Alessandro Raina - email, 02-01-2007 Intervista

14/02/2007 di

(Alessandro Raina - Foto da internet)

Se ultimamente vedete in giro un ragazzo magro che veste un cappotto beige, fateci caso. Nella sua vita ha fatto molte cose, e da fuori sembra sempre inseguire una fuggente dimensione estetica che nasconde una collegata inquietudine intellettuale. A livello artistico, ha pubblicato un disco solista – “Colonia Paradi’es”, per City Living – dove si dimostrava ben più di un attento lettore di Blow Up, ma i più lo ricordano come cantante di “Punk... Not Diet!”, e relativo tour, dei Giardini di Mirò. Ma non solo. In questi ultimi quattro anni ha lasciato nel cassetto un disco scritto con Giacomo Spazio e Pierluigi Petris, che ha da poco finalmente pubblicato. Un disco al quale ha dato musica, ma soprattutto testi. Dai quali proietta al mondo fuori una Visione che meritava d’essere approfondita. Madame e monsieurs, a voi Alessandro Raina.



Alessandro, finalmente. Dopo quattro anni, il tuo disco solista. Che è successo in tutto questo tempo?
L’unica costante è il mio peso corporeo, che si è stabilizzato a 64 kg. Per il resto dai tempi post liceali di “Colonia Paradi’es” (il suo esordio solista, anno 1999, NdR) è successo tutto. E tutto deve ancora succedere. Ho vissuto in varie parti d’Europa, sono tornato a vivere a Milano, cuori si sono infranti, le bestemmie sono uscite, alcune gratuite altre meno, abbiamo assistito alla crescita di Palladino (giovane talento della Juventus, NdR), ho subito la trasfigurazione danese a margine del tour nordico dei Giardini di Mirò e scritto il conseguente tour diary... insomma… in certe ore, in certe luci, l'eleganza, la sventura e la grazia pare si siano compiaciute di scendere fra noi per incarnarsi negli aspetti, nelle creature, nelle cose di tutti i giorni.

E non ho preso un chilo!

"Nema Fictzione" è un disco a triplice firma. Tu, Spazio e Petris. Un trio decisamente inedito. Cosa vi unisce?
E’ più facile dire cosa non ci unisca. Ci unisce una sorte comune. I legami ci sono ma sono bivalenti, non siamo un trio, se non sulla copertina di un libro. Giacomo fa parte della mia vita artistica, che lui per primo ha modellato, insegnandomi molte cose, fra cui i trucchi per dare sempre una forma compiuta al cinismo con cui è lecito guardare la vita e le opere d’arte. Pierluigi l’ho incontrato in un momento molto delicato della sua vita eppure nulla, apparentemente, l’ha scalfito. E’ l’incarnazione della semplicità e della positività. La negazione vivente delle seghe mentali. Come non adorarlo, se di seghe mentali si è stati per anni maestri?

Nel booklet tanti personaggi. Da Italo Calvino a Moana Pozzi. Da cosa è dipesa la scelta? Da dove arrivano le frasi? Quale la missione ideologica di questo spezzettato letterario?
La scelta è dipesa dall’impatto che il Novecento ha avuto sulla mia vita e su quella di Giacomo. Diversi per sensibilità, esperienze e gusti ci siamo seduti a un tavolo confrontando i rispettivi retaggi. L’unico obbiettivo era un poema corale che non suonasse gratuito o tronfio.

Chi scrive per il suo tempo, disperi di sopravvivergli!

La missione ideologica c’è sempre, in ogni forma d’arte, ma quello che arriva nelle case degli italiani è in genere molto meno, nel bene e nel male. E’ ormai chiaro che tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola. Quindi mi basterebbe ricordare ai miei cari coetanei – ed anche ai più giovani, fra un download e l’altro - che se il nazionalismo è da buttare di certo da buttare non sono molti fra i personaggi di cui l’Italia moderna e contemporanea è ritratto, nonostante non si veda. Il Novecento italiano è stato un campo minato, un salotto, una polveriera e un harem. Abbiamo provato a darne prova, in un modo forse provocatorio perché di immediata lettura, rifiutando di pubblicare un tomo. Abbiamo estratto le schegge per esporle prima che tutto tramontasse definitivamente.

Ti abbiamo visto mutare in differenti forme, sempre alla ricerca di un'estetica artistica che assecondasse la tua necessità d'espressione. L'amore, da sempre trasmigrato nelle tue liriche verso un altrove mai raggiunto, spesso asseconda il quotidiano ma non si piega mai al presente coercitivo. Non è mitizzato, è come congelato. E i pezzi che si sciolgono si staccano e galleggiano nell'inquietudine sanguinando. Da una parte sono vivi, dall'altra sono dolorosi. Cos'è questo pallore che ci rende così simili?
Credo sia una questione generazionale. Il mood che ritrovi nelle cose che faccio, che scrivo o che indosso. Solo che la mia interpretazione della generazione a cui appartengo è costantemente in bilico. E da qui’ credo nasca la precarietà – che ad alcuni può anche bastare se è bella - delle musiche, la debolezza e la brevità dei versi, la caducità dello stile.

Quanto alla forma, che come sai per me è importante giacchè viviamo in un mondo in cui la comunicazione visiva è un fattore determinante, io posso solo cercare di essere credibile innanzitutto davanti allo specchio, e la ritengo una forma di educazione e rispetto per il prossimo. Si arriva al proprio stile con tutti i rischi del caso, e credo sia una cosa innata, ma lo si fa passando per un fenomeno banale come la moda tanto quanto la storia dell’arte. A me interessano gli alfabeti stilistici piu’ che le apparenze, anche se dietro alle apparenze ci siamo persi tutti, qualche volta.

Quanto sei in quello che fai?
Integralmente, e non solo in nome del binomio ridondante arte/vita. Il fatto è che dopo una vita passata nelle prigionie dell’immaginazione e della timidezza ho dovuto disciplinare una tonnellata di non detti… di non finiti… e non sono bastati i viaggi, le amicizie, gli innamoramenti o le sceneggiate. Non è bastato rivedere certi film, ricomprare certi libri. Mi serviva mettere in atto (ed eventualmente in scena) certe cose. E con l’aiuto di personaggi come Giacomo ci provo quotidianamente. L'immaginazione è "la pazza di casa", dicevano in un proverbio i contadinelli conservatori del paesino di campagna in cui crebbi. La realtà è peggio, mi risposi molto anni dopo, perché è la scema del villaggio.

Ti senti più cantante o scrittore?
Per essere un vero cantante dovrei imparare una tecnica. Ma è molto piacevole poter cantare accompagnato da musicisti così deliziosi come sono stati i Giardini e come sono i miei attuali compagni di ventura. Scrittore lo sono dall’età di tre anni. Ma non lo farò sapere a nessuno se non sarò in grado di concludere un romanzo davvero degno della letteratura in cui credo e che difendo. Che evidentemente non è quella di Baricco ma non è nemmeno quella dei bravissimi manieristi che l’editoria italiana vende periodicamente. Manierista già lo sono nel vestire, esserlo anche nello scrivere sarebbe veramente troppo.

Che spazio ha la boheme dentro la tua visione della vita?
La boheme è, come l’arcadia e l’età dell’oro, una condizione dell’animo. Se è una maschera culturale si scade immediatamente nel patetico e non ne voglio neppure parlare. La mia boheme è un sentimento di vicinanza integrale a una cultura della vita esplosa fra le due guerre, dalla repubblica di Weimar alla Parigi della belle epoque, cantata, vissuta, difesa dai vari Cocteau, Drieu La Rochelle, Nimier, da Curzio Malaparte, Francis Scott Fitzgerald, Vladimir Majakovskij, e da tantissimi volti sconosciuti che abbellivano la società europea, dai bassifondi alle platee dei cabaret. La mia boheme è la stessa, ingenua, amara e comica dei personaggi di ‘Une vie de Boheme’ di Kaurismaki, o di ‘Giorni felici a Clichy’ di Miller. Un concetto del vivere molto liberale perché splendidamente nichilista.

Ma se non esiste boheme senza una civiltà e un teatro sociale che la giustifichino è possibile interpretare la sorte del dandy senza scadere nel ridicolo, e lo ritengo intrigante.

Mio malgrado la figura del dandy è una delle più fraintese della storia del costume. La sua identità viene convenzionalmente individuata nell’eccentricità tout court.

C'è invece un'idea di eleganza, austera e voluttuosa, ricercata fino alla naturalezza, che a guardar bene parla di un disagio che nulla può mitigare.

Amo certe virtù ed amo le belle: nell’unico edonismo che io ritenga legittimo c'è l'espressione di chi sa che le gioie della vita valgono quanto il suo estinguersi.

Moderno. Cosa c'è dentro questo aggettivo?
Credo ci debba essere l’assoluta consapevolezza di essere figli del proprio tempo, per quanto decadenti si pretenda di apparire. E nell’essere figli del proprio tempo c’è l’osservanza o almeno il rispetto per regole e convenzioni che ci aiutano a convivere. Mi spiego. Se faccio un disco o una rivista, dovrò tenere conto innanzitutto dei codici espressivi vigenti. Di come e perchè le persone comunicano e si interessano alle opere, ai prodotti. ‘Moderno’ significa mandare duecento mail al giorno anche se sarebbe decisamente più ‘bello’ usare i piccioni viaggiatori. Perché la modernità, lo insegnano i film espressionisti, è l’accelerazione del tempo.

Sarebbe stato tuttavia più facile risponderti così…
"Fin de siécle", mormorò Lord Henry.

"Fin du Globe", rispose il suo ospite.

"Vorrei che fosse fin du globe" disse Dorian con un sospiro, "la vita è una grande delusione".

C'è un servizio fotografico, sul tuo MySpace. A fianco a te, una donna. I colori sono bianco e nero. Di che si tratta?
Di quelli che chiamo i miei fotoromanzi. Servizi fotografici da cui non si sa cosa possa scaturire. Se pessime foto o un servizio di moda o materiale per una mostra. Un set improvvisato in cui convogliare i lati opposti delle persone che vi coinvolgo...se io ci metto erotismo la fotografa (che in genere è una mia cara amica ex dirimpettaia di Rohmer) ci mette pathos o tenerezza.

L’ispirazione è sempre un periodo della nostra vita. Ciò che vedi su mySpace è una rilettura dei mesi in cui vivemmo, tutti insieme, a Parigi, negli anni ’90.

Diamo vita ad un boudoir fotografico...con molta ironia e un sottile, ovvio, filo di ambiguità. Cerchiamo ovunque oggetti, stanze, modelle e ammennicoli. E’ un modo come tanti per vincere il tedio e ricordarci chi siamo.

Mentre la stampa tutta ha esaltato il vostro disco, elogiandone la caratura artistica e il pregio melodico, Blow Up (un giornale solitamente vicino a episodi "di confine" come il vostro) lo ha stroncato. Occasione ghiotta per parlare della stampa musicale italiana. Vorrei commentassi una tua frase: "La stampa non sposta più un cazzo".
Anni fa, dopo che Stefano Isidoro Bianchi mi dedicò moltissimo spazio sulla base di un’infatuazione per la mia precocità, ebbi a dire che Blow Up era potenzialmente la miglior rivista italiana e realisticamente la peggiore, perché esterofila, troppo facile alle consacrazioni e di conseguenza di poco aiuto a chi i dischi se li doveva anche comprare. Usai parole molto taglienti, come da mia abitudine e il buon Bianchi, toscanaccio che non ho smesso di stimare, me le giurò.

La recensione di Blow Up mi ha fatto sorridere perché tutto sommato non riesco a non vederci un mal celato affetto. Mi sembra la reprimenda di uno zio lontano che deve far stare il suo nipotino seduto al proprio posto, mettendolo in guardia sulle sue ambizioni da intellettuale. Credo che Stefano abbia perso una buona occasione per affrontare argomenti, soprattutto storici, che conosce bene. Ha risolto il giudizio su un’opera che parla di argomenti (e figure) che fanno parte della sua storia ricorrendo all’arma dell’ironia. Ne prendo atto. Ma lo ritengo ancora persona più attendibile e competente della media nazionale. Detto questo un prodotto come il mio, a meno che non finisca in copertina, non ha (più) successo in base a un voto alto o basso su questo o su quel giornale. Ma in base alla sua speranza di vita, che è nelle pagine, nei concerti, nella curiosità del pubblico, nel percorso dei suoi autori.

Una canzone del tuo album - "Red Lake", edita allora su una compilation di Cane Andaluso - fu la scintilla che fece scoccare l'idillio fra te e i Giardini di Mirò di "Punk... Not Diet!". Ora, Jukka e soci sono band-copertina di questo ROCKIT'mag, ma nuovamente senza te. Qualche rimpianto?
Rimpianto di non vedere più Burro (Francesco Donadello, il batterista, NdR) o il Tammu (Luca ‘Pillow’ Di Mira, NdR) mentre si grattano la schiena la mattina o si puliscono la bocca a vicenda come fanno i colibrì con gli ippopotami? Rimpianto per le camminate fra i palazzi di stato a Dresda in cui Jukka mi racconta per la duecentesima volta l’epica della resistenza sulle alpi reggiane mentre i suoi guanti di gore tex si sfilacciano nel freddo dei venti baltici? Signor no.

I rimpianti ci sono e riguardano tutti i momenti perfetti della vita, tutti i capitoli un po’ eroici in cui si giustificano errori e perdite di tempo. Capita a volte di sentirsi per un minuto felici. Non facciamoci cogliere dal panico: è questione di un attimo e passa. Ma di questo sentirò eternamente il pulsare dentro di me. I Giardini sono stati un fantastico premio, una possibilità e anche un po’una botta di culo. Credo che insieme abbiamo ottenuto il massimo ottenibile in quel preciso momento delle nostre carriere. Se continuare sarebbe stata una consacrazione o un peggioramento non mi interessa particolarmente.

Ma le copertine che ricevono sono il doveroso premio ad un’esperienza artistica superiore, per storia, credibilità, qualità e soprattutto numeri a tantissimi dei progetti cosiddetti italo-indie che ingolfano i giornali, la rete e i locali pretendendo di parlare di successo anche se dopo anni suonano ancora nelle palestre di mezza Europa rimettendoci ogni anno molti soldi. E intanto, anonimamente, tramano, insultano, diffamano, boicottano, competono, e addirittura spesso nuotano nei conflitti di interessi che ai piani più alti del vivere sociale condannano. Ma il tempo è galantuomo. C’è chi la copertina alla fine la riceve e chi non l’avrà mai nonostante si venderebbe la fidanzata pur di ottenerla, meglio se su una rivista di moda o sull’NME, fregando il posto a dei casi umani come gli Horrors o i Claxons (lo scrive proprio così, NdR). C’è chi ha riempito tutti i locali in cui abbia suonato e chi con 150 copie vendute crede fermamente di essere cool almeno quanto i Libertines della prima ora.

Il rimpianto ce l’ho per queste persone: rimpiango il fatto che siano nati in famiglie il cui tenore di vita concede loro il tempo di massacrare, anno dopo anno, il livello qualitativo medio della cultura popolare italiana. Ma c’è di peggio. Gli Horrors e i Claxons innanzitutto.

"Broken By", il primo singolo dei Giardini, ha un testo che porta la tua firma. Che effetto ti fa a sentirlo cantato da altri?
Sarebbe falso negare dire che la sento come il canto del cigno di un periodo che appartiene anche a me. La verità è che è un bellissimo pezzo, e che la melodia vocale, su cui Jukka aveva inzialmente dei dubbi, regge bene e dimostra che anche le canzoni vere e proprie sono (ed erano) nelle corde della band. Confesso che un giorno mi piacerebbe cantarla dal vivo. Mi fa un bell’effetto e mi lusinga che ne sia stato tratto il primo singolo. Ora devono solo venderne due milioni di copie e mi potrò finalmente comprare il pied-à-terre a Shangai di cui non posso assolutamente più fare a meno.

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