Campos

La linea sottile che unisce il folk americano, l'elettronica europea e la provincia italiana Intervista

Foto di Laura Gianetti - Foto di Laura Gianetti -
20/04/2017

Campos è un trio composto da Simone (voce e chitarra, ex Criminal Jokers) Dhari (basso) e Davide (elettronica). Una formazione atipica se si parla di folk e blues, che è il loro territorio d'azione prediletto. Musica malinconica ma anche stridente la loro, una palude limacciosa da cui spunta, cristallina, una rara classe di scrittura e arrangiamento dei pezzi. 

Il loro primo album contiene 12 tracce molto intense, in bilico tra la musica tradizionale americana e il pop europeo, che starebbero bene nella colonna sonora della prima, indimenticabile stagione di True Detective. Li abbiamo intervistati in vista del loro live al MI AMI 2017, giovedì 25 maggio sul palco Raffles Milano.

Come avete messo su la band?
Simone e Davide vengono entrambi da Pisa e si conoscevano anche prima di suonare assieme, anche se le influenze e gli ascolti erano molto diversi tra di loro, ma hanno deciso di mettere insieme le loro conoscenze per ampliare i propri orizzonti musicali. Quando Simone si è trasferito a Berlino ha conosciuto Dhari, che è entrata nella band come bassista. Ora che il trio era composto, serviva un nome e abbiamo anche pensato a Viva, che poi ha dato il nome all'album. Abbiamo scelto Campos.

Perché?
Per il portiere messicano Jorge Campos e le sue straordinarie divise, che disegnava personalmente e indossava durante le partite. Abbiamo anche usato uno dei suoi temi grafici come immagine di copertina dell'album. Ci piaceva il contrasto tra la geometria rigorosa del disegno e i colori sgargianti utilizzati. Ci ricordava un po' la nostra musica che mischia l'acustica con l'elettronica.

Ecco, parliamo di musica. Come mai avete scelto l'inglese, in un periodo in cui funziona bene il cantautorato in italiano?
Semplicemente perché il gruppo è nato a Berlino, dove l'inglese è la lingua più facile da parlare, dopo il tedesco e il turco. Ci è sembrato più opportuno, vivendo in un ambiente multiculturale. Le canzoni in questo disco non si concentrano troppo sul significato delle parole ma sul loro suono, sulla voce come strumento. Quante volte ci piacciono dei pezzi di cui non capiamo le parole? Eppure hanno una forza emotiva incredibile.

In "Viva", il vostro primo disco, la componente folk americana è evidente, anche se mediata dall'elettronica, che rende la formula più innovativa. 
Avevamo in mente l'idea di dare una forma stilistica particolare, che accomunasse tutte le canzoni. Abbiamo lavorato molto sui suoni elettronici, per mischiarli in maniera più omogenea possibile coi suoni acustici. La componente folk americana c'è senz'altro, ma non è l'aspetto su cui abbiamo lavorato di più, quella è venuta naturale e comunque le melodie all'interno delle canzoni possono essere riconducibili ad altre tradizioni musicali. C'è voluto un bel po' prima di trovare un risultato che fosse condiviso da tutti e ancora oggi qualche dubbio c'è rimasto.

Vi siete esibiti spesso come apertura nel tour di Motta. Cosa portate con voi di questa esperienza?
È stata molto bella, abbiamo avuto la fortuna di suonare su palchi importanti e lavorare insieme a persone davvero in gamba. Un'esperienza che ci ha arricchito sa come band che come singole persone e poi ci siamo molto divertiti. Ci rimarrà nel cuore.

Ci sono altre band con cui vorreste assolutamente andare in tour insieme?
Tra passato e presente? Ci vengono in mente i Talking Heads, Franco Battiato, Renato Carosone e Kendrick Lamar!

Pensavo Mark Lanegan, visto che alcuni vostri pezzi ricordano i suoi lavori solisti.
Se dobbiamo essere onesti, non siamo suoi fan sfegatati.

Cosa dobbiamo aspettarci dal vostro live?
Rilassatevi ma non troppo.

 

Tag: intervista

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