Mangia, dormi, balla, ripeti: Cosmo racconta "Cosmotronic" Intervista

Cosmo (tutte le foto sono di Stefano Mattea)Cosmo (tutte le foto sono di Stefano Mattea)
23/01/2018 di

"Cosmotronic" è il terzo album di Cosmo, ex Drink To Me e professore di storia, pubblicato come doppio disco da 42 Records venerdì 12 Gennaio. Un disco pop in cui l’anima più underground del Cosmo produttore flirta con la techno del nord europa e il cantautorato italiano, l’acid delle Roland 303 e un pop ironico, scanzonato, mai banale, coerente. Cosmotronic balla su "Ivreatronic", la serata organizzata da Cosmo nella sua città che da realtà di provincia va a fluttuare tra Detroit e Berlino. Se siete finiti a leggere questa intervista, a meno che non abbiate passato la scorsa settimana in una baita di montagna senza nessun contatto con il mondo esterno, probabilmente queste cose le sapete già. In una settimana in cui di "Cosmotronic" si è detto tutto e il contrario di tutto, tra l’elogio e la critica, forse non è stato detto abbastanza quanto "Cosmotronic" possa rappresentare un’occasione per tutti i Cosmo d’Italia, anche e sopratutto quelli più bravi di lui. Ma non bruciamo le tappe, noi ne abbiamo parlato direttamente con lui, davanti a una birra da 66 e due lattine che avremmo poi dimenticato in congelatore. 

 


Questo disco, a partire da "Turbo" e poi con i due singoli, è stato accolto da un hype enorme, si può dire che a livello discografico sia uno dei primi grandi eventi dell’anno.
Che storia, io me ne sono accorto soltanto adesso. Forse prima non ci ho fatto troppo caso, ora che è uscito piano piano sto realizzando.

“L’ultima festa” ha avuto un successo più graduale, non sei partito con questo botto.
Assolutamente sì, è stato un percorso. Quando è uscito “L’ultima festa” avevo 500 follower su Instagram e 5000 su Facebook, da lì in poi è esploso tutto. Insomma adesso ne ho 50.000, non è che siano chissà cosa, ma se li confronti prima erano pochissimi.

Nella mia città c’è un piccolo bar sul mare dove bevono tutti e pagano poco, la musica però non è quasi mai un granché. Quella estate, tra il reggaeton e i tormentoni, uno dei pezzi più sentiti era proprio “L’ultima festa”. Ovviamente non voglio metterti nello scatolone dei tormentoni estivi, questo però fa capire quante persone hai raggiunto con quell’album.
Sì è vero, quella canzone in particolare è finita nei peggiori bagni di tutto il paese (ride). Questa è una cosa che comunque mi ha fatto piacere. 

Questo successo te lo senti addosso, non te ne sei accorto ancora o non te ne frega nulla?
Tendenzialmente non me lo sento, man mano che mi abituo al livello in cui sono vedo che poi c’è sempre gente più famosa di me e non è che io mi senta arrivato, non sono un mattatore a livello di numeri. Non ho nemmeno ancora l’idea della traiettoria, nel senso che non ho capito quanto potrò crescere ancora. Sicuramente oggi mi sono davvero stupito per le reazioni del disco, mi aspettavo un po’ di rumore ma non così tanto. Non riesco a stare dietro a tutti i messaggi che mi arrivano.

Ne parli anche in “Bentornato”, quando dici “come fai a prenderti sul serio, a credere di contare qualcosa, di essere a qualcuno”: mentre lo dici parli un po’ a te stesso?
È chiaro, anche se mi è sempre piaciuto dedicarmi seriamente alla musica: con i Drink To Me o nei primi live, anche quando andavamo a suonare davanti a poche persone, lo abbiamo sempre fatto con serietà. Penso che una cosa sia menarsela e un’altra lavorare a testa bassa. Mi prendo sul serio quando penso che per me è una cosa figa, e la voglio fare bene.

La paura, almeno la mia, era che dopo "L’ultima festa" prendessi una deriva forzatamente radiofonica, che diventassi un po’ una macchina da tormentone. In realtà il tuo disco non è banale, ma molto organico, preciso, coerente e affatto ruffiano. E hai tirato dentro una tradizione elettronica non da poco.
È una cosa a cui punto da tempo, ho cercato di farlo anche con i Drink To Me, ma penso questo sia il disco più pop e sperimentale che abbia fatto finora. Anche nel primo disco ci sono dei brani molto pop, come c’è poi tutta un’altra vena che viene sviluppata. Mi piace portare agli estremi questo dualismo, tra ricerca e forma canzone.

In questa ricerca sono d’accordo con te nel dire che è il punto più alto che hai raggiunto.
Per adesso sì, probabilmente sì. In questo disco ho iniziato a pensare “cazzo adesso so le cose che voglio fare”. Quando chiudi un disco e lo riguardi a distanza di un po’ di tempo cominci a vedere quali erano i limiti della tua testa su quel lavoro. L’album è la fotografia di un momento, quando quel momento passa è inevitabile fare un passo avanti. Con quella consapevolezza guadagnata avrei potuto fare cose nuove, diverse. Il synth modulare, ad esempio, l’ho comprato a settembre, quando il disco era quasi finito; se lo avessi avuto prima sarei riuscito a farci molte altre cose. Per il prossimo partirò con un modulare alto come me, e un’esperienza come dj alle spalle sicuramente più solida.

Dato che mi parli della tua esperienza da dj, di Ivreatronic quanto c’è in "Cosmotronic"?
Parecchio, davvero. All’inizio Ivreatronic volevo chiamarlo proprio Cosmotronic, poi ho realizzato che forse era meglio non personalizzarlo così tanto, non volevo che la serata fosse uno spin off di Cosmo. Adesso faremo anche un'etichetta, entro breve butteremo fuori la compilation. 

Nella zona in cui sono cresciuto la scena elettronica un po’ underground, principalmente techno, è molto sentita. L’ho ritrovata ed in modo molto consapevole in questo disco. Quanta ricerca c’è stata da quel punto di vista?
C’è molto di quel feeling, come c’è nelle serate. Quella roba lì mi ha aperto parecchio, mi sono messo a cercare tracce. Ora ho molta più consapevolezza delle sfumature tra i generi, anche nel semplice catalogare le tracce: qualche tempo fa avevo fatto una cartella techno ambient, dentro però ci avevo infilato delle tracce che erano proprio deep house. Adesso le sto categorizzando di nuovo. Quando entri in quel mondo arrivi a capire le piccole sfumature, se un hi-hat è suonato in un certo modo si accende il cervello e ti dice “uk garage!”. Ti ci devi addentrare, e in questo mondo ci sono arrivato grazie ad Ivreatronic. Ho suonato, conosciuto gente e aggiustato il tiro, quell’esperienza ha dato al disco moltissimo. 

Questo accumulo di esperienze si sente, parlando di catalogazione "Cosmotronic" è un caleidoscopio.  Ci hai messo di tutto: dalla nuova trance di Lorenzo Senni ad un synth che sembra Maceo Plex, ci sono le svolte balearic e “Tu non sei tu” che è quasi Innervision. La prima volta che ho sentito quella traccia mi è sembrata presa da una Boiler Room di Dixon, o di Ame.
Questo lo prendo come un complimento! Comunque è vero, io non riesco a catalogarlo. “Ivrea Bangkok” ad esempio ha tante di quelle cose dentro che non riesco a capirle, ma forse tutto l’album è così. 

Vorrei parlare con te un po’ di clubbing in italia, non voglio dire discoteche perché in Italia quando dici discoteca viene sempre in mente qualcosa un po’ da film dei Vanzina.
Ma infatti la questione è esattamente questa qui, discoteca è un nome un po’ fastidioso. Club, parliamo di club!

Il clubbing in Italia è ancora un fenomeno di nicchia, le discoteche sono in crisi, mentre nel resto d’Europa il clima è completamente diverso, anche senza scomodare Berlino e il Berghain. In Ivreatronic prima e in "Cosmotronic" ora ci vedo la ricerca di quella vibe lì.
Mi piace flirtare con l’elettronica più underground, con il clubbing che in Italia c’è ma è nascosto. Volevo farlo però mandando tutto in cortocircuito, facendo un disco essenzialmente pop e comunicativo, non una roba di nicchia. Sono sicuro che questo farà incazzare una certa intellighenzia della musica elettronica, è come se stessi andando in un territorio in cui non mi è concesso andare o volessi snaturare qualcosa. Non voglio snaturare nulla, ma se posso portare alla luce qualche producer figo, più piccolo e che magari non si caga nessuno lo voglio fare, punto. Voglio parlare ai produttori che abbiamo e che spesso sono più bravi di me, senza la spocchia di dire “guardatemi io sono il più bravo di tutti”. Non sono il migliore, e lo sto facendo con tutta l’umiltà del mondo, ma è quello che voglio fare e se posso portare allo scoperto qualcosa di underground cosa cazzo c’è di male? I primi sono i producer a voler alzare un po’ il livello e i numeri che fanno, molti sono underground loro malgrado.

Ti ci vedi nel ruolo di apripista nello sdoganare un genere che da noi è ancora chiuso in cantina, di prendere il riflettore che hai puntato addosso e girarlo su una scena che in Italia già c’è ed è pronta a uscire allo scoperto?
Potrei essere una testa d’ariete forse, ma non mi sento nemmeno questo in realtà. Io non sono il leader di nessuno e non ho inventato nulla, sono l'ultimo producer arrivato e non ho la spocchia di spiegare niente a nessuno, soprattutto di una cosa che ho cominciato a fare da non così tanto tempo.

Non volevo darti del messia, ma il ruolo che credo tu possa avere è quello di chi prende questa visibilità e la presta un po’ a qualcuno.
Questo sì, assolutamente sì. In fondo la prima cosa che ho fatto con la visibilità che ho avuto è stata quella di creare una serata ad Ivrea in cui non mettiamo commerciale, non mettiamo tech house e facciamo suonare dei veri talenti, insomma facciamo clubbing.

Quindi, per iniziare, potremmo partire con una visione meno patinata del dj set?
Esatto, meno patinata. Io vorrei spingere ancora più in là l’asticella, vorrei qualcosa di sovversivo. Siamo in provincia, quindi il gioco è portare fuori i ragazzi da quel posto e farli sentire non a Ivrea ma in qualche capitale europea. È una cagata forse, ma non è infattibile.

Però è una cagata importante, e i tempi sono maturi per queste cose. Il Club 2 Club ne è un meraviglioso esempio.
Io sono quello che ha i riflettori addosso in questo momento, se in questi riflettori ci finiscono dei produttori fighi, delle persone fighe, della musica figa non è male per nessuno. Il sottobosco è pronto, sono pronti i produttori ed è pronto il pubblico.

Quindi il tuo interesse verso i giovani cantautori è calato in favore dei producer?
Delle canzoni che mi mandano con quella impostazione non me ne frega niente, anche perché spesso quando ti metti a cantare hai già due variabili durissime da passare nel mio giudizio: il timbro vocale e i testi. Ora preferisco gente che si mette a fare produzioni, mentre il cantautorato dell’ultimo periodo ha un po’ stancato.
Il problema non sono tanto, o comunque non solo, i ragazzi che seguono il modello che va per la maggiore, questa cosa c’è sempre stata: ora è Calcutta e una volta erano i Marlene Kuntz, io stesso a 18 anni imitavo i Marlene. Il problema è che prima eri costretto a lavorare sulle canzoni finché non tiravi fuori qualcosa di tuo, di valido, ora questi fanno i numeri e iniziano ad essere ascoltati. 

Tornando al disco, che non vorrei allungarci troppo in discorsoni, ho trovato una cosa particolarmente curiosa. Quando dici che alcuni brani, come nel tuo Cabaret Voltaire di “Tristan zarra", sono canzoni politiche, cosa intendi di preciso?
È un po’ una pernacchia, una roba surreale. Non riesco a parlare per slogan, a dirti cosa è giusto o cosa pensare, e se il potere è insensato tu devi dirgli cose insensate per smontarlo. Sono convinto che la funzione edificante della musica sia un po’ una cazzata. Nei movimenti invece a volte qualcosa viene spostato, il caso dei rave ad esempio.

Il fenomeno dei rave è qualcosa che ora si sta studiando anche da un punto di vista sociale e antropologico.
Sto leggendo “Muro di casse “di Vanni Santoni, era un sacco di tempo che un libro non mi dava una tale botta di adrenalina. Quel libro parla delle tribù, qualcosa di totalmente slacciato dalla realtà: vai a questa festa, vivi lo sballo totale ed esci completamente dalle logiche del consumo. Vanni Santoni è uno di quelli che vogliamo invitare a Ivreatronic, per la rassegna di "Avanguardia Indimenticabile".

In fondo anche la questione della droga nei rave non era uno sballo fine a se stesso, era un modo di riprendere il controllo del proprio corpo distruggendolo, definendo quali sono i limiti fisici della persona e andando a vedere quanto si riescono a spingere oltre.
Il fatto di andare dove voglio, in un posto isolato, e fare una festa. È stato distrutto quel movimento perché è incontrollabile, ed il potere ha paura di quello che non riesce a controllare. Probabilmente i protagonisti poi sono cresciuti e si sono stufati di farsi le sbatte, però vedi come il ballo dia fastidio al potere. Guccini non ha mai dato veramente fastidio, senza togliere nulla a Guccini va detto che quella contestazione lì non l’hanno mai bloccata davvero. Il rave invece è una scheggia impazzita nella società e quello viene bloccato subito, per me come impatto sulla società è molto più eversivo e caustico un rave di un Pierpaolo Capovilla.

È un’idea che hai sempre avuto o che stai maturando ora?
Le canzoni politiche mi sono sempre state un po’ sulle palle, ma è un cosa che sto realizzando ora, quella appunto del ballo del corpo e tutto il resto. Ci rifletto parecchio su ‘sta cosa, su cosa vuol dire passare qualche ora sotto MDMA, anfetamine, vivere quel momento così. È forte, è qualcosa di molto forte. 

Prendersi la libertà di non rispondere più delle tue azioni, di uscire da ogni codice di interazione sociale, non è affatto una cosa scontata.
È l’elogio pratico dell’antiutilitarismo, dell’antifunzionalismo, perché in quel momento non servi a un cazzo. È anche qualcosa di molto vicino all’esperienza mistica, non è un caso che storicamente le droghe siano parte integrante di alcune delle religioni più antiche e dei riti più ancestrali.

Questa dietrologia di "Cosmotronic" è bellissima. So che il live che porterai in giro sarà qualcosa di diverso dal solito. Ce lo racconti?
Cercherò di portare la gente dalla dimensione del live a quella del dancefloor. In realtà il mio live come Cosmo sarà nemmeno di due ore, un’ora e tre quarti forse, per il resto della serata succederanno cose. Ci sarà un set di apertura, ci sarà una chiusura, e vedremo quanto concederanno i posti insomma. Vogliamo tenere la gente a ballare il più possibile. Le date saranno soltanto nel weekend, non voglio che la gente dica “ok si va al concerto il giovedì sera, ma domani si lavora e torniamo presto”, la gente deve dire “ok stasera si va ballare”. Se anche metà della gente che viene solo per me rimanesse ad ascoltare gli altri ragazzi lo considererei un successo.

È di questo che parlo quando ti dico di spostare i riflettori, credo che questo sia il lato più interessante e importante di "Cosmotronic". “Voi venite a guardare me, che io vi faccio vedere qualcos’altro e rischiate pure che vi piaccia”, a me questo piace un sacco.
Bella storia, vedremo come andrà. Non posso anticipare nulla, ma posso dirti che l’allestimento luci sarà un bel lavoro. Ci stiamo lavorando molto perché voglio fare una cosa figa, di impatto, molto studiata. Poi voglio una festa allargata, voglio un mini festival di elettronica. Oggi uno mi ha scritto “dai Cosmo ma cos’è, perché costa così, cosa me ne frega a me”, io gli ho risposto “tu vieni, potrebbe anche capitare che ti diverti”. Non è semplicemente un concerto, in quelle date io starò lì fino alle 5. Si va alla seratona, non al concertone, e io non voglio essere il protagonista assoluto. Soprattutto vorrei che la gente si mettesse a ballare, perché che palle la gente che non balla. C’è un sacco di gente che si vergogna, che pensa sia da tamarri, a lungo in Italia è stato così quando invece il ballo è una cosa fondamentale. Non è vero che la discoteca è da tamarri. O da fighetti, poi ci sono anche quelli che si devono mettere la divisa, che è una cosa ridicola. 

Per il tour, qual è il dress code?
Venite come vi pare, basta che vi mettete a ballare. E quelle birre forse dovremmo tirarle fuori dal congelatore.

Ne vuoi una per il viaggio?
Sì grazie, in fondo la serata è appena iniziata.

Tag: intervista

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