Da una parte il salone, dall’altra il microfono. Da una parte un mestiere coltivato in famiglia, dall’altra la scrittura come spazio di introspezione e libertà. Sono questi i confini all'interno dei quali si muove la doppia vita di Dbseven, al secolo Daniele Bruno, rapper 22enne nato e cresciuto a Napoli.
"Nella vita di tutti i giorni - ci racconta - porto avanti una tradizione di famiglia: sono un parrucchiere, un mestiere che ho ereditato da mio padre. Credo che ci sia un filo invisibile tra quello che faccio in salone e quello che scrivo: in entrambi i casi, cerco di curare l’immagine e l’anima delle persone, ascoltando le loro storie per poi trasformarle in qualcosa di bello".
Due mondi che sembrano lontani, ma che per Bruno si incontrano nello stesso gesto: ascoltare, capire e restituire qualcosa di autentico. Una passione, quella per la musica, entrata nella sua vita molto prima di toccare un rasoio o un paio di forbici. "Già a 8 anni ascoltavo rap e mi affascinava la complessità tecnica e la potenza dei testi. Quando poi a 12 anni ho sentito l’esigenza di passare dall’ascolto alla scrittura, sono partito dai remix di artisti che per me sono stati dei maestri, come Clementino e Rocco Hunt".
Da quel momento la ricerca e la raffinazione di rime e incastri diventano il centro di un percorso artistico avviato verso una direzione precisa: raccontare ciò che succede dentro, senza filtri, senza scorciatoie. Non è un caso che Dbseven scelga consapevolmente di scrivere in italiano piuttosto che nel natio dialetto napoletano, inseguendo una dimensione in grado di superare i propri confini geografici.
Un messaggio il più possibile universale, che Bruno prova a diffondere grazie all’aiuto del fidato producer Naroje. Il suo "braccio destro, capace di tradurre in suono le sfumature di ciò che scrivo. Sono profondamente legato alla musica conscious rap: un genere dove l’obiettivo è guardarsi dentro, e ciò mi riesce molto bene".
Una direzione che guarda molto anche oltreoceano, verso quella tradizione rap che ha fatto della scrittura un’arte quasi chirurgica. "La mia più grande ispirazione a livello artistico - ci racconta Bruno - è sempre stata XXXTentacion per la sua capacità di mettere a nudo le proprie fragilità. Oggi i miei ascolti si basano invece su veri e propri pilastri della scrittura americana come Kendrick Lamar e J. Cole, da cui cerco di assorbire la cura maniacale per il testo e il flow".

Fragilità e introspezione sono proprio il cuore di cielo spento, il suo ultimo singolo, un brano che nasce da quelle ore sospese della notte in cui i pensieri si fanno più rumorosi. "È una traccia che affronta la solitudine e quella strana ansia di non sentirsi mai 'abbastanza' in una società che corre frenetica. È un invito a rallentare e a rispettare i propri tempi".
Se la scrittura è il luogo dove tutto prende forma, è sul palco che quelle parole trovano il loro momento più intenso. "L’emozione più forte durante un mio live l’ho vissuta lo scorso novembre alla finale di Palchibelli 2025 a Milano. Avevo con me una pennetta con le basi e una grinta incredibile. In quell’occasione ho avuto anche l’onore di confrontarmi con Ghemon, un mio grande punto di riferimento. I suoi complimenti e i suoi consigli sono stati una conferma fondamentale: mi hanno fatto capire che in questa scena c’è un posto anche per il mio racconto".
Una consapevolezza che oggi si traduce in nuove prospettive e in un nuovo EP interamente prodotto da Naroje. "È un progetto a cui tengo moltissimo - ci confessa - e che vedrà la luce a settembre. Sarà un’ulteriore evoluzione del mio percorso".
Nel frattempo, tra specchi, forbici e barre scritte di notte, Dbseven continua a muoversi tra due vite che forse, in fondo, non sono mai state così distanti. Perché sia tra le chiacchiere di un salone sia davanti a un microfono acceso, la missione resta la stessa: ascoltare le storie delle persone, provando a trasformarle in qualcosa che rimanga.
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L'articolo Dbseven: tra specchi, forbici e barre di Luca Barenghi è apparso su Rockit.it il 2026-03-07 17:21:00

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