non suono con la band. Suonare al MI AMI è bellissimo perché ci sono tanti artisti che amo, quindi è bello sia da spettatrice che da artista. Sono anche un po’ agitata, spero vada bene. Stiamo lavorando tanto con la band per fare qualcosa che rimanga.

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L'articolo Birthh: "Senza fiato" e senza posto fisso di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2026-04-29 11:04:00

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