intervista

Cristiano Godano: "Non auguro a un giovane di fare rock oggi"

Nonostante questo, il frontman dei Marlene Kuntz con "Mi sono perso il cuore" pubblica un album solista che è un pura consolazione. Un colloquio sulla musica di oggi e quella degli anni '90, la tirannia degli algoritmi e ciò che davvero rimane
26/06/2020 09:08

È uscito il primo album solista di Cristiano Godano, leader dei Marlene Kuntz, uno dei capi assoluti della generazione alternativa degli anni '90. Si intitola Mi ero perso il cuore ed è un gran bel disco. Sorprende non tanto per la sua anima intimista e delicata, per il suo stile alt-americano, per le trame chitarristiche, i cori femminili, il basso pulsante inconfondibile di Gianni Maroccolo (il più grande bassista rock italiano, su cui non temo smentite), per i testi diretti senza troppi giri di parole e nemmeno per avere pochissimi momenti di noise, grida, graffi che lascino il sangue, ma perché è un disco che, in Italia, in questo momento non esiste.

Fuori moda, fuori da ogni logica di mercato, da ogni spunto catchy, da ogni affiliazione a suoni attuali. È un album, non una playlist di canzoni, con una produzione assolutamente unitaria, un concetto dietro ogni testo e una storia da ascoltare. Ci vuole una bella dose di coraggio, o semplicemente nessuna voglia di sottostare alle regole del business, per pubblicare un disco del genere in pieno lockdown musicale, reinventandosi cantautore lontano anni luce dallo stile dei cantautori italiani.  

Da quanto avevi in mente di fare un disco del genere?

Io potevo solo sperare di otterere il disco che poi ho ottenuto. Da quando ho capito che avrebbe potuto funzionare saranno passati un paio d'anni, ma le canzoni ho iniziato a scriverle tre anni e mezzo fa, in casa, da solo, strimpellando la chitarra con l'idea di tenerle per me e, ovviamente, comunicare agli altri all'istante che avrei fatto un disco solista nel momento in cui questa ipotesisi fosse fatta concreta. Ho tirato giù una sessantina di idee musicali, tra quelle poi ho scelto le canzoni che fanno parte di Mi ero perso il cuore.  

Che tipo di approccio hai usato questa volta, che non dovevi scendere a compromessi con nessuno?

Suonandole, sentivo che quelle canzoni avevano l'anima che si sente nel disco e sapevo che io questo non potevo chiederlo ai Marlene Kuntz, perché sono suonate in un modo che richiede non tanto competenza, ma inclinazione verso il genere. Riccardo Tesio non dimentichiamoci che nasce come metallaro (Giustamente - dico io. Cristiano ride). A lui piacciono moltissimo anche altre cose, ma non è il suo modo di suonare. Quando ho capito che Gianni Maroccolo sarebbe stato entusiasta di lavorare con me a questo disco, gli ho iniziato a raccontare cosa mi sarei immaginato ma non credo ne avesse neanche così tanto bisogno. Sia lui che Simone Filippi e Luca Rossi degli Üstmamò hanno contribuito a creare un'atmosfera in studio che mi ha fatto star bene, per arrivare a quello che volevo.

Sembra un po' un omaggio ai maestri, da Neil Young a Bob Dylan, all'alt-country, ma ci sento anche qualche nota dei Pink Floyd acustici...

Pink Floyd mi onora anche se non è nel mio ordine mentale. Io ho amato letteralmente i Rain Parade, i Byrds sono nel mio DNA. Neil Young lo amo, alt-country mi piace come definizione. Qualcuno ha detto Americana, quindi mi barcameno tra questi due termini!

È difficile far funzionare in italiano un certo tipo di musica che viene da tutt'altra parte, e tu ci sei riuscito. Come?

Guarda, non prendo distacco dall'Italia che è il paese in cui vivo, ma i Marlene hanno sempre esibito questi loro gusti non propriamente italiani, e credo che si possa dire che un disco così, di questi tempi non si sente.

Foto di copertina di Guido HarariFoto di copertina di Guido Harari

I tuoi testi sono più diretti, con meno livelli di comprensione rispetto a quelli dei Marlene.

Quando abbiamo iniziato a favoleggarci su io e Gianni, lui mi ha detto: "Guarda, la musica è piuttosto diversa da quella dei Marlene; se riesci, prova a scrivere dei testi che non ti riconducano troppo alla band". Chiaramente, non è una cosa che si dice e si fa: se non fosse stato per me naturale ottenere un certo tipo di risultato, non l'avrei fatto, mi sarebbe sembrata una cosa artefatta, invece si è rivelato un ottimo consiglio. Se faccio un disco solista, è giusto che evochi il meno possibile i Marlene, altrimenti avrei potuto farlo direttamente con il gruppo. Il linguaggio è più diretto, non ho messo barriere tra me e l'io narrante.

Dietro le quinte sembra tornato il C.P.I., il Consorzio Produttori Indipendenti che era il fulcro della scena alternativa degli anni '90. Perché questa scelta? 

La produzione a tutti gli effetti è di Luca Rossi con Gianni Maroccolo e Cristiano Godano. Quella scena degli anni '90 è durata fino al nostro secondo, terzo disco. Abbiamo calcato i palchi insieme, sono persone che conosco bene: loro erano del C.P.I., il versante emiliano in subordine a Ferretti e Zamboni; i  Marlene si affidarono alla parte toscana, ma la scuderia era la stessa. All'epoca gli Üstmamò non erano la mia cup of tea, anche se li stimavo tantissimo ascoltavo altro. A distanza di tempo, mi sono reso conto che erano una band particolarmente avanti e suonare con loro mi ha dato la conferma di avere a che fare con persone dall'ottima sensibilità.

Voi avete fatto parte della prima wave indipendente, che ha avuto a che fare col mainstream. Come ti rapporti con la nuova musica che viene dal basso e diventa popolare?

Eh, parlo al sito più indicato, perché voi trattate unicamente di musica italiana, quindi la conoscete molto meglio di me. Io faccio ancora parte di quelli che non riescono a capire le motivazioni etimologiche del perché venga chiamata indie questa musica: se era indie quella che facevamo noi non capisco come possa esserlo questa, che è pop a tutti gli effetti. Per me l'indie erano i Big Black, i Sonic Youth, i Cows, era tutt'altro che un'attitudine pop. Io non ho una buona frequentazione con la nuova scena, non mi piace molto, però ammiro la capacità di creare canzoni molto catchy, nonostante l'uniformità di suono abbastanza sconcertante. Mi sembra ci sia una ricerca comune del suono che funziona, che è un sintomo del tempo, in cui la musica è più vicina all'idea di marketing che a quella di principi e ideali artistici. Le piattaforme remunerano solo dopo un tot di streaming, quindi si cerca di arrivare lì, e per arrivarci si fa quello che funziona. Per la mia generazione, l'artista era quello che cercava di esprimere la propria personalità e differenziarsi dagli altri. Mi sembra che la musica adesso stia andando un po' nella direzione opposta.

Effettivamente, ai tempi del C.P.I., ogni band aveva la sua impronta musicale ben definita e ci teneva che non fosse troppo simile a quella degli altri... 

Era il punto di forza quantomeno ideale, ma io so bene che sto facendo un discorso minoritario, sono io il perdente della situazione in questo momento, i numeri parlano chiaro, però mi prendo la possibilità di dire in maniera del tutto pacifica, che mi sembra si siano sovvertiti i parametri.

Foto di Guido HarariFoto di Guido Harari

La tua carriera è andata da un'altra parte rispetto al pop: scrivi, insegni, componi. Dove trovi ancora le parole per raccontare le storie?

Intanto ti ringrazio: senza paura di smascherare alcunché, c'è di mezzo l'esperienza. Scrivere, te lo dico io che predico bene e razzolo male, è una cosa che molto ha a che fare con l'esercizio quotidiano. Non ti imbatterai mai nell'intervista di uno scrittore di professione, di quelli che vendono tanto, che ti dirà: "Scrivo quando ne ho voglia". Gli scrittori scrivono ogni giorno, ed è un modo per tenere in esercizio l'immaginazione, la creatività, che non sono connesse con una realtà trasfigurata, non è un dono divino l'ispirazione. Io ci credo all'ispirazione, è un lampo che accade a molti di noi, una sollecitazione. C'è chi la sa prenderla e chi non sa di che farsene di un'emozione particolare. 

È il mestiere dell'artista...

Certo, gli artisti, se ne hanno voglia e tempo a disposizione, possono fermare quell'emozione, ma questa è la parte favoleggiante della faccenda, poi c'è la quotidianità: l'esercizio, suonare o scrivere anche quando ci sembra di non avere niente da dire o da esprimere.

Tipo Lucio Battisti che suonava tutti i giorni come se andasse in ufficio: puntuale, preciso, determinato.

Io invidio un sacco questa attitudine e potrei dire lo stesso di Nick Cave, che nelle sue interviste amava sottolineare quanto ogni giorno andasse in ufficio e si vestisse bene, col suo senso dello humor tutto australiano. Viene meno la faccenda dello sturm und drang, dell'ispirazione, dell'attesa del consiglio divino. Son tutte cazzate.

Questa è l'epoca dei pezzi che durano due minuti e delle playlist. Un album con 13 pezzi, senza la ricerca del singolo, è quasi un atto politico?

Ho fatto un disco il più possibile puro e genuino, pensando alla gioia di poterlo suonare sia con la band, quando la classe politica ce lo permetterà, sia da solo. Questo disco è l'emanazione della parte più genuina che ho nel suonare. Alcune canzoni dei Marlene fatte da solo non funzionano, perché hanno delle strutture e delle accordature particolari, necessitano della band. Queste canzoni posso anche suonarle sneza nessuno. Ora che mi ci fai pensare, può essere un atto politico. Non sono in grado di arrivare da solo a questa visione, ma ha un senso.

L'hai fatto uscire in un momento in cui molti artisti rimandano i loro dischi. Te ne sei fottuto allegramente?

Allegramente col cazzo (ride). Da parte mia è stata una scelta ragionata e sofferta, poi c'è stato un click interiore: ho visto qualcosa di molto eroico nel fare questo tipo di rock oggi in Italia. I Marlene resistono, ma non so se augurerei a un giovane di iniziare una carriera rock in questo momento. Anche per me, la data d'uscita è stata un problema, perché come tutti sanno, oggi si fa un disco per collegarlo al tour, visto che la remunerazione dei dischi è inesistente, e non è un eufemismo. Durante la pandemia, è scattato qualcosa e ho iniziato a interfacciarmi con la gente. Nella prima parte della pandemia, mai avrei immaginato di trovarmi a fare delle dirette, mi sembrava una paraculata, e non mi piaceva sentirmi dire andrà tutto bene, perchè dentro di me pensavo "col cazzo che andrà tutto bene"...

È un punto di vista condiviso...

La falsa rassicurazione è odiosa. Poi il click. Ho iniziato a fare le dirette, in modo personale, ho scritto due o tre poesie connesse al periodo e ho capito che la gente le apprezzava in una maniera un po' più intensa rispetto al normale. Di solito, nei confronti della poesia c'è una riverenza quasi prioristica, è un genere considerato alto, ma spesso la gente ha un'empatia superficiale. Nella pandemia, è venuta fuori la parte più vulnerabile di tutti noi, e l'arte ha rappresentato un'occasione di approdo, di consolazione, di conforto. Ho provato a fare qualcosa di bello per il mio pubblico e, insperabilmente, per un'altra serie di persone che sono sensibili in questo momento. Il mood del mio disco, che non tenta di rassicurare in maniera falsa ma empatica, spero possa essere un bel gesto per chi mi ascolta.

Nella prima metà del lockown eravamo diventati tutti autocoscienti, pronti a cambiare il mondo. Poi il richiamo della normalità è stato più forte.

Esattamente così, anch'io sentivo questo tipo di nuova sensibilità, la gente era più ricettiva ai contenuti non banali: l'arte si sa, più è vera, più se l'affronti con pazienza ti ripaga e dura nel tempo, al contrario della hit momentanea che fa successo immediato e poi si spegne ancor più immediatamente. Dentro di me sospettavo fosse una bolla, una predisposizione figlia di una sensibilità e di una suscettibilità sovraeccitante, un augurio anche genuino, che però non avrebbe potuto durare a lungo. Nelle dirette, esortavo la gente a farmi delle domande via mail e le risposte le preparavo, ci lavoravo su, non andavo a improvvisare. Molti mi chiedevano se ritenevo che la gente sarebbe cambiata, e io stavo in mezzo tra l'ottimismo e il pessimismo. Realisticamente, temevo non sarebbe successo nulla. Al momento stiamo cercando con tutti i mezzi di tornare al prima, senza renderci conto che la natura, col Covid, c'ha dato un monito importante che avremmo dovuto prendere in considerazione. Credo che il global warming prima o poi ce la farà pagare cara.

Stai per pubblicare un video che parla delle rivolte razziali, se non sbaglio?

Sì, in maniera più suggestiva che esplicativa. La canzone è Com'è possibile, e sebbene non sia diretta, si sente in sottofondo un'inquietudine. Non è un caso che vengano citate le parole di Bob Dylan da Blowin in the Wind, che sono arrivate in maniera spontanea mentre scrivevo la canzone. Quell'immagine simbolo della generazione degli anni '60, di ragazzi che esprimevano coralmente l'idea della pace. Questa immagine fantastica "La risposta è lassù, e soffia nell'aria", che non conclude nulla e lascia aperte tutte le opzioni possibili, è arrivata nel testo mio quasi come se fossero mie parole (nessuno mi equivochi, sono di Bob Dylan e ci mancherebbe), ma le ho connesse alle altre in maniera automatica.

Hai avuto un sentore di ciò che sarebbe potuto succedere?

Mi sto rendendo conto in questa intervista che il disco, che è stato registrato un anno fa ed è stato pensato minimo un anno prima, non parla in maniera diretta delle storture connesse alla politica e delle frustrazioni sociali che ne derivano o dei  problemi legati al clima, ma ne è emanazione, perché io sono quattro o cinque anni che vivo con molta inquietudine quello che sta accadendo. I soprusi della mente di cui parlo, sono connessi con la parte brutta che mi sta intorno, quindi è come se non mi trovassi totalmente stupito di questi fermenti sociali, dall'omicidio di George Floyd al movimento Black Lives Matter.

Tornando nello specifico della musica, come hai preso le azioni del governo in materia di musica?

Premetto che non faccio parte di quelli che hanno trovato da ridire verso il Governo: ho provato fortissima empatia per Conte. Nonostante non abbia mai votato Movimento 5 Stelle, tenendomene bene alla larga, capisco che una pandemia non è una cosa che si impara facilmente a gestire, specie se siamo il primo Paese occidentale a pagarne le conseguenze. Penso che avere sulle spalle un Paese e guidarlo sia un'azione molto complicata. Purtroppo, quando Conte disse degli artisti che fanno divertire, io come molti colleghi mi sono sentito preso in giro.

Capisco benissimo...

Molti che amano la musica hanno avuto da ridire con questa permalosità dei musicisti, ai quali non andrebbe mai bene niente, ma io non ce l'ho con Conte, ce l'ho col sentire medio diffuso degli italiani nei riguardi della musica, perché Conte ha espresso un pensiero comune a molti. Se qualcuno avesse fatto un esercizio di comparazione e avesse preso le parole della Merkel, che nello stesso periodo ha parlato dei musicisti, si sarebbe reso conto che quest'ultima ha usato parole più pregne, serie, articolate, ricche di una comprensione della gravità del fenomeno.

TRACKLIST

Ascolta su: Amazon Music Tidal
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Stai partecipando a qualche azione del sistema musica degli ultimi tempi?

Non ho avuto la possibilità materiale di essere all'iniziativa di Milano di La musica che gira, e non potrò essere neanche a quella di Roma, ma sono in contatto con gli altri musicisti e ho sottolineato loro di tenermi in considerazione ogni volta che ci saranno azioni di questo tipo. Credo che l'unica cosa che debbano fare i musicisti in questo momento sia quella che non hanno mai fatto: unirsi e dimostrare la propria coesione. Il Covid ha scoperchiato la tremenda situazione fallace nei riguardi della musica: non ci sono ammortizzatori sociali, il sistema pensionistico ENPALS non funziona, quindi i musicisti devono farsi sentire, perché la classe politica si muove nel momento in cui viene sollecitata o, fuori dagli ottimismi, quando le si rompe i coglioni. È l'unica chance che hanno i musicisti perché i politici non hanno nessuna sensibilità nei confronti della musica: per andare sul pratico, come mai da sempre l'IVA sui libri è al 4% e sui dischi è al 22%? Facile: i libri sono considerati cultura e la musica no.

A questo punto, come pensi di portare in giro l'album dal vivo? 

Ho accettato l'idea della frattura tra l'uscita del disco e il momento in cui si tornerà a fare concerti. Aspetto di poter tornare nei teatri, sperando che il lockdown legato alla musica non vada oltre l'inizio del 2021. Il disco si presta ad essere suonato anche in versione solitaria, m'immagino già situazioni bucoliche come suonare in un boschetto o nei luoghi tipo gli agriturismi, con dimensioni che non sono quelle dei grandi concerti rock, perché il disco si presta a una versione intima dell'esibizione live, quindi in questo senso sono ottimista. In generale invece spero che il Covid ci molli, perchè se arrivasse una ricaduta simile alla prima, saranno problemi seri per molti, non solo per i musicisti.

Ho sempre in mente la tua frase di prima, in cui dicevi che non consiglieresti a dei ragazzi giovani di formare una rock band. I tuoi erano semplicemente altri tempi o c'è qualcosa di più?

Un po' tutte e due le cose: chi viene da una generazione come la mia o quelle ancora antecedenti, i mostri sacri, non performano molto bene sulle piattaforme di streaming, perchè queste sono un patrimonio esclusivo delle nuove generazioni, e lì c'è la compulsione, le case discografiche vanno a sollecitare il click. È finito il periodo del racconto sull'oggetto disco o su come farlo arrivare alla gente, quello che interessa ai discografici è moltiplicare quel click per qualche milionata. È un po' disarmante, quindi è chiaro che di questi tempi, partire con un progetto rock idealistico dà molte poche possibilità a ragazzi di 18-20 anni, perlomeno con le piattaforme. Le remunerazioni iniziano a essere importanti dai 60-70 milioni di streaming in avanti, per la scena live è un momento assolutamente buio e, a parte il Covid, non do colpe neanche ai gestori dei locali: il pubblico non c'è. Bisogna chiedersi come mai sia sparito.

Può darsi che ci sia stata più offerta che domanda negli ultimi dieci anni?

Possibile, e se questo è vero, come credo, è una conseguenza della facilità con cui oggi puoi buttare la tua musica su internet. Non c'è bisogno di tutta queta musica. Anche voi, non capisco con quale criterio riusciate a parlare di qualche disco e non delle migliaia di altri, dev'essere molto difficile fare selezione. Una sovraofferta che non è controbilanciata da nessuna domanda.

Ci sono altre cose che hai perso in questi anni, oltre al cuore?

È ciclica la cosa, ci sono momenti in cui l'umore è alto, la creatività si mette in circolo e tutto funziona e altri, in seguito a chiacchierate come quella che stiamo facendo, in cui mi sento come se avessi perso l'aggancio con quello che c'è fuori. Tornando al discorso precedente, il pubblico per il rock ci sarebbe anche, ma la mia generazione è subissata da milioni di input, ha da lavorare, badare alle proprie famiglie e viene completamente distratta da queste informazioni. Il 20, 30% del tuo pubblico segue ogni tuo post sui social per rimanere informato, il resto dei tuoi potenziali follower sono dispersi. Non soffermiamoci sull'azione nefasta degli algoritmi, che stanno per diventare una razza antagonista all'uomo, in futuro ci influenzeranno ancora di più. Non è distopia e neanche complottismo, è realtà, altrimenti perchè ogni volta che parlo con qualcuno di qualcosa, dieci minuti dopo il telefono mi mostra quella pubblicità?

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L'articolo Cristiano Godano: "Non auguro a un giovane di fare rock oggi" di Simone Stefanini è apparso su Rockit.it il 26/06/2020 09:08

Tag: rock - acustico - album

Commenti (2)
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  • Giulio Pons 2 mesi fa

    Bella intervista Simone Stefanini. Godano diretto e lucido sull'analisi della musica di oggi. E' vero è cambiato il mondo e siamo cambiati noi, ma per molte cose è bello anche così e per i giovani che si avvicinano alla musica questo è il contesto e la musica resta sempre il fantastico accompagnamento della vita. Provo affetto per i marlene e per diverse loro canzoni (nuotando nell'aria sul divanetto è da pelle d'oca). Mi vado a sentire il suo disco ora...

    > rispondi a @pons
  • Simone Stefanini 2 mesi fa

    Giulio Pons Grazie Giulio, parto dall'idea che ogni generazione abbia in qualche modo ragione e che sia giusto ascoltare tutte le voci per farsi la propria idea. Il disco mi piace davvero tanto.

    > rispondi a @simonestefanini
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