Colle Der Fomento / intervista

Essere contro da una vita: i Colle Der Fomento raccontano il nuovo album "Adversus"

I Colle Der Fomento raccontano "Adversus", il loro nuovo album in uscita oggi.
16/11/2018 11:30

Se provi a chiedere ai Colle Der Fomento cosa hanno fatto in questi ultimi 11 anni, quelli che separano l’uscita di “Adversus” dal loro ultimo lavoro in studio, “Anima e Ghiaccio”, del 2007, rispondono sorridendo “Siamo andati a letto presto”. È una citazione di “C’era una volta in America” di Sergio Leone, che delimita ancora una volta il territorio, per loro familiare, del gusto per un certo tipo di cinema. Del resto, se ci si ferma alle uscite discografiche, il decennio trascorso tra questo disco e il precedente è davvero un tempo lungo. Ma se si conoscono un po’ Danno e Masito, è facile accorgersi che il Colle non ha mai fatto perdere le proprie tracce mediante featuring e collaborazioni in numerosi dischi rap usciti negli ultimi anni, e soprattutto attraverso una intensa e ininterrotta attività live, nella formazione classica o in quella del super-gruppo Good Old Boys, a dimostrazione di quanto sia robusto il legame tra la band e il proprio pubblico. “Adversus” però non è soltanto un disco molto atteso da una fanbase rimasta fedele nel tempo, ma un lavoro complesso e ispirato che può stimolare l’interesse di ascoltatori non necessariamente appassionati di rap. 

Quale è stato il percorso che ha portato ad “Adversus”? Nel 2013, quando è uscito il video di “Sergio Leone”, si aveva l’impressione che di lì a poco l’album avrebbe visto la luce.
Danno: In realtà “Sergio Leone” rappresenta un po’ il punto di partenza. In quel periodo avevamo solo alcuni dei pezzi che oggi compongono “Adversus”: “Sergio Leone”, appunto, ma anche “Nulla Virtus” e “Cuore più Cervello”, che originariamente sono nati come pezzi da solista di Masito. Avevamo in testa alcuni titoli e un minimo di direzione, che col tempo però è cambiata. Più andavamo avanti più ci rendevamo conto che avevamo l’esigenza di provare a fare qualcosa di diverso, perché siamo cresciuti e cambiati noi per primi. Ho sempre l’animo dell’mc da battaglia, ma magari non mi interessa più scrivere cose come “Prova Microfono”, almeno non con l’urgenza che potevo avere a 25 anni.

Masito: Sono cambiate moltissime cose in questi dieci anni. La stessa scena sembrava morta ed è risorta almeno tre volte. Quelli dell’età nostra hanno perso un po’ gli stimoli, i punti di riferimento, e anche nel trovare l’ispirazione sai che è difficile rapportarti a qualcosa. Noi siamo un gruppo che non somiglia al rap americano, non somiglia al rap italiano, facciamo genere quasi a parte, e forse è per questo che non vedi mai la fine di quello che stai facendo.

Dopo molti anni avete scelto di lavorare con un solo produttore, Dj Craim. Com’è stato confrontarsi con lui e come avete deciso di affidargli il suono del disco?
D: Per molto tempo ci è mancata la figura di chi curasse la parte musicale facendo parte del gruppo, che si sentisse coinvolto in tutto il processo creativo, e non soltanto dandoci una base ogni tanto. Il ruolo che fino a “Scienza Doppia H” aveva Ice One. Con Lorenzo (Craim, ndr) abbiamo in parte recuperato quel tipo di figura. Ogni pezzo è stato costruito in tre, c’è sempre stato un confronto.

M: Craim non è solo un dj ma una persona capace di intervenire a trecentosessanta gradi, suggerendo, proponendo, partecipando. È innamorato di questa cosa, gli piace, lui si diverte, noi ci divertiamo e la cosa gira bene. Di certo non è uno che ti dà un beat e dice “facci quello che vuoi”. Prima di iniziare a lavorare con Lorenzo avevamo ricevuto basi molto belle da producer diversi. Il rischio però era di fare un album troppo eterogeneo, alla “Anima e Ghiaccio”. Con Lorenzo è stato diverso fin dall’inizio: innanzitutto abbiamo suonato moltissime volte insieme con il progetto Good Old Boys, e quindi abbiamo imparato a conoscerci, oltre che personalmente, proprio da un punto di vista pratico e artistico. Questo ci ha consentito di poter sperimentare insieme a lui, di provare qualche base più moderna che da soli non avremmo mai cercato. Abbiamo fatto un passo in più.

Il risultato è un album estremamente omogeneo nel tipo di sonorità.
D: Siamo partiti dal desiderio di trovare un suono unico che fosse un punto di partenza. Abbiamo parlato molto con Lorenzo del sound che avrebbe dovuto avere il nuovo disco: maturo ma al tempo stesso hip hop, batterie sporche, suoni grossi, importanti. Ci siamo confrontati per molto tempo con lui per cercare di costruire un’idea comune, un disegno. Avevamo bisogno di qualcuno che avesse le idee chiare: noi l’avevamo sui testi ma non potevamo averla sulla musica. Craim ha capito come siamo fatti e ha pensato a un certo tipo di vestito che, con il tempo, ha fatto in modo che i pezzi avessero una loro coerenza.

M: In più abbiamo raggiunto una cosa che nella musica è difficile: parlare la stessa lingua. Spesso abbiamo detto a Craim cose senza molto senso logico, spiegazioni più filosofiche che pratiche, con esempi strani, da cui lui è stato in grado di tirare fuori esattamente quello di cui avevamo bisogno. Fondamentale è stato poi l’apporto di Squarta, che ha curato il missaggio e il mastering. Con lui c’è stato uno scambio continuo, sincero, che ci ha consentito di avere un altro punto di vista che è stato assolutamente necessario. Lui e Craim sono stati dei veri e propri coach musicali e in studio si è creato un bel clima, molto amichevole, molto rilassato.

In due brani ci sono i contributi di Little Tony Negri e Bassi Maestro.
M: “Sergio Leone” e “Nostargia” sono tra i primi pezzi che abbiamo scritto, prima di decidere di lavorare con un unico produttore. Le basi di Little Tony Negri e di Bassi Maestro però si sposano alla perfezione con il resto dell’album perché hanno lo stesso tipo di sonorità.

(foto di Daniele Peruzzi)

Quello che colpisce da un punto di vista musicale è che si tratta di un album molto “suonato”.
D: Abbiamo voluto dare una pasta molto musicale. L’idea è stata quella di usare i campioni dando l’impressione che gli strumenti siano davvero suonati, che per noi significa affrontare generi musicali diversi attraverso una chiave hip hop. Oltre alla tromba di Roy Paci su “Polvere”, ci sono degli interventi di chitarra e basso, che a loro volta sono stati ri-campionati. In assoluto è il nostro disco con più musica. La chitarra è suonata da Andrea De Nigris, un nostro amico musicista che è stato molto disponibile e curioso di muoversi in terreni per lui nuovi. Il bassista invece è Gabbo dei Cor Veleno.

M: In passato abbiamo sempre avuto dei riferimenti netti dall’America, dai Mobb Deep, al Wu Tang, ai Company Flow, eccetera. Oggi tutti questi legami sono saltati e le cose nuove, alla Kendrick Lamar, sono sicuramente affascinanti, ma non la sentiamo come roba nostra. Anche per questo abbiamo deciso di andare a pescare nella musica, nel senso più ampio del termine. Sarebbe stato bello avere un riferimento nel rap di oggi, ma non ce l’abbiamo.

Il disco ha spunti e soluzioni diverse tra loro, pur restando molto coerente nel complesso.
D: L’album ha preso forma mano a mano che chiudevamo i pezzi. Anche se non avevamo ancora un’idea precisa del quadro completo, era come se ogni canzone nuova che finivamo fosse la tessera di un mosaico che ti faceva capire quale poteva essere il pezzo che mancava. Così ci siamo accorti che alcune cose, registrate all’inizio e su cui avevamo dei dubbi, a un certo punto del lavoro hanno ripreso senso nell’ottica del tutto, dando un colore, una sfumatura in più. Per questo “Adversus” è un disco da considerare come un corpo unico, non solo come un insieme di pezzi.

M: Questo ci ha portato anche a scartare canzoni o idee perché non combaciavano con il disegno comune del disco, o perché avevamo già espresso alcuni concetti in altri brani. Poi è anche un po’ una magia, non è che abbiamo deciso tutte queste cose a tavolino, piano piano sono venute fuori. Non sempre riesci a controllare le redini, a volte una cosa esce e basta, e alla fine è tornato tutto.

“Adversus” significa “contro” ed è un titolo che rispecchia il vostro approccio e le scelte che avete fatto nel corso della vostra carriera.
D: L’idea è quella di una sorta di trilogia del conflitto e tutto il disco gira intorno a questo concetto: contro quello che c’è fuori e che non ci piace, contro quello che non ci piace di noi stessi, il nemico che abbiamo dentro, e contro il tempo che scorre inesorabile e che a un certo punto ti accorgi essere limitato. Adversus è una parola da guerra, ma allo stesso tempo ha a che fare col destino e con i tempi in cui viviamo, in cui c’è sempre uno scontro tra qualcosa e qualcos’altro. Allo stesso tempo è un titolo che rispecchia la nostra storia: nella nostra carriera abbiamo fatto determinate scelte, abbiamo deciso di essere “contro”, di essere “adversus”. Ma quando è una vita che decidi di non allinearti al mainstream, di andare a modo tuo contro, c’è anche l’aspetto di quanto si fa fatica, di quanto costa. Avremmo potuto fare scelte differenti, cercare di guadagnare o tranquillamente fregarcene, ma abbiamo deciso di dare un senso alla vita con questa roba. Secondo me nel disco si percepisce una voglia di battaglia, ma anche tutta la fatica che costa ogni volta.

M: Per noi non è “vale tudo” pur di prendere un cachet, non è mai stato così. Non siamo dei mestieranti, fin dall’adolescenza abbiamo fatto battaglie per fare qualcosa che fosse lontano dalla massa, e in questo senso ci ha sicuramente influenzato la scena punk-hardcore degli anni ‘90 e la sua integrità nelle scelte. Oggi è la massa a essere arrivata nel nostro genere di nicchia e va bene: noi però facciamo le cose in un’altra maniera. Non vogliamo insegnare a nessuno come fare il rap: il nostro disco può fare solo da esempio di come si possa fare questa cosa in un modo diverso, sia come modus operandi che come risultato finale.

Nella copertina del disco appare una maschera da samurai giapponese. Qual è il concetto alla base di questo simbolo?
M: Cercavamo un’immagine che riuscisse a comunicare questo senso di conflitto. Le cosiddette mempo venivano messe sotto gli elmi dei samurai per spaventare il nemico, ma anche per coprirne la faccia. Gli occhi veri di una persona in certi momenti possono cedere e mostrare emozioni, con la maschera invece c’è un’immagine sempre rabbiosa, statuaria, perfetta. La maschera che abbiamo scelto ci piaceva proprio perché ha un’espressione molto umana, quasi surreale, teatrale e sembra rappresentare il volto di un condottiero che si sta per lanciare nella battaglia, come un urlo di guerra.

D: Il disco comincia con la guerra, e quindi la maschera ce la mettiamo, addirittura ci rimettiamo la nostra maschera da guerra perché siamo tornati. Ma non c’è solo quello, perché le battaglie un po’ le vinci e un po’ le perdi, e ogni battaglia persa è una cicatrice, una lezione da cui si impara tanto. Per tutti questi anni ci avete sempre visto con l’armatura addosso, avete visto Danno e Masito. Da un certo punto in poi però, nel disco, la maschera si rompe perché non ne abbiamo più bisogno, e dietro Danno e Masito vedi Simone e Massimiliano, due esseri umani con la loro vita e le loro storie.

Il risultato del “togliersi la maschera” è che probabilmente questo è l’album in cui vi siete più messi a nudo a livello personale.
M: In questo disco raccontiamo anche cose personali e lo facciamo con una consapevolezza maggiore rispetto al passato, forse perché siamo cresciuti e siamo giunti a delle conclusioni che prima non eravamo in grado di comprendere fino in fondo. Spesso si cercano parole complicate per dire cose semplici: in questo disco abbiamo semplificato quella confusione che avevamo in testa.

D: Ci tenevamo che la maschera in copertina fosse vera, e per questo abbiamo fatto fare una riproduzione dell’immagine che volevamo usare. La copertina, così come il disco, doveva essere una cosa concreta, materica, quindi non evanescente, futile. Non effetti speciali caricati coi plug-in, ma effetti di mani che toccano corde di strumenti. Abbiamo un approccio molto concreto alle nostre passioni, a partire dal disco in vinile, che rispetto alla musica digitale si tocca, si impolvera. Masito ha un passato da writer, da persona che ha a che fare con la vernice, che torna a casa coi vestiti sporchi, e quello che fa oggi, la calligrafia, la fa intingendo veri pennelli in vere vernici, dove il passaggio di una mano, il peso di un braccio conta. Più che chiuderci in studio a sfornare canzoni ci piace stare su un palco a stringere il microfono, con il suono concreto e a volte brutto di una cassa spia mezza rotta, a toccare le assi del palco, a toccare la gente, a sudare. Tutto questo traspare nel disco, è tutto fatto di elementi che puoi quasi sentire fisicamente.

Qual è la “lunga guerra” che raccontate? La vostra vita? La vostra carriera?
M: Per quello che mi riguarda è la vita, e i limiti, che non ti fanno essere te stesso in pieno. Spesso succede di subire delle cose anche solo mentali, che immagini tu. Vero o inventato che sia ognuno ha il suo dramma, una guerra quotidiana di piccole cose. Per tanti il rap è un gioco, per alcuni è un business: per noi è stato un sacco di cose e ora è tutto quello che abbiamo, una roba personale, nostra. E difendere questa roba è la nostra guerra.

D: Questo disco, durato oltre dieci anni, è una lunga, lunghissima guerra. Ma per me ogni live è una guerra: può essere una guerra perché non so dove sto andando a suonare, o perché magari parto da casa pensando che non ce la farò, perché sono paranoico, sono ipocondriaco. Allora la storia di una lunga guerra è questo, un nemico che hai dentro che ti vuole uccidere ogni mattina, che ti dice che non ce la farai, che stai morendo e che se gli dai troppo retta cominci a morire veramente. E per combatterlo bisogna andare in guerra. Non ho problemi a dire che in questo disco si affrontano temi come la malattia, la depressione, la paranoia, l’ansia. Sono cose contro cui devi combattere ogni giorno.

Una tensione continua che diventa quasi necessaria, quindi.
M: Questo nostro essere tribolati fa sì che poi sul palco abbiamo una tensione emotiva che ci fa dare il massimo, e il concerto vive delle emozioni che noi ci portiamo dentro, una rivincita con la vita. Ci sono delle cose che abbiamo in testa che non siamo riusciti a mettere giù, ad acchiappare per trasformarle nelle giuste parole. E questo è sempre un nuovo stimolo, avere sempre il desiderio di imparare, ancora oggi. Dobbiamo onorare questa cosa del rap anche per Primo, per Giaime, per Crash Kid, per tutta una serie di persone di cui conserviamo la memoria. È una cosa che sentiamo molto chiaramente dentro di noi.

D: Abbiamo cercato di fare in modo che la nostra storia fosse poi anche la storia di altri, fosse la storia di persone che ci sono vicine, come i nostri familiari, di cui a volte parliamo nei pezzi. Più cresci e più ti rivolgi dentro agli altri che ti hanno segnato, e in qualche modo volevamo parlare di quelle persone che hanno lasciato un’impronta molto forte dentro noi.

(Foto di Daniele Peruzzi)

“Noodles” prende il nome da uno dei personaggi di “C’era una volta in America”: il rapporto tra la vostra musica e il cinema, in particolare quello di Sergio Leone, sembra essere in continua evoluzione.
D: Le citazioni ci servono da sempre per trovare quel punto di contatto in più con l’ascoltatore, creare un interesse in comune delimitando un immaginario, perché il cinema è molto visivo. Personalmente mi piace il rap cinematografico, come quello di Method Man che a volte scade nella fiction più pura, e mi appassionano le storie. Dal punto di vista della scrittura non siamo estremamente cinematografici, ma più astratti, in un modo che abbiamo ritrovato spesso nei cantautori come Lucio Dalla: quello di modellare il significato a seconda di cosa ti serve, vedere lo stesso punto da diverse angolature e poterlo così condividere. Ognuno ci troverà il suo senso, non c’è bisogno di essere didascalici.

M: In questo ci influenza molto anche il rap americano, tutto quello che abbiamo ascoltato. Anche se da ragazzino capivo male l’inglese, costruivo nella mia testa una storia sulla base di quello che capivo, e magari non era neanche quella che si raccontava nel pezzo.

Nel disco ci sono appunto citazioni e riferimenti a Dalla, De André, De Gregori: è il segno che il rap in Italia raccoglie l’eredità dei cantautori?
D:
Per chi sa raccogliere e per chi ha voglia di fare un certo tipo di rap sicuramente sì perché, come succedeva per i cantautori, il rap è una musica che pone l’enfasi sul testo. E come i cantautori, noi siamo autori dei nostri testi. Del resto è una cosa che non succede solo con il rap, oggi siamo pieni anche di cantautori veri e propri.

M: In qualunque campo bisogna seguire chi è più bravo, vale nella pesca, dove se vuoi imparare segui il pescatore più bravo, così come nella musica. Qui si parla di parole: per la mia esperienza, alcuni cantautori italiani ci hanno dato il pane, così come molte cose che abbiamo letto, Pasolini su tutti.

In “Eppure sono qui” c’è una forte rivendicazione di identità. Sono passati diversi anni, ne sono successe tante, eppure voi rimanete al vostro posto.
M:
Sì, il senso è quello: nonostante sia cambiato tutto questa formula funziona ancora. È una cosa che vedi sul palco ed è quello che poi effettivamente conta. Dentro uno studio puoi fare il disco che vuoi, ma poi è dal vivo che c’è la prova del nove, e se questa cosa ancora funziona dal vivo è perché abbiamo ancora voglia di farla e ancora ci divertiamo. Non puoi farlo per mestiere, non puoi farlo per notorietà e basta: se non ce l’hai, o non ce l’hai più, è inutile andare avanti.

D: Nel testo diciamo “Come se fosse facile perdere”, perché è vero che guadagniamo dalle sconfitte, ma perdere, subire una batosta, non è mai facile. Oggi non dobbiamo più dimostrare nulla come quando eravamo ragazzini, piuttosto entriamo quasi in una posizione di difesa. Difenderti dal tempo che passa, dal mondo che ti cambia intorno e che cambia anche te. Noi siamo ancora qui, nonostante tutto quello che è cambiato e che magari non ci piace più.

In questo pezzo, così come in “Lettere D’Argento”, “Adversus”, “Penso diverso”, avete sperimentato modi diversi di cantare e beat più particolari.
M:
Abbiamo provato a immaginare come le persone che ascoltano la musica di oggi percepissero le cose degli anni ‘90 e abbiamo pensato che potessero trovarle lente. E a forza di immaginarlo, anche a noi sono sembrate lente. Ci divertiva sperimentare bpm e sonorità differenti, sempre facendolo nella maniera nostra.

D: Di fatto siamo dei rapper e abbiamo voglia di provare a rifare nuovi flow che abbiamo ascoltato e che ci sono piaciuti, è bello mettersi alla prova. “Adversus” non è un disco di rap classico, quindi ci andava di sperimentare. Piuttosto c’è un altro tipo di nostalgia, quella del periodo in cui il rap campionava altri generi e ti faceva scoprire nuove musiche, in cui ogni sample era un viaggio verso un nuovo genere musicale. In questo senso “Miglia e Promesse” ti porta verso il blues, “Musica e Fumo” verso il jazz, lo swing, la bossa nova, “Sergio Leone” verso il rock.

Avete recuperato “Sergio Leone”, con l’aggiunta della strofa di Kaos, che insieme a “Cuore più Cervello” sono forse gli unici due momenti del Colle vecchia maniera.
D: È il nostro modo di fare oggi un banger, il famoso pezzo spacca-palco. Noi siamo i Colle Der Fomento, ci piace quel rap in cui c’è movimento fisico, ci si diverte, c’è quell’energia anche un po’ selvaggia. Quell’aggressività musicale, quel rap carico con cui siamo cresciuti. In questo senso “Cuore più Cervello” e “Sergio Leone” sono i pezzi più classici che puoi trovare nel disco.

M: Anche se sono passati diversi anni da quando abbiamo scritto questi due pezzi abbiamo voluto comunque inserirli nel disco, come un ingrediente in più nel suono complessivo dell’album. “Cuore più Cervello” è un pezzo molto battagliero, con una base potente, e forse quello più hip hop del disco. Oggi probabilmente su quel beat scriverei in modo diverso.

(foto di Daniele Peruzzi)

Gli ultimi quattro pezzi sono quelli in cui esprimete una scrittura più intima. “Polvere”, in particolare, affronta i temi del tempo, della malattia, della morte.
M: A entrambi è successo di trovarci davanti a cose su cui eravamo un po’ impreparati, momenti difficili che abbiamo provato a raccontare. Abbiamo buttato giù quello che ti passa per la testa in certi momenti, senza arrivare a una conclusione. Il tema principale di “Polvere” secondo me è quello che si dice nel ritornello: “Non sei straordinario”. Secondo me è questa la chiave: tu, essere umano, puoi fare delle cose speciali, ma non sei speciale, non sei eterno, non sei la sorpresa che mancava. Sei una persona come un’altra. “Finirà la batteria che muove l’ingranaggio”, per te come per tutti gli altri. Secondo me questo è il pezzo che spiega tutto il disco.

D: “Miglia e promesse”, “Nostargia”, “Musica e Fumo” e “Polvere” è quello che c’è oltre la maschera, i brani attraverso cui puoi intravedere chi siamo veramente. Usciamo allo scoperto, siamo più onesti nella scrittura, probabilmente anche nel tono. Sono i pezzi d’amore per chi non c’è più, per quello è stato, per una musica che ci ha cresciuto. “Musica e fumo” è l’ultima apertura di luce sul finale, dove non c’è nessuna traccia di malinconia né di dolore. “Polvere” è probabilmente la cosa più intensa che abbiamo mai scritto e non potevamo che metterla alla fine del disco.

Ancora una volta avete scelto la via dell’indipendenza.
D: Non è stata una scelta in realtà, ma una conseguenza. Sono dell’idea che l’industria musicale preferirebbe che noi non esistessimo perché rappresentiamo nel bene o nel male un’alternativa, la dimostrazione che le cose si possono fare in modo diverso. Musicalmente, a livello di produzione, come esseri umani, siamo diversi.

M: Siamo lenti rispetto ai tempi di oggi, non siamo per niente disponibili a cedere su molte cose. Viviamo questa cosa a modo nostro e crediamo che per fare musica bisogna anche vivere, avere il contatto con la realtà, perché altrimenti in quello che scrivi non riesci a portare niente.

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L'articolo Essere contro da una vita: i Colle Der Fomento raccontano il nuovo album "Adversus" di Fabio Piccolino è apparso su Rockit.it il 16/11/2018 11:30

Tag: intervista - nuovo album

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