Come l'ultimo Battisti, però acid house: Bottin ci racconta il progetto Cristalli Liquidi Intervista

Cristalli LiquidiCristalli Liquidi
17/01/2018 di Fabio De Luca

Per rendere mirabolante la sua biografia, sarebbe fantastico riassumerla così: “Nacque a Venezia, lo stesso anno in cui i Kraftwek eseguirono “The Robots” in diretta tv dal Lido”. Invece (guastafeste!) William Bottin venne al mondo l’anno prima, e per di più a Padova. Vive però quasi da sempre a Venezia (si segnala un anno in Canada quand’era teenager: una specie di scambio intercontinentale tra studenti), ed è lì – sulla breve scalinata di fronte alla stazione Santa Lucia – che ci incontriamo una mattina dello scorso dicembre, poco prima di Natale. Avete mai girato per Venezia con uno del posto? È esattamente come ve lo immaginate: zig-zag velocissimi tra le calli, totale perdita dell’orientamento dopo la terza scorciatoia, grumi solidi di turisti fatti brillare come le rocce di Asteroids, e poi osterie. Decine, dozzine, forse centinaia di osterie, dove ti riempiono il bicchiere senza il minimo plissé fin dalle undici, forse anche prima. Siamo qui per chiacchierare: di massimi sistemi (ovvio), ma soprattutto del primo album dei Cristalli Liquidi. Progetto “di pop italiano” dal problematico collocamento: di certo non indie, e di certo non giovanilista, forse sintetizzabile (semplificando un po’) nella formula: “il Battisti dell’ultimo periodo, però acid house”. Del resto, fu proprio all’ombra di un altro Lucio gigantesco – Dalla – che è iniziata la storia di Bottin, una quindicina di anni fa, quando curò insieme a lui le musiche per l’opera teatrale “Speak Truth to Power: voci contro il potere”. Di quella stagione rimane traccia anche dentro un pezzo ancora oggi sotterraneamente di culto tra i dj: una cover di “Lunedì cinema”, sigla tivù scritta da Lucio e gli Stadio nel 1983, risuonata vent’anni dopo da Bottin e ricantata (il famoso “dabadu-dabededa”) da Dalla medesimo nel suo home studio in via Massimo D’Azeglio, a Bologna. Inevitabilmente, si parte da lì. 

Vorrei iniziare chiedendoti canonicamente “un tuo ricordo di Lucio Dalla”, ma mi rendo conto che ti metterei nella posizione di Verdone in “Borotalco”, la famosa scena fuori dalla roulotte: “Stai, Lucio, staistaistai”…
Aaah, di lui mi ricordo le volte (tante) in cui dopo cena si prendeva la macchina e si partiva, ma mica per andare lontano, magari si girava cento volte intorno ai viali di Bologna, si entrava in qualche bar, si parlava, oppure ci faceva ascoltare i pezzi del disco nuovo a cui stava lavorando. Io poi all’epoca ero abbastanza presuntuoso, per cui ogni tanto gli dicevo robe tipo: “No, ma qui l’accordo non va bene”, e lui giustamente s’incazzava tantissimo. Rispondeva: “Ma no, l’ho scritta io! Ma che cazzo vuoi?”

Però c’era un rapporto di confidenza vero, certe cose potevi permetterti di dirgliele.
Be', le persone come Dalla sono circondate da yes-men, e quando trovano qualcuno che dice quello che pensa all’inizio un po’ si offendono, più che altro perché non sono abituati. Poi tieni conto che Dalla era tutt’altro che una persona umile! Sapeva di essere un genio, ed era anche perfettamente consapevole del suo posto nella musica pop. Ogni tanto gli dicevo: “Basta con queste robe, con questi Caruso, facciamo un disco funk!”, e lui ammiccava, perché era il primo a stufarsi dei cliché. Poi però giravamo per Bologna, e c’erano tutte queste signore che lo fermavano, che se lo abbracciavano, e lui mi diceva: “Lo vedi qual è il mio pubblico, la mia fanbase? Io mica posso farlo, un disco di elettronica…”.

Ma “Washington”, a modo suo...
Sì, “Viaggi organizzati” del 1984, ma lì era la produzione di Mauro Malavasi.



(Foto di Zaven)

Verrebbe da chiederti, a questo punto, come si passa in pochi anni dal frequentare uno dei santi protettori del pop italiano “vero” a un progetto come Cristalli Liquidi, che di fatto è un’operazione molto raffinata ma anche molto enigmatica, su delle zone tra l’altro abbastanza limitrofe del pop italiano.
Fra l’altro la musica italiana per me è stata una scoperta recente: Battiato ho iniziato a sentirlo tre o quattro anni fa, per dire. Avevo una sorta di pregiudizio: ero convinto non mi piacesse.

E poi, invece?
Era un momento un po’ così: volevo staccarmi dalla musica elettronica da club, che se ci pensi da vent’anni a oggi non è che sia cambiata molto. Credo fosse il 2010, stavo facendo un breve tour come dj in Australia, e una radio mi ha chiesto di coprire un’ora di programma, così ho deciso di preparare al volo un paio di edit di pop italiano: cose tipo “Terra promessa” di Eros Ramazzotti, “Self Control” di Raf, Valerie Dore... Erano edit molto grezzi, fatti sul laptop, in hotel, aspettando che mi venissero a prendere per andare alla radio. Quel tipo di cose che, se le avessi suonate in Italia, non me l’avrebbero mai perdonato: “Ma tanto qui sono in Australia”, mi sono detto, “chi vuoi che se ne accorga”? In realtà se ne sono accorti in molti: l’edit di “Terra promessa” è in assoluto il mio pezzo più ascoltato su SoundCloud...

Ah!
Poi ci sono stati “E adesso la pubblicità” di Claudio Baglioni, e l’edit psycho dub di “Voglio andare a vivere in campagna” di Toto Cutugno. L’intento era sempre lo stesso: volevo fare una cosa ironica, che “sabotasse” sia l’approccio serioso dei dj del giro disco-edit, sia la cattedrale del pop italiano. Invece finiva sempre che i commenti erano del tipo: “Ma guarda che bel recupero, ma senti che arrangiamenti raffinati ’sto pezzo”.

Perché erano cose che si muovevano su quella sottilissima linea che separa il ripescaggio colto dal trash…
Difatti erano più “camp” che trash.

Con Cristalli liquidi recuperi il Lucio Battisti di una fase controversa e comunemente considerata “meno nobile” della sua produzione: il suo ultimissimo album, “Hegel”, del 1994.
Ma lì è perché c’era Pasquale Panella, che io considero un genio assoluto…

Torniamo però un attimo al “trash”: a un certo punto tu hai fatto pure una cover della sigla finale italiana di “Atlas Ufo Robot”.
Sì, “Shooting Star”. Quella la registrammo insieme a Rodion. Bear Funk o forse Nang, insomma, una delle etichette inglesi con cui collaboravo all’epoca, mi chiese un pezzo per una loro compilation di sigle televisive rivisitate. Io mi entusiasmai talmente al progetto che registrai “Shooting Star” e anche una versione della sigla della prima stagione di “Visitors”.

“Theme from V”?
Altro pezzo pazzesco: l’autore era Barry De Vorzon, quello della colonna sonora de “I guerrieri della notte”, della sigla di “S.W.A.T.”.

Ma “Shooting Star” l’hai scelta perché eri un fan delle serie tv giapponesi, o perché eri un fan di Vince Tempera e Ares Tavolazzi?
Perché mi piaceva il pezzo! Era strepitoso, si prestava tantissimo a essere trasformato in una roba cosmic. C’era Tavolazzi che faceva delle cose incredibili col fretless. E poi, se pensi che era la sigla per un programma tv per bambini...

Voi di vostro avete aggiunto quel crescendo finale alla “Praise You” di Fatboy Slim. Che anno era, il 2000?
No, molto dopo, mi pare il 2008. L’inglese del testo originale era tragicamente maccheronico, e in studio avevamo quasi lo scrupolo di correggerlo, ma alla fine invece no: abbiamo lasciato tutti gli avverbi sbagliati e gli articoli mancanti, in perfetto stile italo disco.

La voce era la tua?
Sì, forse ha cantato qualcosa anche Rodion: comunque irriconoscibili per via del vocoder. All’epoca non ci pensavo neanche lontanamente a cantare.

Quello era anche il periodo in cui è uscito il tuo primo album, mi pare.
Sì, “Horror Disco”, il primo album come Bottin. Che poi in realtà era il secondo, perché nel 2004 avevo pubblicato “I Love Me vol. 1”, quello dove c’era “Lunedì cinema”. Ma diciamo che questo era il primo vero album.

Che, già a partire dal titolo, rimandava a un altro grande topos della musica pop italiana anni ’70, le colonne sonore dei film di serie B.
Infatti in quel periodo ero in fissa proprio con le colonne sonore dei film horror, e in più avevo scoperto i Tantra di Celso Valli, Macho (cioè Mauro Malavasi), Easy Going, le produzioni di Claudio Simonetti...

Tutte cose (anche quelle più orientate al dancefloor) in cui c’era sempre una forte componente cinematografica.
Certo, pensa solo a “Fear” degli Easy Going, del 1979, che è una sceneggiatura horror a tutti gli effetti, con sotto i violini disco. Il testo è allucinante, sembra davvero una scena di uno di quei film horror splatter mezzi erotici che andavano di moda allora, tipo “Buio Omega” di Joe D’Amato.

E come in tutti i dischi degli Easy Going, c’era pure un forte sottotesto gay.
Perché l’Easy Going era un locale gay di Roma, infatti la canzone racconta quella che di fatto è una violenza sessuale gay nei confronti di un eterosessuale, al quale però alla fine la cosa sembra non dispiacere più di tanto.
La band era straordinaria, specialmente Douglas Meakin, il cantante dei loro primi due album. Meakin era un inglese sbarcato a Firenze durante la stagione dei capelloni: ha avuto diverse band all’epoca del beat, poi gli Easy Going, e subito dopo con i Superobots e i Rocking Horse avrebbe cantato alcune tra le più famose sigle italiane dei cartoni animati, da “Candy Candy” a “Babil Junior”, praticamente tutte quelle in cui senti una voce dall’inflessione inglese tipo Mal dei Primitives. Sono riuscito a rintracciarlo proprio mentre registravo “Horror Disco”, grazie a una cover band di sigle di cartoni animati, e gli ho chiesto di cantare in “Disco for the Devil”, di cui ha scritto anche il testo.

E com'è andata?
Gli ho mandato la base, che era una cosa un po’ alla Paul Parker (in quel periodo ascoltavo molto le produzioni di Patrick Cowley) e gli ho detto: “Va bene qualsiasi cosa, basta che il titolo del pezzo sia "Disco for the Devil"”. Quindi lui è venuto a Venezia e abbiamo registrato il cantato, non in studio anche perché all’epoca avevo ancora tutte le macchine accrocchiate dentro la camera da letto. La sua bravura è impressionante: lo capisci subito che è uno che ha passato tutta la vita negli studi di registrazione: erano tutti take buona-la-prima, perfetti. E poi fa morire dal ridere che la voce dentro “Fear” degli Easy Going fosse la stessa che cantava “Candy, oh Candy”…

Insomma, è il 2008: tu inizi a suonare sempre più spesso all’estero come dj, incidi dischi per Bear Funk, per Eskimo...
...e per la newyorkese Italians Do It Better, l’etichetta di Johnny Jewel e Mike Simonetti. Per loro ho inciso quello che è forse il mio singolo di maggior successo, “No Static”. È stata l’unica volta che amici in vacanza a Londra o a Ibiza mi scrivevano dicendo: “Oh, sono in un club e stanno suonando il tuo pezzo!”

Per Italians Do It Better nel 2009 è uscito anche il famoso 12” di Solange, “Robots Are Un-American”, che è un’altra mezza burla delle tue.
Dopo il successo di “No Static” Johnny e Mike mi chiesero se avevo altri pezzi pronti da pubblicare con loro, e c’era questo “Robots Are Un-American” che avevo registrato per la colonna sonora di un piccolo film indipendente USA, “The Boy with the Sun in His Eyes”. Pensa che il regista del film, Todd Verow, l’ho conosciuto su mp3.com, una piattaforma che se ti ricordi era una specie di antesignana di Bandcamp. Lui stava girando questo film dove la protagonista, ispirata alla figura di Geretta Geretta, l’attrice afroamericana che fa la zombie in “Demoni” di Lamberto Bava, era una ex-cantante disco di successo negli anni ’80, quindi gli serviva un pezzo disco anni ’80 per la colonna sonora. Il testo l’aveva già scritto lo sceneggiatore, a me chiesero di realizzare la musica, ed è così che venne fuori “Robots Are Un-American”. Da lì mi venne l’idea di costruirci attorno un falso storico, nel senso che al di fuori della finzione del film il disco ovviamente non esisteva, né tantomeno era veramente esistito negli anni ’80, ma noi disegnammo una finta etichetta de Il Discotto (leggendaria etichetta disco italiana primi anni ’80, ndr), la appiccicammo sopra un vinile e lo fotografammo.

E poi?
Poi mi sono accorto che la discografia della Discotto saltava un numero di catalogo, mi pare il 15, per cui inserimmo Solange in quel buco di catalogo su Discogs, e la cosa incredibile è che il finto disco ci rimase per un anno intero! Con i collezionisti che impazzivano perché non riuscivano a trovare questo fantomatico disco-mix prodotto nel 1984 da “Tinto B” (anagramma di Bottin...) e cantato da Solange. Finché Italians Do It Better non fece uscire un 12” dicendo che era la ristampa di quel famoso introvabile disco, di cui Bottin aveva miracolosamente recuperato una copia negli studi di una piccola radio privata a Padova. A quel punto la burla era praticamente dichiarata, ma un sacco di gente si è arrabbiata lo stesso.

Di fatto nessuno è stato truffato, non è che abbiate venduto delle copie pirata o lucrato su un falso.
No, però il mondo dei collezionisti è fatto così. Si sono sentiti presi in giro, specie dopo che Discogs ha giustamente cancellato la falsa entry del numero di catalogo. Che poi, se proprio vuoi, un orecchio un minimo allenato poteva capire da subito che quel pezzo non era stato registrato nel 1984.

Comunque: non contento di ciò, qualche anno dopo hai rifatto una cosa simile con Cristalli Liquidi.
Esatto. Era il 2011, e io avevo iniziato a suonare a Ibiza, in una piccola sala dello Space, la “Red Box”.

Piccola nel senso di 100 persone?
Forse anche meno, veramente piccola, ma con un ottimo impianto, e soprattutto potevi suonarci tutto quello che volevi. Il dj resident era in fissa con “You Wanted a Hit” degli LCD Soundsystem, ed è sentendola lì che mi è venuta in mente l’idea di costruire un altro falso storico. Ho immaginato che gli LCD avessero fatto la cover di un classico sconosciuto della italo disco, per cui ho fatto l’operazione inversa: ho tradotto il pezzo in italiano (in realtà soltanto i primi due versi sono tradotti letteralmente) e ho costruito una base che sembrasse un pezzo pop italiano metà anni ’80, “Volevi una hit”. Poi ho disegnato un’etichetta col logo Disco Tragic che plagiava quello della Disco Magic, ho aggiunto un finto timbro SIAE di quelli che si usavano negli anni ’80 e, insomma, abbiamo stampato il 12” in Olanda.

Ho letto che avevi proposto a Simonetti di farlo uscire per Italians Do It Better, ma che lui ha avuto paura della possibile reazione di James Murphy.
Sì, Mike mi disse: “Sai William, qui in America gli avvocati si attaccano a tutto”. Paradossalmente, qualche tempo dopo fu James Murphy stesso (totalmente all’oscuro di tutto) a scrivermi per chiedermi dei miei edit, al che gli mandai anche “Volevi una hit”. Lo trovò meraviglioso!

Mi sembra ovvio che il progetto Cristalli Liquidi per te era un semplice one-off, al punto che lo stesso nome della “band” era una cover del nome degli LCD Soundsystem. Tra l’altro ricordo che all’epoca mi colpì molto il fatto che “Volevi una hit” tu l’avessi cantata in un modo che poteva ricordare lo Scialpi degli esordi, un modo sopra le righe e “sbagliato”, che però funzionava proprio per quella sorta di sovraccarico emotivo…
Assolutamente! Scialpi era in televisione quando io ero alle elementari, per cui “Rocking Rolling” e “No East, No West” me le ricordo bene. Però non era Scialpi il modello che avevo in mente per il cantato, forse più il primo Eros Ramazzotti. Poi sì, ho aggiunto quel coretto “uo-uo, uòuò” che forse un po’ Scialpi lo era. Ma l’obiettivo era fare una cosa che suonasse male: cioè, che suonasse bene nel suo suonare male. E, in generale, la regola dietro Cristalli Liquidi era che i pezzi dovessero essere registrati e terminati entro le 24 ore, un giorno di lavoro al massimo.

Il secondo pezzo che hai coverizzato era “Canzone Registrata” di Adriano Pappalardo, nel 2013. Pure qui una scelta molto raffinata, perché di Pappalardo tutti ricordano le robe trash, cantate a pieni polmoni. Tu invece hai pescato il suo oscurissimo album elettronico del 1983, “Oh! Era ora, dove tra l’altro alle tastiere c’era…
…c’era Lucio Battisti, esatto. E i testi sono quasi tutti di Pasquale Panella, che Battisti conobbe proprio in quell’occasione. Infatti io a quel pezzo ci sono arrivato proprio ricostruendo la storia della loro collaborazione. Quando ho iniziato ad ascoltare seriamente Battisti, ho capito subito che i dischi del suo ultimo periodo erano quelli che musicalmente mi interessavano di meno a causa degli arrangiamenti invecchiati malissimo, mentre ero completamente rapito dai testi, per cui ho iniziato a cercare tutto quello che aveva fatto Panella. Quando ho sentito “Caroline e l'uomo nero (Canzone registrata)” ho subito detto “uhmm”, perché fra l’altro il tema stesso della canzone non era così distante da “Volevi una hit”.

Quella cosa dei “dischi dell’anno scorso”?
Esatto, “Che fine hanno fatto / i dischi dell’altro anno?”. Dopo ancora, ho deciso di rifare “Incubo assoluto” degli Stadio. Anche qui un pezzo tutt’altro che conosciuto: testo di Freak Antoni, chitarroni quasi glam, molto poco italiano. Ecco: se vogliamo trovare un filo conduttore nei pezzi coverizzati da Cristalli Liquidi, direi che sono pezzi di cui non si capisce esattamente la provenienza, la datazione. Non sono quel genere di pezzi che per il suono, o per le cose che dicono, identificano subito un’epoca. Sono pezzi “new wave”, pur non rientrando nei canoni della new wave.

Be', gli Stadio decisamente no.
Non erano new wave nel senso etimologico, ma erano attenti a quello che succedeva, chiaramente ascoltavano molto più di quello che poi si sentiva dai loro dischi. Qui però sono di parte: a me i loro primi album piacciono molto. Erano power-pop se pensi agli Stadio del Festivalbar, quelli di “Generazione di fenomeni”, ma già se ascolti quelli della colonna sonora di “Acqua e sapone”...

Lì coi tastieroni si era quasi in territori chillwave, in effetti.
Il loro non è mai stato il classico suono pop italiano, quello dei Cocciante e dei Baglioni. Non erano difficili, ma non erano nemmeno banali, Prendi il loro terzo album, “Canzoni alla radio” del 1986, che poi è anche quello dove c’era “Incubo assoluto”: dentro c’è questo pezzo, “Giacche senza vento”, che al di là del titolo, bellissimo, è praticamente la versione italiana di “Steppin’ Out” di Joe Jackson.

Fin qui Cristalli Liquidi eri sempre tu, da solo, strumenti e voce?
Sì, ma più o meno è stato sempre così in tutto ciò che ho fatto da quando mi sono comprato il primo campionatore, soprattutto per una questione caratteriale: io sono piuttosto efficiente e preciso, voglio arrivare velocemente al risultato. La dimensione della band in cui devi tener conto delle esigenze di tutti, combinare gli orari per la sala prove, un po’ la soffro. A me piace applicarmi, studiare: due mesi di prove per fare una serata in un pub mi è sempre sembrato uno spreco di tempo ridicolo.

Ma il fatto di cantare è stato una roba di praticità oppure un’esigenza, come dire, “spirituale”?
Ma no, non avevo nessuno che cantasse, per cui a un certo punto ho deciso di provare. Ovviamente non ho una gran voce, ma va bene per le cose che faccio che non prevedono virtuosismi, ma un cantato molto monotono, quasi declamassi le parole dentro un megafono più che al microfono.

In effetti, c’è sempre qualcosa di marziale.
Che va benissimo, perché da un lato circoscrive tutto dentro un territorio in cui non si notano quei limiti vocali che obiettivamente ci sono, e dall’altro sposta l’attenzione sul testo, che per me è importante quanto il resto.

Una dichiarazione molto da cantautore.
Sì e no, perché poi a me va bene anche il testo che non significa nulla, dadaista, insondabile. Alla Pasquale Panella, appunto, dove spesso a vincere su tutto è il piacere del pronunciare la parola “pura”.

Poi a un certo punto te ne esci con “Questa insostenibile leggerezza dell’essere” di Antonello Venditti, che è una scelta decisamente meno oscura delle altre, e riprende anzi un momento estremamente trionfale del pop italiano metà anni ’90.
Per i 20/30enni di oggi non so quanto quella di Venditti sia ancora effettivamente percepita come “hit”, però sì: volevo vedere che sarebbe successo ad applicare il trattamento Cristalli Liquidi a un pezzo un po’ meno oscuro. Fra l’altro il testo di Venditti suonava quasi contemporaneo per come incasella gli hipster del 1986 nei loro tic e consumi: Milan Kundera, leggere la Repubblica, il Foro Italico, gli amori un po’ così. Avevo già scelto questo pezzo quando un giorno mi è arrivato un demo di certi miei amici catanesi, i Polosid, dove incredibilmente c’era una loro versione electro, quasi minimale, di quel brano, ma cantato in francese. Insomma, mi sono fatto mandare la loro base, ho fatto un paio di piccolissime modifiche, ho ricantato il pezzo in italiano, ed ecco: pronta in meno di 24 ore, come da regola dei Cristalli Liquidi.

È interessante, perché la versione tua/vostra è come se “tenesse a bada” la carica pop del pezzo originale.
Lo so, da un lato lo considero un fallimento, per quanto nobile, perché nella nostra versione quella che era una hit pop è diventato un pezzo con “qualcosa” di pop, ma in una cornice che per l’ascoltatore standard ha un che di inquietante, di sbagliato, anche se probabilmente lui nemmeno capisce di cosa si tratti.



(Foto di Annaviola Faresin)

Però come triangolazione è interessante: pop “sbagliato”, come il Negroni con l’ingrediente che in teoria non ci andrebbe.
Ma è il tipo di cosa che quando la senti negli altri la noti eccome, ed è fastidiosa. Pensa a certi vecchi cantanti anni ’80, quando cercano di risalire la china facendo il pezzo che “suoni” contemporaneo.

Vabbé, ma quello è un altro discorso. Diciamo che uno dei fili conduttori di Cristalli Liquidi è comunque la profondità. Arriverei a parlare di gravitas: nell’esposizione, nel suono, forse anche negli accordi.
Sì, sì, ma soprattutto c’è sempre dell’ironia e il gusto, o il gioco, di dire delle cose semplici in maniera complicata.

Il che ci riporta a Pasquale Panella, guarda caso. Con Panella a un certo punto vi siete sentiti, vero?
Siamo sporadicamente in contatto. Gli ho mandato la mia versione di “Canzone registrata”, e poi, forte dei complimenti ricevuti, gli ho mandato anche “Sciame”, che è la prima canzone di cui ho scritto anche il testo. Lui mi ha risposto con una lettera lunghissima.

Una lettera di carta, immagino.
(ride) No, in realtà era un'email. Anzi, un messaggio su Facebook! Lui all’epoca aveva un profilo su Facebook sotto falso nome, cosa che avevo scoperto un po’ per caso e un po’ facendo il detective tra varie fan page.

E che ti ha detto, in sintesi?
Mi ha detto cose tipo “vai avanti con la ricerca”, “non cercare il consenso”, ma in realtà provare a riassumerla è inutile, perché nel suo caso la forma vale quanto il contenuto, se non di più.

Da quello che dici, sembrerebbe ti abbia responsabilizzato rispetto a quello che avresti fatto da allora in avanti come artista.
Ha minato certe mie sicurezze, ma al tempo stesso ha risolto certe altre insicurezze che mi portavo dietro da sempre. È strano, perché pur senza conoscermi ha centrato un paio di cose molto “mie”.

E tu, per ricambiare, hai fatto la cover di “Tubinga”.
La cosa è iniziata quando un’etichetta di Firenze ha chiesto a me e Alexander Robotnick di partecipare a una compilation-tributo a Lucio Battisti, e noi abbiamo registrato “Fatti un pianto” (da “Don Giovanni”) e “Tubinga” dal suo ultimo album, “Hegel”.

Sperando che la vedova non si arrabbi.
Guarda, io sono totalmente dalla parte della Veronesi, che ha solo deciso di far rispettare quelle che erano le volontà del marito. Quelli che si stracciano le vesti  sulla storia di Battisti prigioniero della vedova cattiva non hanno capito nulla: la sua musica c’è, i dischi ci sono, vengono continuamente ristampati, si trovano.

Casomai il vero dramma è quell’orrore di copertina che hanno fatto per il cofanetto dei remaster che è uscito adesso.
Quell’operazione lì è allucinante. Il primo cofanetto dei cinque dischi bianchi era fantastico, lì a dire il vero la cosa l’aveva seguita un po’ anche Panella, ma questa operazione dei nastri rimasterizzati è proprio un’operazione sbagliata concettualmente, perché travisa l’intenzione originale del suono. Se Battisti in certi pezzi aveva deciso di seppellire la sua voce, perché devi tirarla fuori o farla sentire di più? No, è un’operazione scellerata messa in piedi unicamente per spremere ancora un po’ di più il limone.

Com’è che tu e Robotnick avete scelto “Tubinga”?
“Hegel” non è un album particolarmente amato dai battistiani: di certo nessuno tra loro lo considera il migliore tra i dischi dell’ultimo periodo. A me piace forse perché è quello più delirante come testi: c’è un pezzo che sembra “La Bamba”.

È anche un Battisti molto rigido, poco funky.
Ma quello è un problema di suoni invecchiati male, che poi se vuoi è un paradosso: senti certe produzioni house di Ron Hardy, i cui suoni sono invecchiati malissimo, eppure a riascoltarli oggi quei dischi ci sembrano il perfetto specchio di un’epoca. Perché?

Secondo me perché erano produzioni meno ambiziose, si accontentavano di essere funzionali alla pista da ballo, e non si vergognavano dei propri limiti.
Esatto, perché rispecchiavano la sottocultura dei club e perché era musica che nasceva povera, fatta da musicisti poveri per gente senza un soldo che infatti andava a ballare in locali che erano l’antitesi del glamour. Il problema è quando hai suoni poveri in produzioni che vorrebbero essere il top di gamma. Che poi non è neanche questo il problema di “Hegel”, perché i suoni che senti lì sopra erano comunque i più costosi che si potessero ottenere allora, il disco lo avevano registrato in Inghilterra, con un produttore inglese.

Quindi?
Ron Hardy era l’espressione dell’underground; “Hegel” era un alieno, un disco senza un mondo alle spalle che gli fornisse una validazione culturale. In questo senso, il lavoro che abbiamo fatto io e Robotnick su “Tubinga” è quasi quella di costruirgli un terreno dietro, dei riferimenti (nel nostro caso all’acid-house) in cui l’ascoltatore possa collocarlo. Non è un pezzo acid tout-court: per esempio, è cantato dall’inizio alla fine, e questo lo discosta dai canoni acid. Però riconosci il suono della 303, della batteria.

Per chiudere il cerchio; adesso ti toccherà mettere insieme una band e andare in giro a fare pezzi in italiano sul palco. Ti preoccupa cantare in pubblico?
Qualche settimana fa in un locale qui a Venezia c’era una serata tributo a Battisti aperta al pubblico, e alla fine, visto che avevano in repertorio anche il periodo di Panella, sono salito e ho cantato “Cosa succederà alla ragazza” accompagnato da una cover band. Così, per mettermi alla prova.

E come è andata?
Benino, dai. Non ho avuto troppa paura, per cui sì: penso di poterlo fare.

Se penso a un live dei Cristalli Liquidi, immagino una cosa molto triste, totalmente da tivù anni ’80: tu da solo su un piccolo palco con la tasterina e le basi...
Ti ringrazio, e in effetti è una possibilità, anche se sinceramente preferirei avere almeno un’altra persona sul palco.

Ma la band ideale per te sarebbe tipo un trio? Tu voce e tastiere, un bassista e un chitarrista?
No, a me piacerebbe cantare e basta. Al massimo cantare e suonare la chitarra. Le tastiere non servono, bastano le basi. Invece vorrei un batterista. Ah, sai che paragone è venuto fuori con i Cristalli Liquidi, proprio mentre si chiacchierava con dei promoter circa un possibile live? I Righeira...

Cavolo, fa un po’ paura a sentirlo dire, però capisco il punto, e non è assolutamente una brutta cosa se superi lo choc iniziale del paragone.
Sì, al di là delle hit da spiaggia che conoscono tutti, loro avevano pure pezzi come “Balla Marinetti”.

Dentro gli album ci sono sepolti dei pezzi totalmente dimenticati, anzi, probabilmente mai ascoltati, che sono oggettivamente molto strani, molto storti e interessanti.
Sì, però...

Però tu volevi essere Celso Valli. Il Celso Valli periodo “Nell’aria” di Marcella Bella.
Ma pure periodo Tantra, quando programmava l’arpeggiatore e ci schiaffava sopra l’orchestra a fare le scale indiane... comunque no, non è che volevo essere Celso Valli, figurati, però c’è stato un momento, pochi anni fa, in cui qualsiasi cosa facessi o mi succedesse, c’era sempre, invariabilmente qualcosa che mi rimandava a Celso Valli.

Idea! Hai controllato se gli altri Tantra, a parte Celso Valli, siano per caso ancora in circolazione? Potresti mettere in piedi il super-gruppo disco transgenerazionale definitivo.
Purtroppo erano un progetto di studio del solo Celso, un po’ come Cristalli Liquidi, ma grazie per il consiglio.

 

Tag: dj intervista

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