Gazebo Penguins - Evviva la Legna, 27-05-2011 Intervista

27/05/2011 di

"LEGNA", regalato a tutti in free download, è stato una scarica di potenza ed elettricità. Un disco violento e poetico, nato dopo nove mesi di complessa gestazione e segnato dal passaggio all'italiano. Marcello Farno ha intervistato i Gazebo Penguins per avere qualche informazione in più su questo parto.



Volevo iniziare chiedendoti un po' quando ha iniziato a prender forma questo "LEGNA". E' stato un parto naturale, che si è spinto in avanti da solo col passare del tempo, oppure è stato un cesareo, che finisce col costarti il doppio di fatica?
Capra: È stata una gravidanza di nove mesi abbondanti, tutta naturale e senza medicalizzazione. Certi pezzi ce li portavamo appresso forse da più di un anno, in altre forme e con altre sonorità e strutture.
Sollo: Sì, verissimo, è stato tutto molto spontaneo, un costante confronto di idee e spunti.

Come è nato il rapporto con To Lose La Track?
S: Subito, in un primo momento, pensavamo di farlo uscire noi, se non avessimo trovato nessuno. Ed eravamo quasi sicuri di fare molta fatica a trovare un'etichetta.
C: Guarda, inizialmente ci sarebbe piaciuto che il disco l'avesse preso sotto di sé Tempesta, perché, da quel che sapevamo noi, lì c'era gente che si sbatteva e che se ti faceva fare un disco poi c'avrebbe messo la faccia e l'impegno. Allora, tramite Jacopo dei Fine Before You Came, abbiamo fatto arrivare a loro qualche pezzo. Forse troppo presto. Non erano i mix finali, erano dei pre-mix che avevamo fatto io e Sollo in una sera nell' Igloo Audio Factory, il nostro studio. E non hanno sfondato. Esattamente nello stesso momento, in quei 3 giorni lì, quando avevamo mandato i pezzi e attendevamo una risposta, si è fatto vivo Luca Benni di To Lose La Track, che aveva ascoltato dei provini, manco i premix. Luca si era gasato come un fringuello, ci ha gasato, ci siamo gasati, ed è andata.
S: Eh sì, Luca è un grande, ti fa proprio capire che ci tiene un sacco.
C: Anche l'approdo a To Lose La Track, comunque, è stata opera di Jacopo, che ha mandato a loro tutto, addirittura senza che ne sapessimo niente. Adesso si è fatto avanti anche qualcuno per il vinile, ne siamo molto in fieri, e quindi aspettiamo di capire un po' come si struttura la cosa. Ma ho il presentimento che "LEGNA" uscirà anche in vinile, prima o poi.

Invece il titolo da dove arriva? È una di quelle robe uscite mentre si sta davanti al camino intenti a sbucciar mandarini e pelar castagne?
S: In verità è uscito mentre si era davanti al mixer, ascoltando la pacca dei suoni e la legnata che stavano iniziando a dare i pezzi in fase di registrazione. Eravamo proprio carichi: "sto disco legna", "sto pezzo è 'na legnata", e via così. Eravamo compiaciuti nel dirlo ovviamente, così come nel guardare Burro (fonico e batterista dei Giardini di Mirò, NdR), che mentre mixava faceva air guitar sui pezzi.
C: Comunque, erano quei giorni d'inverno in cui avevamo finito di registrare tutto, fuorché le voci e al disco cominciavano ad aggiungersi dettagli, spigoli, dimensione. Insomma, si era arrivati al punto che aveva bisogno di un nome. Certi genitori decidono che nome dare ai propri figli a priori. Se è maschio Ciccio, se è femmina Bimba Bomba. Per quel che riguarda la mia vita personale, sono uno di quei genitori che l'aveva deciso prima. Per quel che riguarda "LEGNA", il nome è venuto fuori dopo l'ecografia.

Dietro quindi non ci stanno storie, citazionismi e significati filosofici com'era per "The name is not the named", che nel titolo citava il semiologo polacco Alfred Korzybski?
C: No, stavolta le cose sono andate molto più pragmaticamente. Ecco, per dire: "The name is not the named" era un nome dato prima che il figlio nascesse.

Poi c'è l'italiano. Dite la verità, l'avete fatto per gasare di più la gente durante i live?
S: Di sicuro, in buona parte sì! Guarda, abbiamo fatto una prova e io provai a cantare in italiano un ritornello. Ci stava, non sembrava forzato. Abbiamo provato a raccontare qualche episodio o qualche immagine che avevamo. Tutti i testi di questo disco, per me nascono da immagini, come delle vecchie fotografie che conosci a memoria, ma che non ti stanchi mai di guardare e dopo un po' vuoi farle vedere anche ad altri.
C: Aggiungo questa cosa: fine '800, Vienna. Un tizio decide di pubblicare un libro sull'interpretazione dei sogni. È l'inizio di tutta una tiritera sulle pulsioni, l'ano, il sesso, l'Es, etc. Tra le tante menate, c'è anche questa cosa della coazione a ripetere, che sta alla base dell'Io. È un procedimento attraverso il quale tendi a rifare certe robe anche se vanno in contrasto col principio del piacere. Nella coazione a ripetere si scontrano il dolore e il piacere, per annullarsi a vicenda. Cantare in italiano, per noi, è stata fondamentalmente una scelta anti-psicanalitica. Voler dimostrare che la coazione a ripetere i pezzi dei Penguins, in realtà, è esclusivamente mossa dal principio del piacere. Il nostro è godimento senza inibizioni.

È vero che "Senza di te" parla di una gatta e non di un amore andato a male?
C: Sì, "Senza di Te" è un pezzo che puoi guardare sia da una parte che dall'altra. Come i trasferelli. Noi eravamo arrivati a scrivere il testo del ritornello (cioè due frasi). Poi io avevo quest'idea di fare un pezzo struggente, che però trattasse di un argomento mediamente struggente. Tipo una storia d'amore + un gatto.
S: Io in studio pensavo a una storia andata a male però, lo ammetto. Ma qui poi si va sul personale.
C: Quel pezzo è stata una tortura per noi, non ci saltavamo fuori, la strofa era bloccata. Allora abbiamo passato il groppone a Jacopo dei FBYC. Era il 19 gennaio 2011. Gli abbiamo mandato il pezzo la mattina. E al pomeriggio ci scrive questa mail: "Ecco, questo è quello che è venuto fuori. Ho pensato a un gatto, ma anche a una ragazza. non ci ho messo molto a dire il vero. era la prima volta che scrivevo avendo già la musica. non lo avevo mai fatto. è decisamente più facile. e forse anche più bello. io non so come sono gli altri pezzi. ma se sono tutti così ragazzi fate il mio disco preferito. non scherzo. questo pezzo è clamoroso. uizer. ma senza essere troppo uizer. insomma. bravi cazzo. ora leggiti il testo e se vuoi cambiarlo proviamo a fare altro".

C: Io non credo voglia dire qualcosa: ma su quel pezzo abbiam passato veramente delle notti svegli a pensare a come riempire quella merda di strofa, che era come un buco nero. Quel pezzo è ironico, perché non ci piace prenderci sul serio, però nel midollo ha un sacco di fatica, e di strozzature, e di prove che finivano con una tremenda insoddisfazione. E di tutto questo, forse, si è riempito. Ed è diventato completo. In latino perfetto significa fatto fino alla fine, compiuto. In questo senso (e solo in questo) "Senza di te" è un pezzo perfetto.

Invece in "Ci mancherà" affrontate il tema della Liberazione. I fantasmi dei partigiani, le mondine, a tratti sembra che il passato torni con prepotenza. Quanto siete nostalgici?
S: Io non parlerei di nostalgia, direi più slancio del passato. Volevamo che in "LEGNA" ci fosse un pezzo che raccontasse qualcosa della Liberazione, senza però rischiare di scadere nella retorica politica ormai tanto di moda.
C: Non ci andava di scrivere un memoriale su quanto quei ragazzi siano stati bravi, mitici, encomiabili. Erano ragazzi, spesso molto più giovani di quanto siamo noi. Volevamo un pezzo che fosse una domanda: noi, ora, che in molti casi siamo anche più vecchi dei partigiani quando decisero di diventare partigiani, che decisione prenderemmo? Non ci sono guerre che ci arrivano davanti casa. Il fascismo di oggi non è un più un fascismo che ti fa prendere in mano un moschetto e una strada per l'Appennino (anche se sarebbe il caso). E noi, ragazzi più svogliati di quelli di 60 anni fa, se a un certo punto dovesse succedere qualcosa, qualcosa che nemmeno loro si aspettavano, qualcosa che non pensavamo possibile, se dovessimo decidere sul da farsi, cosa sceglieremmo? "Non basta chiedersi: perché?". Siamo piccoli, e davanti a un cippo, tutto quel che possiamo pensare, è il freddo, che altri ragazzi han preso. E noi no. Noi mai. E noi, che cantiamo queste robe, siamo anche peggio. Di sicuro non meglio.

Leggi la seconda parte

dove si racconta quanto costa un album, quanto è bello regalarlo e cosa vuol dire crescere nella terra di Ligabue e Vasco.

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