Le mie ombre le vado a cercare: Fabrizio Cammarata racconta "Of Shadows" Intervista

foto di Dodo Venezianofoto di Dodo Veneziano
13/02/2018 di

"In Italia ormai si parla solo del rap": ecco, no. Ci sono album che arrivano quasi sottovoce ma quando li ascolti fanno un casino assurdo, non portandoti verso mondi lontani ma costruendoteli intorno. È anche vero che un album che parla di ombre non poteva fare altro che sussurrare piano nelle cuffie, per poi girarti tutte e cinque le dita nella testa dalla prima all'ultima canzone. "Of Shadows" di Fabrizio Cammarata non è un disco perfetto, è un disco autentico, sofferto, dolce, preciso, bello. Ed è tutto un altro paio di maniche rispetto alla perfezione. Tra romanzi Sudamericani e bussole, davanti a due caffè un po' lunghi, ne abbiamo parlato con l'autore.

In "Of Shadows" parli di ombre, lo avevi già fatto nel precedente "Rooms", ma questa volta ne sei andato alla ricerca invece che descriverle.
Tutto il disco, tutto il progetto, ruota attorno a una ricerca quasi scientifica. Dal titolo fino a come abbiamo organizzato il lato grafico è stato fatto andando verso questa direzione, di chi ad un certo punto decide di volerne sapere di più su qualcosa. Quindi sì, probabilmente è vero, e forse perchè c'è sempre bisogno di un po’ di ombra per scrivere canzoni. "Rooms", ma anche con Second Grace, contenevano questo aspetto, qui però c’è stato questo salto di consapevolezza. Mi porta a pensare quasi a una sorta di trilogia di cui questo potrebbe essere il primo capitolo.

Dato che parliamo di trilogia, "Of Shadows" può essere inteso come una sorta di discesa dantesca verso le ombre? In effetti "Mi vida", che chiude il disco, è il brano più luminoso, un uscimmo a riveder le stelle alla fine del tuo percorso. 
Volevo proprio che il disco finisse con quella visione. Quello che ho cercato di raccontare è in effetti una discesa a cui segue necessariamente una risalita. Tutto chiaramente declinato a una dimensione intima e personale.

Si capisce che è un album legato ad un’esperienza soggettiva. Queste ombre sono la fotografia di un momento della tua vita?
Assolutamente sì, questo è il senso di tutto; ho pensato anche alla funzione catartica, se vogliamo chiamarla così, nei confronti di chi lo ascolta. È un’aprirsi della mia persona ma non è soltanto un venite a guardare me, è solo un esempio di quello che faccio. Nel mio disco ho voluto tenere quel punto interrogativo aperto rivolto a chi lo ascolta: tu nelle tue ombre che cosa ci vedi?

Nell'artwork del disco è raffigurata un'eclissi, che per antonomasia è la condizione di assenza di luce. Che ruolo ha questa immagine rispetto alla narrazione di "Of Shadows"? 
Si tratta comunque di un momento di oscurità in cui paradossalmente la nostra conoscenza viene fuori vincitrice. Un po’ come quando entri in una stanza buia e i bastoncelli nell’occhio cominciano ad attivarsi, l’occhio si abitua e ragiona in un altro modo. È un modo che ha il corpo per avere consapevolezza in una situazione diversa. L’eclissi di luna è l’unico esperimento per cui senza dover andare sulla Stazione Spaziale Internazionale possiamo capire che la Terra è sferica. L’ombra ti dà una buona occasione. 

L'occasione del buio, della mancanza della vista, è centrale in un romanzo a cui tu stesso fai riferimento: "Cecità" di Saramago. 
È tutto vero, quello è un romanzo che adoro. Ritorniamo al fatto che l’oscurità è un concetto relativo. C’è una protagonista che la vista non la perde, vero, quindi chi è veramente cieco? Quando parliamo di oscurità parliamo di assenza di luce, non solo di buio. 

Oltre la fascinazione per la mitologia dell'eclissi e delle ombre, com'è stato il percorso di scrittura del disco e l'approccio a livello personale?
È stato un percorso intanto molto intimo e che mi ha dato soddisfazioni innanzitutto su quel parallelo, prima ancora delle conferme dal mondo esterno. Averlo fatto mi ha già liberato di qualcosa. Sono uno che sta molto attento ai dischi, non decido di farli gratuitamente. Non esco mai perché devo farlo, per la carriera o perché sono passati due anni e quindi devo far uscire un album nuovo. La rarità con cui io faccio uscire le cose me ne è testimone, almeno per i miei lavori solisti. Poi le collaborazioni sono un’altra cosa, le ho fatte e continuo a farle.

Quindi quando scrivi è solo per un’urgenza?
Decisamente sì, ho sempre paura del domani in questo perché non ho alcun tipo di controllo sulla mia capacità di scrivere. Sono stato diversi anni senza scrivere una parola, anche due o tre senza scrivere nemmeno una canzone, poi in un giorno ne ho scritte quattro. È come se ci fosse una dimensione fuori di me che mi concede delle cose ma lo fa solo quando ne ha voglia. Non ho il mestiere dello scrittore, non l’ho mai imparato, questo potrebbe essere il mio ultimo disco e non lo so ancora. O magari tra sei mesi ne ho un altro, non ho alcun tipo di controllo su questa cosa.

Come riesci a conciliare questa tua natura con quello comunque è a tutti gli effetti un mestiere per chi come te vive di musica? 
Una cosa è il mestiere della musica, un’altra è scrivere canzoni. Se da un alto quindi prendo con grande responsabilità quest’ultimo aspetto e una creatività che non riesco a gestire, dall’altro ho comunque il lato del musicista, del performer. In questo senso mi impegno come mio padre, che ha insegnato per 45 anni con disciplina e senso di responsabilità. Il mestiere è di fare concerti, mettersi a tavolino con uno dei miei migliori amici e scrivere un album soul o un anno dopo con un altro amico a scrivere un libro su Chavela Vargas. Nei miei dischi c’è qualcosa che non può essere governato da un piano. 



(Foto di Nicola Bernardi)

Uno dei lati che artisticamente più ti appartengono è il fatto che il tuo essere palermitano non ha, almeno apparentemente, un reale peso specifico nelle tue canzoni. Non parlo solo del fatto di scrivere in inglese, mi riferisco ad una serie di influenze e riferimenti che rendono i tuoi album un prodotto che non ha una precisa appartenenza geografica.
Palermo è la mia casa, dove ho gli affetti, dove ho il posticino in cui prendo la birra o il mio giornalaio. Da un punto di vista artistico invece non è casa mia. All’inizio è un po’ spaesante, dall’altro lato però è una grande libertà che mi sono creato dall’inizio, decidendo subito che non avrei avuto un posto in cui stare. Non ho mai scelto di scrivere in inglese, ho cominciato da ragazzino e no ho mai smesso e quando ho scritto in italiano non sono mai rimasto contento. Prima parlavamo di urgenza e penso anche a questo. Se dovessi scrivere una canzone con il pianoforte, che per quanto ami non mi appartiene come strumento, non ce la farei mai. Sicuramente è anche un problema di riferimenti, il dato empirico rimane che tantissima musica che veniva da Stati Uniti o Inghilterra mi ha fatto piangere come pochissimi italiani hanno fatto. Quello ha creato le fondamenta di casa mia, artisticamente parlando, viene sicuramente dall’estero. 

Dato che parliamo dei tuoi riferimenti questi non sono solo musicali: c’è sempre nei tuoi brani un’influenza letteraria molto forte, nello specifico si riconosce un certo fascino per la letteratura sudamericana e latina in genere.
Nella mia formazione e nella mia persona le influenze letterarie sono molto più importanti di quelle musicali, non ne ho mai fatto segreto. Saramago di cui parlavamo prima ad esempio, anche se è portoghese. In quel mondo ci sono vette altissime nella dimensione di luci ed ombre: i miei scrittori preferiti sono Cortazar, Garcia Marquez, Lorca e per estensione tutti gli argentini. Borges, ad esempio, ha sempre fatto della sua letteratura un'enciclopedia inventata, sono convinto che il titolo del mio disco a lui sarebbe piaciuto. 

Forse una casa alla fine ce l'hai, anche se non è la Sicilia. Che poi, se vogliamo, la Sicilia e il Sudamerica non sono mondi poi così lontani.
Quello che mi piace di più della letteratura americana, che è vero è molto vicino alla mia Sicilia, è che la tristezza e i lati più oscuri vengono trattati in modi più originali rispetto ad autori che vengono da climi e regioni del mondo in cui le ombre sono più presenti. Mi colpisce molto di più l’urgenza di un colombiano che si sveglia tutti i giorni con il sole dei Caraibi e deve parlare di oscurità piuttosto che lo scrittore svedese, mi sembra molto più particolare. Ti ricordi la storia dei giamaicani che decidono di fare le Olimpiadi Invernali? Ecco, quello. Penso che ci siano condizioni, anche geografiche, che ti portano ad incontrare contraddizioni molto più forti. 

Forse anche per via di questo sole negli occhi anche nelle tue canzoni non c’è mai una visione delle ombre struggente o drammatica, c'è invece dolcezza, per un’accettazione dell’oscurità. 
Questo lo sposo in pieno e il fatto che tu lo abbia notato mi rende molto felice, a me non piacciono gli artisti troppo depressi. Posso apprezzarne la sensibilità, ma se sono così scuri non mi viene voglia di imparare qualcosa da loro. Chi invece da un dolore raggiunge una condizione di serenità per me è un modello da seguire. 

La conclusione della tua ricerca delle ombre può essere quindi la visione del dolore come condizione necessaria alla felicità?
Certamente, mi interessa molto il momento in cui l’essere umano, anche nei momenti più bui, vuole diventare un attore attivo, senza scriverne una canzone tristissima ma dicendo che cosa ha senso per lui in quel momento, come testimonianza della sua guarigione. 

Da un lato sei pieno di riferimenti al mondo delle ombre, a figure oscure, a demoni personali; dall’altro però il termine di paragone è spesso il corpo. Ritornano gli occhi, ma anche il cuore, le mani, e oltre alla vista che è la protagonista c’è un ruolo importante dato anche al tatto. Nel mondo dell ombre è come se usassi il tuo corpo come una bussola per non perdere la rotta, e tenere strette le coordinate.
Io non ci avevo mai fatto caso, probabilmente il tuo lavoro ti porta cercare questi fili rossi nelle canzoni. Il discorso è sempre quello, non è una discesa negli inferi fine a se stessa ma perchè sai che è arrivato il momento di andare a vedere giù. Ma ci vai anche perchè sai che alla fine di questo imbuto c'è un cunicolo che ti riporta alla luce, e in fondo avere una dimensione fisica e tattile come riferimento è il modo per non perdermi nella caccia ai fantasmi. Abbiamo parlato tanto di ricerca delle ombre e riferimenti, come di immaginari e visioni dantesche, ma alla fine è altrettanto importante rimanere dentro il proprio corpo.

Tag: intervista

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