Cara - La malinconia sotto la superficie Intervista

Cara RespiraCara Respira
11/05/2016 di

Daniela Resconi, in arte Cara, ci aveva colpiti lo scorso anno con il suo ep "Non guardarmi", tanto che si era ritagliato un posto tra i 50 dischi dell'anno di Rockit, portando la sua autrice dritta tra le nuove cantautrici da tenere d'occhio. Il nuovo album "Respira" non ha per nulla tradito le attese: un rock scuro e spesso malinconico e soprattutto molto sensuale. In attesa di vederla dal vivo al MI AMI Festival (compri qui le prevendite), dove si esibirà venerdì 27 maggio, le abbiamo fatto qualche domanda.

Da dove viene il nome Cara? (E sai che questa parola così semplice rende difficile trovarti su internet?)
Il nome Cara è saltato fuori un giorno mentre guardavo non ricordo bene quale film, forse “Il bandito delle 11”, per assonanza con il cognome dell’attrice Anna Karina. L’ho sentito subito mio. All’inizio avevo valutato l’idea di utilizzare Cara in un nome composto ma poi mi suonava così bene da solo che ho voluto tenerlo a tutti i costi. Anche se rende difficile trovarmi su internet. Sì,lo so.

Hai definito l'album “un gigantesco mea culpa”. In che senso?
Nel senso che in qualche modo attraverso i miei brani provo a tirare fuori degli aspetti di me, forse - più in generale - della vita che non mi piacciono. Non potendo cambiarli fino in fondo, svelarli nelle canzoni mi aiuta a esorcizzarli. E alla fine questo “gigantesco mea culpa” si trasforma in sollievo: è un processo terapeutico.

Nel disco sono presenti tre canzoni del precedente ep, e l'impressione è che quei sentimenti e atmosfere fossero un primo passo verso un'immersione in luoghi ancora più profondi, personali, anche più oscuri. 
In realtà la maggior parte dei brani sono stati concepiti più o meno nello stesso periodo. L’irrequietudine che emerge è la stessa, ma nel nuovo disco a tratti si aprono anche spiragli più morbidi e luminosi, penso ad esempio a due pezzi come “Resa” o “Regina”.



Le tue canzoni sembrano venire da un'ispirazione molto intima e introspettiva, allo stesso tempo la produzione e gli arrangiamenti sono curati e forti: quando scrivi hai già chiaro il “vestito” del brano oppure è un processo successivo?
Quando scrivo un brano, di solito, è come se fosse già li e si srotolasse pian piano. È proprio questa la sensazione. Nel corso di questo processo comincio ad interpretarlo e capire dove vuole andare a parare. Quando tutto diventa chiaro, cerco di metterlo giù nella maniera più completa che posso, nei limiti delle mie possibilità. In studio quindi arrivo con dei provini che hanno già una loro identità forte. Vengono poi rifiniti nei suoni e nei colori in fase di registrazione.

L'inquietudine è decisamente il sentimento dominante nell'album, ti definiresti come uno di quegli autori genere “perché scrivi solo cose tristi? Perché quando sono felice esco”? Oppure riesci a scrivere anche quando stai bene?
A dire il vero non mi sono mai posta il problema. Posso tranquillamente scrivere una canzone anche quando sono serena ma ci sarà sempre un velo di malinconia sotto la superficie. In un modo o nell’altro si intrufola sempre. Penso faccia parte di me.

A proposito di introspezione, le canzoni sono tutte in prima persona, a parte “Devi fare come noi” e “Big bang”, in cui c'è una prima persona plurale. Chi è questo “noi”?
Non ho la presunzione di essere speciale, soprattutto nei miei stati d’animo. Navighiamo tutti nelle stesse acque. Dunque ci sarà qualcuno che mi capisce. Qualcuno irrequieto come me, con i miei stessi desideri e le mie stesse paure. Immagino che questo qualcuno faccia parte del “noi” e spero si possa sentire parte del “noi”.



Un'altra cosa da cui sembra venir fuori la tua musica sono i contrasti, e la ricerca di un equilibrio fra gli stessi: per esempio, il titolo “Respira” si scontra un po' con le atmosfere claustrofobiche di molti brani, oppure certi versi come “non guardarmi / non parlarmi di te” sembrano voler dire il contrario di quello che affermano. È così? C'è una sorta di lotta interna alle canzoni?
In effetti è così. Io stessa sono una persona piena di contraddizioni. Ma penso che proprio nei contrasti, negli scontri e nelle passioni che bruciano, nei “big bang” di tutti i giorni, si nascondano le emozioni più belle e pure.

Sei stata inserita da Rockit fra le dieci nuove cantautrici da tenere d'occhio. Ne avresti segnalata qualcun'altra? 
Ho l’impressione che le musiciste italiane si stiano ritagliando, via via, uno spazio sempre più importante. Anche se non mi piace fare un’analisi di questo tipo perché parte dal presupposto che le donne nel mercato musicale, indipendente quanto mainstream, siano una minoranza o meno considerate. 

A proposito di scene: ti hanno definita “la nuova dea della scena bresciana”, esiste una scena bresciana, e se sì cosa sta facendo? 
È stata una definizione che in parte mi ha lusingato e in parte mi ha fatto sorridere. Non l’ho presa troppo sul serio. La scena bresciana? Esiste, anche se c’è meno fermento rispetto a qualche anno fa. Personalmente me ne sento parte solo fino a un certo punto, preferisco rimanere estranea a certe dinamiche, tirare dritto per la mia strada. E poi, in verità, sono di Cremona...

Tag: mi ami

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