Alessandro Grazian - Fingendo la poesia Intervista

Alessandro Grazian - Alessandro GrazianAlessandro Grazian - Alessandro Grazian
12/11/2012 di

“Armi”, terzo album di Alessandro Grazian, è indubbiamente il disco della svolta: al posto di Endrigo e Bindi, suggestioni wave e shoegaze; invece della chitarra acustica, la Telecaster e il Memory Man; piuttosto che Trovarobato e Enrico Gabrielli, Ghost Records e Leziero Rescigno. Un cambiamento da approfondire.

Bel disco. Ho la sensazione che nasca da una forte crisi personale, forse artistica, forse non solo. Che mi dici al proposito?
Son felice che ti sia piaciuto! L’album effettivamente è nato in un momento cruciale della mia vita, è il disco più “sincero” che potessi realizzare ed è arrivato effettivamente dopo un periodo un po' turbolento. Negli ultimi anni ho messo in discussione un po' di cose: era necessario farlo. Lo considero un traguardo: direi che è la luce in fondo al tunnel.

Senz'altro una nuova partenza.
Quasi un autodafè! Comunque sì, ho cercato di dirmi la verità, di abbattere dei filtri che negli anni mi ero costruito e di ritornare a quel codice linguistico, il rock, da cui negli anni zero mi ero quasi completamente allontanato. Così ho fatto pace con il mio background più rock: non che ci fossi in guerra, anzi, però ho sempre pensato di escluderlo dal mio percorso solista. Ma ho capito che mi appartiene ed è una vera liberazione tornare ad impugnare la chitarra elettrica per cantare le mie canzoni. In alcuni casi sono nati prima i testi (cosa abbastanza rara nel mio modo di scrivere) e credo che questo abbia inciso nel linguaggio e nel maggior piglio comunicativo dei testi.

Prima i testi, è davvero raro e strano in generale per uno che scrive canzoni.
Sì, ma era arrivato il momento di farlo, perché avevo qualcosa d’importante da dire e non volevo rinunciarci troppo.

A un certo punto canti: “Non devi essere poetico mai / fallo per te, fallo per te per te, per te, per te / Chi in alto vuole andare non ha che da strisciare / onore risparmiato due volte guadagnato / non fa per te". Sembra il discorso che ti sei fatto per deciderti a mettere in mostra il tuo lato rock. È stato difficile abbandonare questa consuetudine di scrittura?
No, sarebbe stato invece difficile continuare a scrivere nel modo in cui ho scritto fin qui. Ed è stato stimolante.

Se vogliamo, rimane un'oscurità di fondo, basata sul non detto. Però è anche più canonica: viene da pensare a De Gregori per il passato più remoto e ai Marlene Kuntz per quello più vicino. Quindi più accettabile da un pubblico più vasto, forse.
Sono contento dei risultati: in ogni caso per me forma e contenuto devono andare insieme, dato che cerco sempre di non sbilanciare troppo l'ago della bilancia da una parte. Non so se quello che ho scritto potrà o meno intercettare determinate sensibilità, ma devo dire che già da subito i feedback da questo punto di vista sono stati positivi. Quando scrivevo sentivo il bisogno di entrare di più in contatto con le persone e se ora accadesse ne sarei felice perché non ho rinunciato a nulla di ciò che volevo dire per farlo.

Ti sei ispirato al percorso di qualche altro artista del passato per questa nuova strada testuale?
Se non sbaglio pure Battisti dopo il suo “Don Giovanni” ha deciso di scrivere le melodie sui testi. Ad un certo punto, anche solo per mettersi in gioco, accade.

Riferimento nobilissimo. Mi viene in mente questa estate quando parlavamo delle possibili reazioni del tuo pubblico tradizionale, che avrebbe potuto essere spiazzato dalla svolta. Beh, cosa hai notato?
Le reazioni sono bellissime! Sono felice perché nessuno ha gridato allo scandalo, per molti è una boccata d'aria, per tutti arriva come sincero ed onesto e credibile, e mi sta molto a cuore che sia così. Il concerto a Milano di qualche giorno fa è stato bellissimo dal palco, le persone cantavano i pezzi. È stata una partenza sopra ogni rosea aspettativa. Ottima. E nessuno mi ha detto: "Mi fa strano vederti con la chitarra elettrica". Son pur sempre passati decenni dal Newport Folk Festival quando se la presero con Dylan elettrico. Del resto questo disco non è frutto di un capriccio improvviso.

Il disco viaggia tra suggestioni wave e shoegaze. Conoscendo i tuoi trascorsi mi sarei aspettato qualcosa di metal o di grunge (che però fa capolino nel giro di accordi della strofa di "Non devi essere poetico mai") o alla Robert Fripp (penso a "Onde", uscito a firma AG).
Oddio, questa cosa del metal non la capisco e viene fuori puntualmente. Cioè, io non sono MAI stato un metallaro.

Ma tutti credono in un Grazian metallaro in gioventù. Dicci una parola definitiva.
Ho fatto il liceo artistico statale Modigliani a Padova: in classe avevo un metallaro, un mod, un jazzista, un rasta, uno che ascoltava funk, uno che ascoltava solo i cantautori del passato, e io, che ero l'unico in fase col proprio tempo all'epoca, ascoltavo il grunge. Parliamo del 92-93. Però da tutti loro ho imparato ad ascoltare la musica. Poi ai concerti era più facile andarci con l'amico metallaro, avevo i capelli lunghissimi e una chitarra elettrica e quindi con la chitarra elettrica era più facile suonare i riff dei Nirvana che riprodurre i balzi da uccello di Charlie Parker.

Eh, ci sono delle foto compromettenti, in giro, nel senso dei capelli... 
(Ride, NdA) Sì, ma un capello lungo non fa metallaro. La chitarra elettrica l'ho sempre suonata con disinvoltura. Gli amici mi chiedevano se gli suonavo questo o quel riff e così lo facevo, anche riff metal, che male c'è? Era eccitante fare certi riff, più di fare il chitarrista in levare per un gruppo reggae.

Comunque torna fuori, il grunge, in "Non devi essere poetico mai" o no?
Sì, ci sta.

Quindi un disco che mischia influenze disparate, più di quanto appaia a un primo ascolto. Sorprendente. Di base, secondo me, Cocteau Twins e Diaframma. Di' la tua.
Sì assolutamente, mi fa piacere che ci vedi più i Cocteau Twins dei CSI, ma ci sono anche gli Slowdive o gli Air volendo, la cupezza della Nico di "The end", le atmosfere di Jan Garbarek, tante cose... Il pedale Memory Man fa molto del suono della chitarra del disco, mi fa schizzare ai primi anni ottanta: i nomi sono quelli.

Quanto questa ricerca del suono è costruita (nel senso buono, artigianale)? E quanto è viscerale? E quanto c'entra Leziero Rescigno?
Leziero mi ha dato una mano a trasformare quella visceralità che avevo messo nei provini in qualcosa di compiuto. C'è stato un bel lavoro “artigianale” nel cercare i suoni giusti. Non volevo che nulla fosse lasciato al caso ma allo stesso tempo non volevo tradire quella componente istintiva che avevo messo sia nelle scelte timbriche che di scrittura.

Però c'è anche il "vecchio" Grazian e una bella influenza delle colonne sonore italiane anni 60 e 70, riassumiamole così.
E credo che ci sia tutto, anche se sintetizzato, ma ho lasciato fuori dalla porta dello studio archi e fiati e questo ha inciso molto nell'estetica del lavoro. Sono stati i synth a svolgere il lavoro che prima facevano archi e fiati.

Quale musicista del mondo delle colonne sonore rientra di più tra le tue fonti di ispirazione?
Beh, io mi ripeterò sempre, ma per me il top rimane Morricone. Me li sono ascoltati tutti, ma non c'è verso.

Quello degli anni della Rca...
Lo stato di grazia della discografia italiana che piace a me.

Credo che un mondo così non tornerà mai più, si potrebbe dire, riferito a quella discografia...
La vedo molto dura purtroppo e giorni fa se n’è andato pure Lilli Greco...

Tanta gente oggi esalta le possibilità della autoproduzione. Ma tu non preferiresti essere prodotto da quella discografia?
Sì, se fosse quella discografia sì.

Ecco, spieghiamo ai profani cosa ci perdiamo.
Ci perdiamo gente con i controcoglioni che sapeva prendere per mano un artista, farlo crescere, indirizzarlo, rispettarlo, creargli opportunità, farlo lavorare con dei geni che si mettevano a servizio di canzoni pop. Ti pare poco?

Per nulla. Trovo che questa necessità di autoprodursi levi spazio alla creatività degli artisti, per il semplice fatto che bisogna investire energie in altro. Te li vedi Syd Barrett o Jim Morrison alzare la cornetta del telefono per cercare un posto dove suonare dal vivo?
D'accordissimo. Del resto la nostra creatività da una certa data in poi non ha avuto alternative... O si faceva così o si moriva sotto i colpi d'arma da fuoco di gente non molto illuminata.

Tornando alle colonne sonore, nel periodo di pausa dal “L’abito”, l’ultimo Ep del 2009, ne hai anche composta una, per un cortometraggio, “L’estate che non viene” di Pasquale Marino, passato ai festival di Torino 2010 e Cannes 2011. Ha contato ai fini della svolta?
Ha contato nel farmi capire che alla fine ho una natura più trasversale di quella che credevo di avere e che in qualche modo mi ero imposto. Mi ha aiutato a liberarmi. Bellissima esperienza comunque, mi sono trovato molto a mio agio.

C’è stata anche l’esperienza con Edda
Abbiamo fatto un live insieme al Teatro Dal Verme a maggio (mi aveva chiamato per allestire una serata in cui voleva fare solo cover) e da lì mi ha chiesto anche di accompagnarlo nel suo tour per alcune date. A parte il fatto che uno dei primissimi gruppi che ho visto dal vivo in vita mia sono stati i Ritmo Tribale nel 93 allo Sherwood Festival, ritrovarmi anni dopo a sentire lui che canta dei miei versi (anche questo è successo al Teatro Dal Verme) è stato grande. Anche l'esperienza con Edda mi ha aiutato a ricongiungermi con certe parti di me che avevo rimosso.

Nel nuovo ambiente sonoro, anche la tua vocalità sembra differente.
Sì, questo è un disco in cui canto diversamente e sono molto felice del risultato. In questo senso Leziero è stato fondamentale. Tieni conto che fin qui, quando facevo i dischi, alle registrazioni delle voci dedicavo le ultimissime ore in studio, stremato... Facevo un paio di take e via, sbagliando, non dedicando il giusto tempo a fotografare l'intenzione giusta. Questa volta ho chiesto a Leziero di stare dall'altra parte della regia e ascoltarmi e aiutarmi a fare le cose per bene, dedicandoci il giusto tempo. Ho cercato di metterci della verità, ho cercato di evitare quelle intenzioni delicate a cui stavo tendendo ultimamente e di cui non ero soddisfatto, perché non rappresentavano più quello che stava accadendo dentro di me. C'era più rabbia… ma anche là dove c'era delicatezza, questa doveva essere più adulta.

C'è lo sforzo di liberarsi da qualcosa, più consapevolezza.
Sì.

E per liberarsi c'è bisogno di "armi". Quali sono?
Tenere alta la guardia è già un'arma di per sé.

Per difendersi da cosa?
L'elenco è lungo.

Proviamoci.
Da quegli smarrimenti che possono creare sfiducia e delusioni. Ho provato su di me cosa significa abbassare la guardia, spegnere per un po' la voglia di difendere quello che sono. È stato molto violento, ma col senno di poi necessario.

Con "Armi" quanto sei ortica e quanto sei giglio (come canti sempre in “Non devi essere poetico mai”)? E quanto lo sei rispetto al tuo passato?
Potrei essere un giglio con le foglie d'ortica. Nel mio Ep “L'abito” del 2009, l'ultima canzone, che si chiama "Sulla Via" diceva "Sulla via l'innocenza se ne va / non ha armi e non ha età / Petali di violenza in noi". Non è un caso che abbia aperto con "Armi" il mio disco nuovo: è come un passaggio. Ho chiuso un capitolo della mia vita con quel disco. Quell'innocenza andava armata.

Quindi ora hai imparato a difendere la tua purezza, la tua integrità, quello che sei. Cambiando pelle, ma non sostanza.
Non so se ho imparato a difenderla, ma ho capito che ha un prezzo molto alto che va pagato ogni giorno. Va sempre difesa e sempre riconquistata, parafrasando il cantante di Cerreto Alpi (Giovanni Lindo Ferretti, NdR).

Concludendo, quanto ha contato andare a vivere Milano per lo sviluppo della tua carriera artistica?
Non posso dire che non abbia contato. Spostarmi a vivere a Milano mi è servito per complicarmi un po' la vita e per uscire da quella dimensione di totale sottrazione dal mondo cui ero arrivato nei miei ultimi anni padovani e che rischiava di essere pericolosa.
Quando mi ci sono trasferito tre anni fa a Milano in città conoscevo solo Enrico Gabrielli e mi sentivo quasi un intruso e uno spettatore della scena musicale e delle dinamiche che la reggevano… L'inizio è stato un po' traumatico ma poi sono nati incontri e amicizie che si sono tradotte in collaborazioni ed avventure musicali che mi hanno dato molto e che mi hanno sbloccato e tra le altre cose mi hanno fatto riconciliare un po' col mio passato più rock (penso ad esempio al collettivo del Rock'n'Roll Circus Experience di cui faccio parte insieme a Dellera, Il Genio etc…) Per ora il mio presente è qui.
 

Commenti (2)

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  • Faustiko Murizzi 22/11/2012 ore 08:52 @faustiko

    Bella intervista...

  • Indiavolato 15/01/2013 ore 09:23 @Cossezen

    Effettivamente l'intervista è molto meglio dell'album. Crea aspettative che non vengono soddisfatte all'ascolto dei pezzi. Facile oggi fare l'alternativo.

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