Volessi fare i numeri, farei lo youtuber: Ensi racconta il nuovo album “V” Intervista

22/08/2017 di

Il 1° settembre sarà pubblicato "V", il quinto album della carriera di Ensi. Il titolo è programmatico perché tira una linea diretta tra il primo album "Vendetta" e molti altri aspetti della vita del rapper torinese. L'abbiamo incontrato per farcelo raccontare in anteprima.

Il tuo primo album si chiamava “Vendetta”, quest’ultimo - per vari motivi - hai deciso di intitolarlo “V”. È un concept che in qualche modo ha a che fare col film?
No, il film non c’entra nulla. Per quanto sia un bellissimo film. È una coincidenza capitata per caso. Il titolo dell’album in realtà non era neanche premeditato, l’ho scelto quando ormai il disco era quasi completo. Non volevo intitolare il disco con una canzone dell’album come ho sempre fatto per tutti i miei lavori precedenti: “Vendetta” conteneva “Vendetta”, “Rock Steady” conteneva “Rock Steady”. Insomma, volevo fare un album con un titolo suo, senza la title track. Mi sono reso conto che tutti i miei album preferiti non contenevano la title track. Questa motivazione è una cazzata ma mi ha indirizzato, ma il senso del disco è veramente piovuto dall’alto come una folgorazione che mi ha illuminato. Il mio primo album si chiamava “Vendetta”, mio figlio si chiama Vincent, il mio cognome inizia per V e poi, pensandoci bene, questo è il mio quinto album. Quindi anche tutto l’artwork ruota attorno a queste tematiche. Abbiamo scattato foto che ritraggono gli stessi luoghi ritratti nel cofanetto di “Vendetta” ma dopo un decennio, per rendere conto di quello che non è stato solo il mio cambiamento ma anche quello del mondo che ci circonda o, semplicemente, del nostro modo di vederlo. A 30 anni è giunta l’ora di tirare anche un po’ le somme. Quindi “V” proprio come il quinto capitolo di un libro. Credo non ci fosse titolo più adatto.

Nella presentazione dell’album dici che “Ribelli senza causa” è la canzone adatta per aprire il disco: è una canzone che manifesta la tua crescita stilistica e umana. Quanto ha influenzato il tuo percorso personale nella tua maturazione artistica?
Sono ovviamente un artista più completo ora. Ti risponderò con un luogo comune ma credo che il miglior disco di ogni artista sia sempre quello che deve ancora venire. La crescita continua, la volontà di perfezionarsi stanno alla base di qualsiasi forma d’arte. Quindi, a mio avviso, almeno per ora, questo lo reputo il mio disco più “totale”. Sono riuscito a trovare un equilibrio, a far coesistere gli aspetti preponderanti della mia musica con le mie prerogative del momento: la profondità di scrittura, la sperimentazione sul sound. Volevo fare un disco hip hop senza tempo ma non volevo neanche nascondermi dietro la solita storia dell’”io faccio il vero hip hop e voi non fate un cazzo”. Mi sono messo alla prova in un mercato dominato dai giovani, ma non mi sono snaturato, non volevo finire a millantare il ventenne per piacere ai ragazzini. Io con questo lavoro ci pago le bollette. Devo piacere alla gente ma questo non vuol dire debba venir meno ad alcuni miei capisaldi. Il rap nel corso degli anni ha saputo reinventarsi mille volte, stare al passo con i tempi è fondamentale. Giocare a fare il trend setter è un conto, saper cogliere degli aspetti della musica odierna e farli propri un altro. Credo poi che l’aspetto dove trapeli di più la mia crescita sia l’interpretazione. “V” è un album senza pizzi e merletti, senza seconde voci. Non ci sono 3000 take. C’è un’unica voce che suona forte come un mattone. Rap over everything, questo è il mood dell’album.

Probabilmente la tua fama di freestyler ha persino preceduto la tua reputazione da rapper. Trovi che sia un valore aggiunto o la reputi una visione limitata della tua musica?
Per me eccellere così tanto nel freestyle è stata un po’ una spada di Damocle. Ovviamente la notorietà mainstream l’ho ottenuta grazie a "Spit" su MTV. Sono uno dei pochi che riesce a stare a cavallo tra i due mondi con una certa decenza. Sono diventato celebre, lavoro con i brand da tempo, ho partecipato al "Red Bull Culture Clash", ho presentato gli MTV Days, sono andato da Fazio ma vengo da quel mondo lì e, fortunatamente, molta gente riesce ancora a percepire la mia attitudine. La mia credibilità non è stata studiata a tavolino. Sfido chiunque a trovare un freestyler che possa eguagliarmi. Questa credibilità me la sono sudata, ho iniziato a costruirla dal basso, dal panorama underground, vincendo ai vari 2TheBeat. Il problema è che molta gente che mi ha conosciuto per questo e continua ancora a conoscermi solamente per questo. Ed è certamente una visione limitata. Io però non posso farci neanche un granché, posso solamente invitarli ad un mio concerto: bello mio, vuoi il freestyle? Aspetta la fine dello spettacolo e lo avrai. Ma sono sicuro che nel frattempo, se sei un vero appassionato di rap, troverai almeno un paio di cose buone e in grado di colpirti.

Quindi un freestyler come si approccia alla composizione di un album? Riesci a scrivere alcune canzoni di getto?Io vedo un abisso tra i miei versi liberi ed il mio approccio di scrittura alle canzoni. A dir la verità, specialmente a questo punto della mia carriera, mi reputo decisamente migliore come scrittore, molto più completo come rapper che come freestyler. Come hai potuto notare, comunque, questi due aspetti possono coesistere. Se nel nuovo album ascolti canzoni come “Boom Bye Bye” puoi perfettamente rendertene conto. È un pezzo con quel mood, tarato su quegli stilemi. Non sto dicendo nient’altro che io sono un treno a rappare e che devi venire a vedermi live. Mi sto ritagliando i miei spazi. Ma siamo pieni di canzoni rap che ci ripetono continuamente questi concetti. Comunque per tornare alla tua domanda, le mie canzoni non le scrivo di getto. Quando scrivo di getto spesso scarto delle punchline perché penso avrei potuto usarle benissimo in una battle. La realtà è che ho scritto barre improvvisate migliori di tante strofe di alcuni rapper nei loro album ufficiali. È la verità fra. Ma è anche un cazzo di limite. Quindi come ho fatto a volgere questo aspetto del freestyle a mio favore? Perché c’è così tanta gente che mi diceEnsi, a me le tue canzoni piacciono, ma quando fai freestyle mi arrivi proprio qua, mi prendi lo stomaco”? “Boom Bye Bye” è un beat che si potrebbe protrarre in loop come in un’ipotetica battle. Ho lavorato sul flow per restituire alle canzoni quell’attitudine, quelle atmosfere. Poi ovviamente quando devi trattare un tema particolare, un argomento importante, ti approcci alla canzone in una maniera diversa, pensi a come potresti svilupparlo al meglio. Non tutti i temi sono trattabili nell’orizzonte del freestyle. Io infatti sono diventato bravo in questa disciplina perché da ragazzino non avevo nulla da dire. La svolta è avvenuta con “Vendetta” che dal punto di vista della pesantezza dei contenuti è un album che reputo molto vicino a questo. Ai quei tempi mi erano successe un sacco di cose, avevo un sacco di cose da dire e il bisogno di farlo. Inevitabilmente il tuo approccio alle canzoni cambia.

“Boom Bye Bye” è una canzone dallo stampo “classico”: gli scratches, tanto tipici agli albori della musica rap, sono ormai una rarità. Eppure sarebbe riduttivo considerarla alla stregua di un'imitazione di qualche pezzo old school. In “Iconic” poi dici: “La mia scuola non è vecchia o nuova /la mia scuola è la vera ti spiego”. Sbaglio ad interpretarla – anche- come un attacco ad un certo tipo di immobilismo culturale che contraddistingue determinati ambiti del rap? Cosa voglio dire, la differenza tra la vecchia scuola e la scuola è che quest’ultima ha saputo stare al passo con i tempi?
Innanzitutto c’è un ritorno di questa roba qua, i dischi di Joey Badass così come quelli di Schoolboy Q ce l'hanno dimostrato. Se estrapoli dal discorso esclusivamente “Boom Bye Bye”, è un pezzo rap senza tempo. Sarebbe suonato forte vent’anni fa e continuerebbe a suonare forte tra altri venti. Crookers ha ripreso dei beat vecchissimi che aveva composto oltre 10 anni fa e che sta riarrangiando oggi che sono tornati di moda per il suo nuovo mixtape che uscirà a breve. Il discorso del rap è un discorso ciclico, anche nell’immaginario. Io lo faccio con un orizzonte più ampio, aperto sulla black music a 360°. Il progetto di Bruno Mars, ad esempio, è un progetto fichissimo. Michael Jackson ai giorni nostri farebbe qualcosa di molto simile. Poi io volevo fare un disco che rappresentasse Ensi al 100%, non potevo omettere le mie passioni. Per ogni canzone parto da qualcosa che mi piace, poi cerco di contestualizzarla, di “disegnare il cazzo alle mosche”, ma il punto fondamentale è sempre questo: deve essere qualcosa che mi piaccia. La gente che si adagia sugli allori mi irrita. Io provengo, io mi sono formato all’interno delle “vecchia scuola” ma se dovessimo dar retta esclusivamente ad alcuni esponenti di quell’ambiente il rap si ritroverebbe nella stessa situazione in cui verteva 20 anni fa. Non avrebbe mai raggiunto questi livelli, non avrebbe mai raggiunto tutte queste persone, non sarebbe evoluto come genere musicale. “Ma quale hardcore siete pussy quando suono spinto / vi faccio bagnare tutte insieme tipo nuoto in sincro”: mi riferisco proprio a questi presunti paladini del rap. Il mondo cambia e con esso cambia la musica. Probabilmente le stesse canzoni presentate in quest’album con un sound differente avrebbero avuto un altro significato. Pensi che non sarebbe stato più facile per me fare un disco saturo di scratches e proclamarmi il king dell’underground? Ci avrei riempito i palazzetti. Ma non posso stuprare la mia musica. Non mi piacciono le persone che si nascondono dietro delle etichette. Sei un cazzo di paladino del rap scendi in campo a rappare. Il discorso vale ovviamente anche al contrario, ti mettono in discussione perché sei un ragazzino che fa trap? Scrivi, rappa, spacca tutto, dimostra a tutti quello che sai fare e vedrai che la gente se ne accorgerà.

In “Iconic” fai una serie di riferimenti: il 3310 con la fotocamera, il passo che manca tra Ibra e Platini. In questo modo sottolinei come tu sia riuscito a muoverti fra diverse generazioni cogliendone sempre e solo gli aspetti migliori. In “Boom Bye Bye” rincari la dose con questa frase: “Il nuovo me contro il nuovo niente”. Fa tutto parte della consueta retorica rap o veramente non riponi molta fiducia nelle nuove leve?
No, fa tutto parte di quell’estetica rap. Quando dico queste cose non sto screditando nessuno, ma mi attribuisco meriti. Quando dico “il nuovo niente” intendo che se parliamo di questa merda non c’è nulla di paragonabile a Ensi, non c’è niente in grado di sostituirmi. Non sto parlando di dischi venduti, io ne faccio una questione esclusivamente tecnica. Il vero successo non è vendere quintali di copie ma è sapere durare nel tempo. Io sono qui da 10 anni con un percorso sempre in crescendo. Ho imparato dai racconti dei vecchi attorno al fuoco e ho svolto tutta la gavetta. Da questo punto di vista mi reputo untouchable. Questo non vuol dire che al di fuori di me faccia tutto cacare. Molti dei ragazzi delle nuove generazioni non si trovano sul mio album semplicemente perché, ad un certo punto, era terminato. Non avrebbe avuto senso. Avevo finito ciò che avevo da dire, avrei dovuto chiamare il mio esponente preferito delle nuove generazioni solo per creare hype? Il livello medio della scena è molto alto. Certo, se devo fare una canzone rap che parla di rap tengo a rimarcare i puntini sulle i, a ribadire la mia posizione, ma in realtà mi sono fatto influenzare molto dalla musica odierna. Musicalmente parlando, a livello mondiale, l’hip hop mainstream è bello. Grazie a Dio. Belly è un rapper molto bravo, non è famosissimo, si veste benissimo e scrive le hit per The Weeknd. L’ultimo album di Jay-Z ci ricorda che questa roba è sempre esistita, che l’abbiamo sempre avuta sotto il naso. Kendrick è bravissimo a fondere tutti questi aspetti della musica black in una formula nuova. Come hai potuto constatare la questione è solamente quella di evolvere in maniera coerente con la propria figura, del saper trarre gli aspetti migliori da ogni fase/periodo musicale. Io ho delle basi che la gente potrebbe definire trap ma trap è un termine che nasce dalle trap house di Atlanta che non hanno niente a che vedere con la situazione italiana. Io prendo quegli aspetti e cerco di farli miei. Il pubblico pretende da Ensi sempre qualcosa in più rispetto agli altri rapper. Non posso mettermi a fare la gara con i ragazzini, non mi motiva, ma sarei ipocrita a dirti che non mi piace nessuno. Avessi 20 anni oggi sicuramente farei trap anche io.

Vabbè, a sto punto, vogliamo anche sapere chi sono questi nuovi interpreti che ti piacciono di più.
Rkomi è molto bravo, ha una scrittura molto particolare, ma sotto questo punto di vista l’artista che mi è piaciuto di più è Izi. Ha un’interpretazione fortissima e una visione molto poetica del rap. È veramente in gamba. Poi ovviamente mi sento vicino a Lazza. Degli esponenti odierni è uno di quelli che si è affermato meglio col freestyle. Mi è piaciuta molto la sua svolta trap ma mi è piaciuto ancora di più nell’ultima canzone con Salmo e Nitro, più vicina alle mie sonorità.


(La copertina di "V")

Forse per la tua recente paternità, a volte sembri anche avere anche uno sguardo più protettivo, quasi paterno verso i nuovi interpreti. Continuo sempre citando dei tuoi versi: “Lo faccio ancora per chi studia questa merda come scienza / e si allena come in palestra sopra le instrumentals”.
Mi fa veramente piacere che tu l’abbia notato. Io mi sbatto veramente un sacco per mandare un messaggio. Fidati quando ti dico che ogni frase di ogni mia canzone dell’album ha almeno due significati. Apprezzo l’impegno, conosco tantissimi ragazzi che ancora oggi si allenano, mi mandano delle demo registrate su delle basi americane. È una questione di attitudine. Io scrivo queste cose perché ho avuto la possibilità di stare da entrambe le parti, sono stato una new entry con una reputazione da costruirsi e ora che impersonifico il ruolo di legend, di mostro sacro del rap italiano so che molti ragazzi mi guardano come un punto di riferimento. E comunque al giorno d’oggi preferisco un ragazzino che trappa male rispetto ad uno che si proclama nuovo profeta dell’underground. Che credibilità pretendi di avere? Io mi permetto di parlarne solo oggi. Puoi fare qualsiasi genere di musica se ti ci approcci nella maniera corretta.

“4:20” è la tua joint song. Il tema dell’erba ricorre in molti tuoi versi, così come in quelli di una serie infinita di rapper che sulla marijuana hanno costruito una carriera.
Noyz, Jack the Smoker, Johnny Marsiglia: grandi amici e grandissimi fumatori. Ho chiamato Gemitaiz e Madman perché mi sembrava doveroso. Loro come scuola arrivano in anni leggermente successivi ai nostri. Vengono dal periodo di Emis Killa e Fedez che poi hanno avuto un successo mainstream. Erano momenti di hype pazzesco, andavi avanti solo se eri veramente forte. Poi che ti devo dire, sinceramente, ho scritto la mia strofa e mi sono proprio immaginato loro nella canzone. Hanno stile da vendere, non c’è un cazzo da fare. Li ho messi alla prova con un flow particolare che è sfociato in questo ritornello alla Wiz Khalifa, orecchiabile e canticchiato. Avrei potuto fare il pezzo pro legalize, il pezzo sociale, ma non erano le miei intenzioni. Volevo fosse una canzone con un’attinenza reale con quello che abbiamo vissuto e l’ho quindi sviluppata come fosse una mia serata, con quel mood da ritorno all’alba. Ma racconto anche di quando la security ai concerti ci guardava male perché ci passavamo i cannoni dal palco col pubblico.

E gli altri feat come sono nati?
Luchè perché sono un fan dei Co’Sang dalla prima ora. Per un po’ di anni è stato dimenticato ma lui non ha mai mollato, ha sempre fatto roba di qualità, è arrivato il suo momento ed ha spaccato forte, si è ripreso tutto. Perché lui è bravo fin dall’inizio, non lo è diventato con “Malammore” ma “Malammore” è uno degli album più belli dell’intera storia del rap italiano. Clementino non era mai stato in un mio album ufficiale ma ci conosciamo da tempo. Abbiamo fatto robe fiche insieme e volevamo raccontare proprio questo, la nostra storia, la nostra attitudine da Mc. Noi non siamo cresciuti come i giovani rapper d’oggi con l’idea di fare i soldi, noi facevamo questa merda per guadagnarci il rispetto di quelli più grandi di noi. Il fatto che Bassi mi chiamasse sul suo album, la possibilità di collaborare con Kaos, Primero che mi spingeva a casa di Tormento… Tutte queste cose erano il nostro Disco d’Oro.

Sulla questione Disco d’Oro invece come ti poni? Non mi riferisco al numero di copie che ti aspetti di vendere col tuo nuovo album ma a una visione della musica che, al giorno d’oggi, sembra avere preso il sopravvento. Mi riferisco anche al dissing avvenuto tra te e Nitro al "Red Bull Culture Clash" che ha sollevato un certo scalpore.
Numbers don't lie baby, Nitro dal suo punto di vista poteva anche avere ragione. È cresciuto in una generazione diversa dalla nostra, per i ragazzi d’oggi avere un riconoscimento è importante. Ma vorrei dire una cosa a mio favore: ha voluto togliersi un sassolino dalla scarpa su un freestyle a cappella. Facile così. Ci può stare, fa parte del gioco, la gara l’ha persa comunque. E ci mancherebbe, aveva 10 anni in meno di me! Poi vabbè, io ho battuto Tormento che ne aveva 10 di più, ma questo è un altro discorso. Quando sono uscito con “Rock Steady” ho fatto il primo in classifica ed ero felice, dico sul serio, dovessero piovere dischi di platino certamente non mi lamenterei, ma non devo scendere a compromessi con me stesso. Non posso. Volessi fare i numeri a quest’ora farei lo youtuber. Se dovessi farlo io un Disco d’Oro il mio Disco d’Oro varrebbe tre volte di più di un Disco d’Oro loro. Non mi sto riferendo soltanto a Nitro. Se basi la carriera sui numeri devi continuare a crescere sotto questo punto di vista, ma rischi anche di scomparire, se basi la tua carriera sull’arte, invece, devi continuare a maturare stilisticamente e il mio percorso lo sta dimostrando. Kaos non ha mai fatto il Disco d’Oro, Noyz non l'ha mai fatto, i Colle Der Fomento non hanno mai fatto il Disco d’Oro allora dovrebbero essere meno importanti come artisti? Il Disco d’Oro di Fibra di 10 anni fa valeva mille volte un Disco d’Oro di oggi perché Fabri lo ha raggiunto vendendo 120 mila copie, senza visualizzazioni su Youtube e senza Spotify. Tutti i loro Dischi d’Oro non varranno mai la credibilità che mi sono guadagnato in anni di rap. Sono orgoglioso ma sono anche molto onesto, riconosco che il loro punto di vista possa essere lecito, sto solo esprimendo la mia opinione. Se qualcuno invece dovesse avere la coda di paglia e si sentisse tirato in ballo nessun problema, lo aspetto. 

In “Sì, come no” pronunci questa frase “mezzo McGregor mezzo Mayweather”. Da come ti poni suppongo tu patteggi per l’irlandese. Io non sono un esperto di sport da combattimento ma ho come l’impressione che il personaggio McGregor, per quanto felice di guadagnare milioni di dollari, combatterebbe comunque per il gusto di farlo. Mayweather, invece, credo lo faccia veramente esclusivamente per soldi. Chi tifi nel big match che si disputerà sabato?
Esattamente. E per dirti io che tifo un irlandese bianco contro un nigga del ghetto che arriva in conferenza stampa accompagnato da canzoni rap… Sono oltretutto convinto che McGregor perderà l’incontro ma continuo comunque a tifare per lui. Anzi, uscito di qui vado a puntarci 100€ alla Snai di via Padova. Adoro il suo atteggiamento folle, fa lo sbruffone, parla parla parla ma poi lascia sempre siano i fatti ad avere l’ultima parola sul ring. E lì è il migliore, c’è poco da fare. Per lui conta combattere, non gli importa se la sfida coinvolga un boxeur, un maestro di ju jitsu o una cintura nera di karate.

Dal succo ai blunt, in questo disco, ho potuto costatare la tua fissa per il mango.
Vado fuori per il mango. Acquisto ettolitri di succo dal bangla sotto casa. Poi cito i blunt, in realtà non ne sono molto appassionato, non mi piacciono, specialmente quelli aromatizzati, ma in quel momento specifico quel blunt al mango me lo sarei mangiato. “Un joint sugoso” come direbbe Dj Gruff.

In “Sugar Mama” collabori con un jazzista. Io ti ho visto esibirti come dj e con i Motel Connection, il tuo album può anche vantare le firme dei Crookers e di Ninja, il batterista dei Subsonica, sulla base di “Vincent”. Oltre al rap, quale immaginario influisce sulla tua scrittura?
Ovviamente un immaginario comunque black. Se dovessi citarti una corrente musicale su tutte ti direi la musica giamaicana. A casa ascolto tantissima musica giamaicana, dancehall e rap. Il jazz invece anche per motivi anagrafici non è il genere che rientra maggiormente nelle mie corde ma dal vivo è uno di quelli in grado di colpirmi di più. È spesso contraddistinto dall’improvvisazione, come io improvviso con le parole i jazzisti improvvisano con le note. Ho suonato con musicisti con i contro coglioni per le piazze di Torino, Enrico Nava, Emanuele Cisi, jazzisti che hanno segnato la storia di questo genere in Italia. Ho anche partecipato all’ultimo Torino Jazz Festival con il progetto di Max Casacci dei Subsonica. Insomma, tutta musica di matrice black, ma a casa ascolto soprattutto rap. Devo essere sincero, mi piace tutto quel filone di rap italiano nuovo che strizza l’occhio al cantautorato indie, le nuove uscite di Coez, Carl Brave x Franco 126, sono tutti progetti che reputo molto interessanti e ascolto volentieri.

Anche se ti sei trasferito da Milano a Torino, mi parli un po' di quello che succede nella capitale sabauda?
Sono completamente preso dalla scena della mia città. Ho dovuto trasferirmi a Milano ma torno molto spesso a Torino. Solo Torino ha potuto darmi quello che mi ha dato, fossi nato in un altro posto probabilmente non conoscereste Ensi. Sui Murazzi non c’è niente da dire: una lacrima gigante. Ho anche suonato alla festa per la sopravvivenza dei “muri” insieme a Subsonica e Africa Unite. In ogni città esistono luoghi che, al di là del loro valore estetico, hanno anche un significato sociale, storico e artistico. La scena della mia città non si limita solamente al rap dove potrei citarti i vari Shade o Fred de Palma e tutto il movimento delle Lavanderie Ramone che è cresciuto nel solco del mio freestyle. Torino è una città molto vivace anche a livello di serate, di drum’n’bass, di techno ed elettronica, i Niagara, il progetto Vaghe Stelle, i Demonology HIFI di Ninja e Max Casacci, i gruppi storici come Subsonica e Linea 77, Levante e tutta la INRI. Spenderei due parole per Willie Peyote che, a mio avviso, è uno dei migliori rapper d’Italia. Di lui non si parla molto ma è sicuramente uno degli interpreti più apprezzati da chi se ne intende veramente. Quindi sì, Torino è una scena magnifica ed io ho avuto la fortuna di viverla nei suo anni migliori, immediatamente dopo le Olimpiadi. Abbiamo vissuto una Torino invidiabile, magari meno ruvida di quella dei ‘90, ma assolutamente paragonabile. Negli ultimi anni tra sindaci, giunte, casini, le recenti vicende dello sgombero dei dehors, l’abolizione del Jazz Festival, devo ammettere che un po’ di cose sarebbero da sistemare. Ma c’è tanto della mia città in questo disco. Mi si sente ancora l’accento. Diofa.

Tag: nuovo album rap italiano

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