Caponetti vuole arrivare in Serie A con il suo "pop postumo"

Claudio è nel giro da parecchio, dopo essere andato in fissa con i Red Hot da ragazzino. Ma dopo un ep di cui non va particolarmente fiero e il lavoro da autore per altri artisti, cerca il grande salto tra i big (come il suo amato Ascoli) con "Maddai"

Caponetti sulla spiaggia del Conero, foto press
Caponetti sulla spiaggia del Conero, foto press

Claudio Caponetti, dopo vari tentativi, nel 2015, segna il suo esordio con un ep intitolato Tutti contro tutti, un buco nell’acqua, come da lui stesso ammesso, vittima del caos, della moltitudine di idee che frullavano per la testa del giovane marchigiano senza riuscire a prender forma.

Con Un buon Motivo trionfa all’edizione del 2017 di Genova per voi, nel frattempo diventa autore per una delle più importanti case discografiche italiane, la Universal, ma il suo stile troppo personale, ai limiti dello strampalato, mal si calza sulle voci degli artisti cui presta la parole. L’etichetta non smette di credere in Claudio, riconoscendogli un grande talento compositivo, una penna così intima da poter essere eseguita esclusivamente dal suo interprete.

Dopo un coma durato tre giorni e una delusione cocente come l’eliminazione della nazionale dai mondiali in Corea, Caponetti (Carosello) ha finalmente trovato il suo habitat ideale, ed ora è pronto a giocarsi le sue chance per rimanere nella massima serie. Con Maddai abbiamo ricevuto una piacevole smentita.

Chi è Claudio Caponetti. Com’è arrivato a far musica?

Di base volevo fare il calciatore, ma a dieci anni ho avuto un incidente, sono stato investito mentre andavo in bici rimanendo in coma tre giorni. Quest’avvenimento mi ha cambiato tutta la vita. Fino alle medie non ho potuto nemmeno partecipare alle lezioni di educazione fisica. Può sembrare romanzato, la realtà che dopo il come mi sono veramente “risvegliato”. Avevo capito non sarei mai diventato un calciatore. Era il 99, i Red Hot Chili Peppers stavano pubblicizzando Californication in Italia. Quando tornai a casa dall’ospedale mia madre accese il televisore e su Rai 3 c’erano questi musicisti matti completamente nudi. Sono entrato in fissa con la chitarra. A ventitre anni ho prodotto il mio primo ep casalingo, con risultati evidentemente scarsi, e poi sono riuscito a diventare autore per la Universal. Ed ora eccoci qua.

Hai uno stile molto personale, come riuscivi a immedesimarti nella testa di un altro interprete?

Non ci riuscivo. Mi sono sempre approcciato a una canzone in prima persona, se così si può dire, infatti come autore non ho avuto successo. È stato il mio stesso editore a spingermi verso Carosello. Insomma, alla Universal mi avevano riconosciuto un certo “talento” nella scrittura, ma le mie strofe evidentemente vestivano bene solo al sottoscritto.

Il tuo primo ep, Tutti contro tutti, non era stato recensito benissimo su Rockit...

Non è un album di cui vado fiero, allo stesso tempo è stata un’esperienza formativa. Ho voluto registrare tutti gli strumenti in prima persona, in casa, con la scrittura dell’epoca che, effettivamente, risultava un po’ nebulosa anche per il sottoscritto. Avevo riposto molta speranza nel vostro giudizio, quando uscì Tutti contro tutti avevo appena deciso di comunicare a mio padre, un uomo molto austero, che volevo mollare tutto per fare il musicista. Alla fine vi devo ringraziare, l’unica recensione uscita è stata propria la vostra. E mi avete tagliato le gambe. Il senso generale di questo’album è un messaggio di speranza. Maddai è il risultato di una serie di fallimenti, umani e musicali, tutto quello che ho passato, l’eliminazione dell’Italia dai mondiali in Corea, la recensione dei tuoi colleghi.

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Sono passati cinque anni dal tuo debutto, a cosa è dovuto questo tuo miglioramento?

Non penso di essere il primo autore che usa la scrittura come terapia. Trascrivere le proprie emozioni, le proprie paure, aiuta a esorcizzarle. L’aspetto più importante dello scrivere canzoni è conoscere se stessi, più si matura più ci si conosce ed è logico che anche i testi assumano chiarezza. Arrivare a decodificare un sentimento che prima, come direbbe Tiziano Ferro, “non mi sapevo spiegare”. Non è che abbia imparato, ma riesco a capire un po’ di più quel che provo. Nel corso degli anni ho sempre studiato musica, credo d’esser progredito anche sul piano melodico. Sono tre treni che viaggiano contemporaneamente: quello emotivo, quello compositivo e quello musicale. E adesso deragliano un po’ meno.

Immagino che un ruolo fondamentale l’abbiano svolto l’etichetta e un produttore esperto come Katoo.

Il mio più grande pregio è l’umiltà di ammettere di sbagliare. Per come volevo registrare l’album farlo da solo sarebbe stato impossibile. Lo testimonia il primo ep. In quest’ottica l’etichetta è stata fondamentale. Abbiamo chiamato musicisti professionisti per registrare le parti di piano che io non riuscivo a rendere con “quel tocco”. Grazie a Carosello siamo potuti andare in Veneto a registrare in questo studio che straripava di strumenti vintage: alcuni pezzi sono dichiaratamente citazionistici (come Ascoli FC nei confronti dei Beatles), ci servivano strumenti dell’epoca per rendere determinate atmosfere. Francesco, poi, oltre ad essere un professionista con un orecchio incredibile è anche un amico, è riuscito a capire da dove vengo e dove volevo arrivare. Ci siamo divertiti, penso nel disco si percepisca. È un ep giocoso, nel vero senso nella parola, in Google Maps suoniamo uno xilofono per bambini.

Katoo è il produttore di Tommaso Paradiso. Nella tua biografia definisci la tua musica post pop, un genere che, almeno in Italia, possiamo fare convergere nel calderone denominato itpop. Non hai paura di ricalcare troppi cliché del nuovo cantautorato?

Sì, ci ho riflettuto parecchio, ma ho questa visione: se una persona rimane integra con i suoi gusti non si pone problema. Io mi sento coerente con me stesso, nel senso che a me l’album piace, mi piace perché mi rispecchia. Lo sento mio. Questo ep non credo racchiuda solo la mia storia emotiva, ma anche i mie gusti musicali, se dovessero assomigliare a quelli di un altro artista, ben venga. La definizione di post pop è stata proprio una battuta, volevo fare pop, ma, come possono testimoniare i risultati, non ci riuscivo. Per questo ho pensato il mio pop fosse postumo. È postumo perché è arrivato con un album di ritardo.

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In un angolo della copertina si scorge una scritta giapponese, cosa rappresenta?

Dovresti chiederlo a un giapponese. Dico davvero, l’ho fatta io, ma mi sono limitato a ricopiare quello che è uscito su Google Traslate scrivendo “maddai”. Potrebbe anche esserci scritto “galline in brodo”. Se scrivevo “ma” e “dai” staccato usciva un ideogramma completamente diverso. Maddai in realtà non è neanche una parola.

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L'articolo Caponetti vuole arrivare in Serie A con il suo "pop postumo" di Marco Beltramelli è apparso su Rockit.it il 2020-09-25 17:05:00

Tag: album

COMMENTI (1)

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  • therealmarco 2 anni Rispondi

    Cavolo! Un clone di Calcutta... e per di più ricoperto di melassa!