Colombre - Una musica antica, ma appena nata Intervista

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30/03/2017

 

Giovanni Imparato è un musicista che gli amanti del pop italiano hanno imparato a conoscere negli anni. Prima con i suoi Chewingum, ora in solo con il progetto Colombre, ha sempre cercato di far rivivere un pop onesto, arioso e vivo. "Pulviscolo" è il suo nuovo album, uscito all'inizio dell'anno per Bravo Dischi, che presenterà dal vivo al prossimo MI AMI Festival il 26 maggio (qui le prevendite). Ce lo racconta in questa intervista. 

La storia del "Colombre" di Buzzati è incredibile. Come ci sei inciampato?
Io mi sono laureato con una tesi sulla corporeità nell’opera di Buzzati e Landolfi. Avevo già letto quel racconto, ma ero passato oltre perché non c’entrava molto con la mia ricerca. Qualche mese fa invece dovevo preparare una lezione per la scuola (faccio qualche volta il supplente), e mi sono ritrovato davanti questo racconto nell’antologia. Avevo in testa questa nuova avventura da iniziare ma non avevo il nome, e per caso mi sono imbattuto in un racconto che descriveva esattamente quello che stavo provando in quel momento. Dentro c'è riassunta tutta la paura che hai di affrontare le cose, le scuse che trovi per farti coccolare da una presunta vita tranquilla. 

C’entra quindi con la paura di affrontare le cose della vita, ma anche con lo strano rapporto tra il bene e il male, la felicità e la tristezza...
Buzzati è uno che non esagera mai, però ha una mente che va veloce. Se ci fai caso questo "Colombre" non è altro che l’unione della parola “colore” e della parola “ombra”. È tutto un gioco di parole, e la cosa bella è che l’ho capito solo qualche giorno fa, mesi dopo averlo scelto come nome per questo progetto. Nel nome si racchiude il senso del doppio e del duale, che è una cosa che mi ha sempre affascinato, mi ha sempre fatto pensare. E quindi già dal suo titolo, quel racconto mi ha accolto in un mondo che sentivo mio perché unisce gli opposti, e questa è una sfida.

Il disco di cosa parla?
Di cose che mi sono successe in questi ultimi anni. Semplicemente di quello. “Pulviscolo” parla di cose che finiscono in un modo o in un altro, di amore, di traumi, di voglia di rassicurare, di trovare la tua via. Quando ero in dei momenti particolarmente allegri mi chiedevo se per caso non avessi scritto dei pezzi troppo pesanti e personali, perché non sono abituato nemmeno io a scrivere così “dritto”. Però poi ho ricevuto un bel feedback dalle persone, ci si sono ritrovati in tanti perché magari canto di cose che capitano a tutti.

Eppure all'ascolto si percepisce una gran serenità, nonostante tutto. Hai ragionato molto sui testi, li hai cesellati, oppure è stato un lavoro più istintivo?
Sui testi ho cercato di non perdere la naturalezza e ho seguito l'urgenza di voler raccontare e sputare fuori senza troppi filtri. Quasi sempre son venuti fuori al momento giusto come se fosse la canzone stessa ad essere pronta e a chiedermelo. La sfida per me è stata di metterci tutto il Giovanni possibile senza compromessi.


Dall’ultimo disco dei Chewingum sono passati moltissimi anni. Cosa hai fatto nel frattempo?

Eh sì, è passato talmente tanto tempo... l’ultimo album dei Chewingum è uscito nel 2012, e dopo il tour e tutto il resto ho iniziato a dare una mano a Letizia (Maria Antonietta, sua fidanzata ndr) assieme a mio fratello per l'album "Sassi".

È strano ritrovarsi a lavorare con la propria fidanzata?
No anzi, al contrario di quello che molti pensano è qualcosa di molto bello e divertente! Si va a fondo nelle cose, anche scontrandosi. Ma è ciò che permette a un rapporto di crescere e durare nel tempo, secondo me. 

E magari impari anche qualcosa da lei...
Ho imparato moltissimo da Letizia, soprattutto nella scrittura, nel metodo. Ho imparato a focalizzarmi su un obiettivo e ad andare dritto. Insomma, ancora prima che di musica parliamo di attitudine. Su questa cosa lei è stata proprio fondamentale, mi ha ispirato il modo in cui gestisce le cose, il peso che gli dà. Imparare certi meccanismi mi ha messo un sacco di tranquillità. C’è una frase che si impara sin da piccoli, ovvero "le cose vanno come devono andare". Magari l’ho sempre detto e magari ci credevo anche, ma per la prima volta in vita mia riesco a vederla realizzata, riesco a venire a patti con il fatto che non ho niente da dimostrare. Questo mi ha fatto ragionare anche su come scrivere un testo: con i Chewingum mi piaceva giocare con i voli pindarici, e mi divertivo. Adesso però ho fatto una sorta di patto con me stesso: voglio parlare di cose che siano veramente importanti, senza necessariamente legare tutto ad un gioco, a un nascondino. Nelle vecchie canzoni per esprimermi la prendevo alla larga, non andavo mai dritto. Se chi mi ascoltava mi seguiva, bene, altrimenti il nonsense era un alibi perfetto. Invece questa volta le cose sono cambiate: Letizia mi ha insegnato tutto questo partendo proprio dalla sua stessa esperienza, perché le cose che scrive sono cose per lei vitali.

Mi sembra di capire, quindi che tu abbia cercato di essere più diretto anche nella musica... 
Ho fatto in modo che le canzoni potessero essere suonate e stare in piedi in maniera molto semplice anche con una chitarra o con un organo. Volevo avere pochi elementi nell'arrangiamento, ma che quadrassero bene tra loro. Le canzoni nascono tutte da improvvisazioni di melodie su sequenze di accordi, perché non volevo perdere la naturalezza e l'istintività.

Dopo aver lavorato così tanto con Maria Antonietta, quand’è che hai capito che era venuto il momento di dedicarti alle tue canzoni?
Suonando con Letizia ho riscoperto quanto fosse stimolante avere un batterista. Mi ero stancato di avere una drum machine, una macchina implacabile con cui scontrarsi per rovesciare il tempo. A me piace giocare. Ho cominciato a lavorare a questo disco quando avevo qualcosa da dire. Ho sempre giocato con le melodie, ho il computer imballato di roba. Ma a quel punto ho voluto sceglierne poche, e che fossero tutte quante centrate. Pochi elementi, con un suono bello e più a fuoco possibile. Poi gli elementi possono essere sia una tastiera giocattolo che una da 5000 euro, perché “se sai palleggiare con un'arancia sai palleggiare anche con un pallone”, come diceva Maradona. Ho cominciato a scrivere i pezzi, anche se non avevo mai veramente smesso. E poi ho capito che per me era vitale portare fuori le mie cose, anche senza i Chewingum. Un tipo di musica che fosse mia. Antica, ma anche un po’ moderna. 

In effetti uno dei pregi più grandi di “Pulviscolo” è che è lontano da qualsiasi moda ci sia in giro, ma allo stesso tempo non suona vecchio, anzi è piuttosto contemporaneo. 
Ho dei capisaldi, Beatles su tutti. Ma ovviamente non mi sono mai rinchiuso in un recinto di stili o generi, ho sempre amato molto la contaminazione in tutte le sue forme. Non è mai un disco in sé per sé ma è come lo ascolti, come ti poni tu in quale momento: spesso hai tutto già sotto agli occhi, ma non sai vederlo. Proprio come nel racconto di Buzzati.
Per il mio disco, ho cercato di astrarmi dai singoli ascolti e trovare il sound giusto per quei brani senza inseguire una moda ma facendomi piuttosto inseguire dalla natura dei brani che avevo scritto. Avevo chiaro in mente il suono che volevo e sono soddisfatto del risultato anche grazie alla collaborazione di Fabio Grande che ha co-prodotto il disco con me. 

Che tipo di ricerca hai fatto insieme a lui?
Con Fabio mi son trovato benissimo, ha la qualità di saper ascoltare gli altri e ha un gran gusto musicale soprattutto nella ricerca precisa e accurata di un suono. Lui e Pietro Paroletti che l'hanno registrato passano anche due ore per trovare il suono giusto di un rullante. Ci siamo trovati d'accordo sin dall'inizio su come volevo che suonasse il disco. Arioso, vivo e onesto. È stato molto stimolante per me. Abbiamo lavorato abbastanza velocemente perché non volevo perdere l'urgenza. Prima di entrare in studio ho provato poche volte i pezzi con mio fratello Marco alla batteria e Carta al basso, perché non volevo che la parte invecchiasse suonandola troppo. Una volta in sala di registrazione, la Sala Tre degli Artigiani studio, ho deciso di registrare senza click o cuffie in modo da prendere la spontaneità di un momento preciso. Abbiamo scelto quasi sempre tra le prime cinque take registrate. 

 

 

Nel frattempo poi hai iniziato anche ad insegnare a scuola...
Sì, insegnare italiano nelle scuole è un'esperienza che mi ha cambiato molto. Quando la mattina entri in classe devi star quadrato: hai in mano qualcosa di talmente prezioso che non puoi permetterti di rovinarlo. Poi, chiaro, puoi fare il matto, sperimentare, per non rimanere ancorato solo ai libri di testo. Magari trovi dei modi nuovi per far capire Pirandello: per esempio l’altro giorno sono entrato in classe con una maschera dei Tre Allegri Ragazzi Morti. I ragazzi mi hanno guardato e mi hanno detto: “ma è Salmo?” (ride)  

Sono infoiati col rap?
Sì, da morire. Qualche giorno fa, in una classe delle medie, stavo spiegando la poesia. Ho fatto sentire questo signore di Duluth che ha preso il Nobel perché scriveva delle canzoni e visto che c'è stata un'attestazione ufficiale che ha ricondotto le canzoni alla poesia e alla letteratura, ho fatto ascoltare loro "It's alright, Ma". E ho cominciato la lezione da lì.

Hai la lavagna elettronica?
Sì, quel tipo di supporto ha svoltato le lezioni. Comunque sono partito da Dylan e sono arrivato a Ghali. E quando l'ho messo sul piatto i ragazzi sono impazziti, conoscevano a memoria il testo e io ero molto felice di questa cosa, perché si approcciavano ad un componimento in rima conoscendo già le parole. Anche perché la cosa interessante dell'hiphop è che ti parla in una lingua che tu già conosci. Io quando ero adolescente ascoltavo solo musica straniera e dei testi non capivo quasi nulla, scimmiottavo i suoni e basta. Loro invece sciorinavano rime capendone il senso e potendo analizzarne la tecnica. Quindi ecco, anche questa esperienza mi ha fatto capire che banalmente non puoi dire cazzate, che sia in classe o nel tuo disco. 

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