Dimartino e Fabrizio Cammarata - Nelle corde di Chavela Intervista

foto di Elly Contini - Dimartino Cammaratafoto di Elly Contini - Dimartino Cammarata
04/05/2017

Fabrizio Cammarata e Antonio Dimartino, dopo circa un anno di immersione nella vita, nei luoghi e nella musica di Chavela Vargas, hanno dato alle stampe "Un mondo raro", un disco e un libro che raccontano la storia e le canzoni della straordinaria musicista messicana. Il 25 maggio presenteranno la loro opera di traduzione e interpretazione al MI AMI (qui trovate le prevendite): ci siamo fatti raccontare quest'esperienza e come il Palco Raffles Milano diventerà il centro di Città del Messico per qualche ora.

Chavela Vargas è al centro di questa opera in due parti che è "Un Mondo Raro", composta da un romanzo biografico e da un disco di cover reinterpretate e tradotte in italiano. Come nasce l'idea?
Fabrizio Cammarata: A me piace pensare e dire che questo progetto è figlio prima di tutto di un’amicizia, quella che lega me e Antonio, e poi del “viaggio”, da intendersi sia in senso fisico che interiore e musicale. Tutto è nato quasi per caso: io mi trovavo in Messico perché stavo lavorando ad un film, Antonio aveva appena finito una delle sue tournée ed ha pensato di unirsi alla nostra carovana. Va da sé che la colonna sonora fosse tutta quella musica legata a quei luoghi, la musica ranchera, la stessa Chavela Vargas… e ricordo esattamente quel momento in cui, su un bus un po’ sgangherato dove viaggiavamo, Antonio posò gli auricolari e mi chiese: “Perché non facciamo un progetto dove traduciamo la canzoni di Chavela Vargas in Italiano?”. Era una cosa cui non avevo mai pensato, ma gli ho detto subito di sì.

Come mai avete scelto la doppia strada di disco più libro per raccontare questa storia? I due lavori sono indipendenti tra loro o sono le due facce di una stessa medaglia?
Antonio Dimartino: Il disco e il libro possono essere indipendenti tra loro, hanno anche due evoluzioni diverse. Prima è nata l’idea di tradurre le canzoni in italiano, e una volta avuto il disco pronto ci è venuta in mente l’idea di scrivere questa “favola biografica”, come amiamo definirla, sulla vita di Chavela Vargas. Durante le ricerche che abbiamo fatto per il disco, abbiamo raccolto una serie di informazioni dai musicisti di Chavela Vargas, dal suo migliore amico, dalla sua biografa eccetera: informazioni di prima mano che ci hanno consentito di scrivere realmente una biografia, anche perché su di lei, in effetti, non ci sono tantissime pubblicazioni.

Tra il disco e il romanzo, quale dei due ha richiesto maggiori energie e quale è stato più emozionante da realizzare?
FC: Il tutto è partito dalla musica, ovviamente, ma devo dire che lì per lì è stato tutto molto semplice: una cosa che ricorre in tutto questo progetto è una certa fluidità, una semplicità che forse non avevamo mai riscontrato nella realizzazione di nessun altro dei progetti della nostra carriera. Questo vale per il disco, ma anche per la scrittura del romanzo, nonostante si trattasse di una cosa completamente nuova per entrambi! Mi piace pensare che avessimo talmente interiorizzato questa storia da farci superare il limite dello scrivere. La stesura del libro in sé è infatti venuta dopo un anno di immersione nella vita di Chavela Vargas, e abbiamo lavorato ogni giorno insieme su Google Docs in contemporanea. Avevamo un metodo di lavoro semplice: facevamo un piccolo brief su cosa dovessimo scrivere capitolo per capitolo, ci dividevamo i compiti e poi trovavamo il modo di legare le parti. È stato un metodo indovinato, alla fine, perché due non-scrittori hanno fatto uno scrittore!

Durante il vostro viaggio in Messico avete suonato con i Macorinos, storici chitarristi di Chavela Vargas, e con loro avete registrato il disco a Città del Messico. Qual è il ricordo più prezioso che avete di questa esperienza?
AD: In generale, tutte le giornate che abbiamo passato con loro sono state abbastanza surreali. Ci siamo trovati in uno studio di Città del Messico con questi musicisti settantenni che ci aveva presentato un nostro amico di Agrigento, bassista di Lila Downs che vive lì da anni, ed eravamo due messicani, un agrigentino e due palermitani che cercavano di dialogare rispetto ad una cantante messicana scomparsa. Una situazione senza dubbio particolare. Il mio ricordo di quei giorni in studio è molto vivido, e mi trasmette molta spensieratezza.
FC: Anche io l’ho vissuto come un momento di spensieratezza, perché quando lavoriamo alle nostre canzoni c’è un senso di responsabilità che ci rovina la festa, in qualche modo. Ma non è successo in questo progetto, in cui noi ci siamo realmente messi al servizio di qualcosa d’altro. Lì il nostro modo di interpretare è senza dubbio un po’ meno narcisistico di come lo facciamo per le nostre cose, i nostri pezzi. In quel momento ci sentivamo come se fossimo musicisti della band di Chavela Vargas. I Macorinos ci hanno dato dei consigli e detto cose che hanno ampliato la nostra percezione, e ancora oggi, quando devo registrare un brano scritto da me, penso alle loro parole, a quelle libertà che deve prendersi il cantante, e a tutto quello di cui Chavela Vargas era maestra.

Mi parlavate dell’interpretazione dei pezzi, che voi però cantate in italiano, differentemente dall’originale. Ci sono stati degli elementi più delicati di questo processo di traduzione? Com'è stato recepito il cambio di lingua dai musicisti storici della Vargas?
AD: Be', i Macorinos ci guardavano un po’ straniti, perché avevano di fronte appunto due italiani che avevano tradotto canzoni messicane in italiano per registrarle. A un certo punto, però, ci hanno anche confessato che erano colpiti in maniera molto positiva, perché avevano visto un altro aspetto di quelle canzoni. Ovviamente noi non cantiamo come Chavela Vargas, non abbiamo la sua voce, né il suo modo di interpretare, quindi per loro era una novità. Le stesse canzoni che avevano suonato magari vent’anni prima adesso le stavano rivisitando con altre personalità musicali, per cui secondo me si sono lasciati stupire. Per quanto riguarda i testi, invece, abbiamo cercato di prendere dal repertorio dei brani i cui testi fossero traducibili in maniera credibile, e che non risultassero grotteschi, perché molte delle canzoni avevano dei termini in messicano che appartengono alla cultura centro americana e che magari tradotti in italiano non rendevano al meglio.

Per anni sono state le donne a interpretare testi scritti dagli uomini, come è stato per voi da immedesimarsi in canzoni scritte da una donna?
FC: Per quanto mi riguarda è stata una cosa molto naturale, perché fin da quando ho iniziato la mia carriera i miei modelli interpretativi sono stati donne, molto più che uomini; da un punto di vista interpretativo sento di avere molti più punti in comune con le grandi cantanti come la stessa Chavela Vargas, ma anche Edith Piaf, da cui sento di poter imparare molto di più. A me è sempre piaciuto interpretare le loro canzoni senza fare quella cosa - che onestamente un po’ non sopporto - di cambiare gli aggettivi al femminile: se lei si rivolge a un lui, il cantante maschio cambia il testo e si rivolge ad una lei. Per me è importante che un interprete prenda la pelle di chi sta interpretando, appunto. Canto le canzoni di Chavela Vargas, o di Billy Holiday, come facevano loro, rivolgendomi a quell’uomo per cui soffrivano. Io è da una decina di anni che faccio sempre la “Llorona”, un pezzo della tradizione messicana che anche Chavela Vargas interpretava, e che era diventato il suo fiore all’occhiello. Lei la interpretava immedesimandosi in un uomo rivolgendosi a questa figura di donna, la Llorona, proprio come io e Antonio facciamo con le sue canzoni, senza cambiare tutti gli aggettivi al femminile.

(Foto di Jose Fiorentino)

Il 25 maggio vi esibirete sul palco del MI AMI Festival 2017, lo stesso giorno di altri artisti siciliani, tra i quali Carmen Consoli. Avete mai avuto modo di conoscerla?
AD: Io non l’ho mai conosciuta, ma mi sarebbe piaciuto poter far sentire un disco come “Un Mondo Nuovo” a lei. Secondo me sarebbe stata un’artista molto attenta ad una figura come Chavela Vargas.
FC: Io l’ho conosciuta perché un po’ di anni fa ho aperto alcuni suoi concerti con la mia vecchia band, i The Second Grace. Lei è stata sempre una persona molto curiosa e molto attenta a questo genere di musica. Effettivamente è un peccato che fino ad ora non siamo riusciti a condividere questa cosa con lei, ma penso che il 25 maggio possa essere l’occasione di incrociarci e magari di ascoltarci.

Negli anni si è spesso parlato delle difficoltà che gli artisti siciliani trovano nell’organizzare i tour e nello spostarsi per suonare. È ancora così o le cose sono migliorate?
FC: Tutto questo discorso della scomodità e dei problemi organizzativi è vero. L’ho vissuto soprattutto in quegli anni in cui avevo la band, ma devo dire che oggi che ho un progetto che porto in giro da solo, il mio vivere in Sicilia è diventato al 90% una risorsa, più che una scomodità. Vivere qui mi ispira, e rappresenta pienamente ciò che sono.
AD: Be' per me è diverso! Se vivessi, per esempio, a Livorno sarebbe tutto più semplice! Livorno resta ancora sul mare, ma è molto centrale, sei vicino a Firenze, a Bologna… certo, Palermo per un musicista oggi non è il posto ideale in cui vivere, soprattutto per me che mi sposto con tutta la band.

Tornando al live di questo vostro ultimo lavoro, “Un Mondo Raro” è pieno di suoni acustici, cori, trombe e atmosfere delicate. Come riporterete questo universo sonoro nei live? 
AD: In realtà abbiamo fatto delle scelte. Abbiamo deciso di fare una prima parte del tour non con un vero e proprio “concerto”, ma con uno spettacolo teatrale. Quindi per questa prima fase, finita il 30 aprile dopo esserci esibiti nei teatri, abbiamo optato per raccontare la vita di Chavela Vargas non solo con le canzoni, ma anche con l’aiuto di una narrazione e dei Pupi siciliani. La seconda parte di tour vedrà sul palco me e Fabrizio in duo con chitarre classiche. Sul palco del MI AMI ci sarà con noi anche un’illustratrice del MI FAI, Giulia Conoscenti, che disegnerà mentre suoniamo.

Tornando invece a Chavela Vargas, qual è la sua canzone che preferite cantare, suonare o interpretare?
FC: Se togliamo la Llorona, che per me è fuori concorso, io sono sempre stato molto affascinato da “Las Simples Cosas”, che in realtà è una canzone argentina che Chavela ha iniziato a cantare da molto anziana, e ne parlava come la sua canzone preferita. È un brano talmente profondo ed esistenziale che tutt’ora quando la cantiamo non posso fare a meno di commuovermi.
AD: A me piace molto “Pensami” che è l’ultima canzone del disco, e che si presterebbe anche ad essere cantata in inglese per la sua melodia molto universale, e tradotta in italiano sembra quasi una canzone di Tenco.

Tag: intervista

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