Troppo avanti: Fred De Palma racconta “Hanglover” Intervista

Fred De PalmaFred De Palma
18/09/2017 di

Il 15 settembre è stato pubblicato "Hanglover", il disco di ben 18 tracce che segna il ritorno di Fred De Palma. Un ritorno arricchito di amore per tante sonorità nuove, decisamente maturo e attento. E l'attenzione e la cura di Fred De Palma si capiscono dal primo secondo della nostra chiacchierata, quando, nonostante siano passati anni, si ricorda ancora di me e dell'unica volta che ci siamo incontrati.

Fred: Ma io ti ho già visto...

MI AMI, un paio di anni fa, mi hai chiesto un vodka lemon ma ho cercato di dirottarti verso una barista che era persa di te...
Grande, è vero, mi ricordo! Come va?

Bene dai, e tu? Hai fatto uscire un album da 18 tracce, mica cazzi…
Vero. Non è stata una scelta scontata. Avevo tanti pezzi pronti, anzi, ne avevo persino qualcuno in più che poi ho messo da parte. Ma ho deciso di fare un album così consistente perché pensavo fossero tutte canzoni importanti, ognuna rappresentava qualcosa per me. In questo modo ho potuto anche anticipare qualche singolo prima dell’uscita dell’album, una strategia alla Drake.



Non dico che sei stato tu a scoprire Drake in Italia ma, certamente, sei stato uno dei primi a percepirlo. Da quel che ho capito è una cosa di cui vai particolarmente fiero.
Porca troia sì. Quando ho iniziato ad ascoltare Drake in tantissimi dicevano fosse il fake di Lil Wayne. Io sono cresciuto con le sue canzoni. Anche quest’anno ho provato a portare in Italia un sound molto attuale componendo un pezzo che si chiama “Non tornare a casa” che riprende proprio le batterie di Drake. Questa è una corrente musicale che credo prenderà piede anche nella nostra nazione, l’unico che forse è riuscito a farla sua è Mecna. Troppo prima, come al solito…


E per quale motivo hai deciso di intitolarlo così, “Hanglover”?
Nonostante le apparenze il titolo nasconde un significato molto importante. Negli ultimi due anni ho vissuto un periodo che, a livello musicale, mi ha dato tanto: ho fatto tre singoli d’oro e un disco di platino. Mi sono goduto questi traguardi, è stato tutto come una grande festa. "Hanglover” rappresenta il risveglio, quando cerchi di mettere insieme quei frammenti di ricordi confusi. Ho voluto giocare con la parola “lover “perché è il termine che mi contraddistingue in questo momento, infatti nel disco sono presenti diverse canzoni d’amore. Il concept dell’album è proprio questo: i postumi di una sbornia, una serie di avvenimenti passati in sordina e che nell’album, a mente più o meno lucida, ho tentato di focalizzare.

A proposito, cosa hai fatto in questo periodo di pausa? 
Ho staccato un attimo, ho viaggiato molto, anche all’estero, dove magari la gente non è in grado di riconoscermi. Me la sono goduta, sia chiaro, ma la musica spesso pregiudica molti aspetti della tua vita, quantomeno della vita normale. Ho dovuto allontanarmi nella scrittura anche per vivere letteralmente le esperienze che avrebbero poi composto il mio ultimo lavoro. Ormai avevo deciso di smettere di scrivere fisicamente, di scrivere sul foglio. Ho iniziato a comporre canzoni nella testa…

Ma non rischiavi di scordartele? Non è più difficile così?
Per me no, in fondo io scrivo una canzone alla volta. Mi piace cercare di rendere la spontaneità di un momento. L’ultima volta che mi sono messo davanti a un foglio mi sono reso conto che l’ispirazione così non arrivava, ispirazione che, invece, spesso mi coglieva quando ascoltavo una base. A volte l’ascoltavo, a volte me la immaginavo e componevo una canzone nella mia testa. Ovviamente correvo subito in studio a registrarla. Alcune canzoni sono state proprio concepite in studio mentre la base era ancora in realizzazione. È un disco nato con molta spontaneità.

E questo tuo modo di comporre pensi possa essere una conseguenza della tua attitudine al freestyle?
Sicuramente. Anche perché io non mi sono mai allenato, non ho mai imparato a fare freestyle, è sempre stata una mia dote. Sicuramente mi ha aiutato a livello compositivo perché non impiego mai 15 ore per scrivere una canzone, ma anche a livello melodico. So riconoscere un beat e indirizzare di conseguenza il flusso delle parole. In effetti, ho un metodo di scrittura molto diretto. Ovviamente le canzoni di un album poi possono venire rimaneggiate e perfezionate all’infinito ma cerco sempre di non discostarmi troppo dalla versione originale.

Anche tu come Ensi pensi che molta gente ti conosca o ti giudichi esclusivamente per le tue skills nel freestyle anteponendole magari al contenuto dell’album?
Io fortunatamente mi sono fatto conoscere col freestyle ma sono diventato famoso con canzoni come “Buenos Dias” e “Stanza 365”, quindi quella parte del pubblico è una minoranza. Mi rendo conto della loro presenza, sono una piccola nicchia ma veramente incallita, non voglio assolutamente avvallarli, anzi, cerco sempre di venirgli incontro con qualche uscita in extrabeat o qualche incastro complicato, questo genere di cose dalle quali so che ne trarranno godimento. Ma ecco, la mia vera musica credo nasca dalle canzoni che ti ho citato prima, da un viaggio più introspettivo.

Nel tuo ultimo album ma, più in generale, in tutta la tua produzione si possono distinguere due Fred ben distinti: quello autocelebrativo e cafone spesso dipinto come un Don Giovanni spietat,o e un altro malinconico, sensibile e persino fragile. Questi due differenti mood danno vita a due orientamenti musicali differenti. Come coesistono questi due aspetti così distanti all’interno delle tue canzoni?
Ma infatti questo bipolarismo è l’aspetto che a livello musicale mi contraddistingue di più. A me piace fare i pezzi “ignoranti” ma il pezzo ignorante corrisponde all’applauso, come una punchline ben fatta, è qualcosa che suscita clamore sul momento ma che non rimane. L’applauso prima o poi finisce. Io forse sono più legato ai miei pezzi introspettivi perché ognuno di quelli rappresenta qualcosa per me. A me piace pensare il mio rapporto col pubblico in questi termini, spero sempre che qualcuno possa rispecchiarsi in quel che racconto. Se una canzone ti rimanda ad un periodo specifico della tua vita allora poi s' istaura un rapporto che può durare per sempre.

Ad esempio ci sono canzoni come “5,30” che parlano, senza usare mezzi termini, anche o soprattutto di ragazze. Penso ad esempio a “Ora che” che parla di un tradimento, vero o ipotetico, che hai subito. Le canzoni di quest’album che seguono quel filone (“Un’altra notte”, “Il cielo guarda te”) sono tutte dedicate ad un’unica ragazza o sono state ispirate da persone diverse?
A me piace parlare di determinati argomenti perché spesso sono trattati in maniera approssimativa, per farci le canzoncine. Io credo che in un mondo ipotetico, se non esistesse la musica, scriverei comunque, non so che cosa, ma scriverei. Tutte le mie canzoni sono frutto di vari avvenimenti, situazioni, particolari stati d’animo che poi si vengono a sovrapporre costruendo una storia, come farebbe uno scrittore nella composizione di un romanzo. Quindi sì, sono tutte storie con una base reale ma non parlano di un’unica donna in particolare, parlano piuttosto di una donna idealizzata. E spero che queste canzoni possano parlare ai miei fan e fargli comprendere determinati sentimenti che ho provato.

In “Un‘altra notte” e in “Il cielo guarda te” sei accompagnato da una giovane cantante, Giulia Gean. In entrambi i casi la sua è un’interpretazione femminile di una tua strofa. Sta prestando la voce ad una tua ipotetica partner?
Esatto, è una specie d'interpretazione. È come se Julia fosse la mia coscienza. Immagino sempre la mia coscienza come una voce femminile perché è la parte più sensibile di me, la più fragile, quella che spesso mi consiglia di comportarmi in una maniera differente con le ragazze. Mi piace questo gioco di prospettive, non è la prima volta che faccio cantare ad una donna una strofa scritta da me.

Vorrei trattare alcuni aspetti “storici” della tua musica per poter così comprendere meglio la tua produzione attuale. Escludendo Dargen D’Amico (che è quasi un interprete di un altro genere) “Lucchetti down” è stato il primo esempio di extrabeat in Italia? È qualcosa di molto simile a quello che fanno o hanno fatto Gemitaiz e Madman, sei arrivato anche prima di loro?
Loro sono molto forti ma credo siano arrivati dopo di me. Comunque ritengo l’extrabeat un esercizio di stile senza troppo futuro. È troppo difficile, la gente vuole canzoni più semplici, testi più fruibili. A me diverte cimentarmi in queste esperienze, andare incontro a quella nicchia di pubblico di cui ti parlavo prima che magari con questo genere di canzoni va a bagno. L’extrabeat vontinuerà perché è una cosa shockante ma non credo sia destinato a una grande evoluzione in Italia, tranne qualche raro caso, non raggiungerà mai la notorietà mainstream. L’extrabeat serve solo a dimostrare quando si è bravi. Ma essere bravi non fa vendere dischi.

Chi forse è riuscito a portare l’extrabeat alla ribalta sono gli interpreti del drill, un sottogenere della trap. In “Niente da dire” utilizzi questo termine “pubertrap”, qual è la tua opinione su questa scena?
Tedua
 mi piace. Io ero già uscito con “Serenata Trap” prima che questo genere esplodesse in Italia anche se quello era un caso specifico, più legato alla trap elettronica delle discoteche. Per quanto riguarda quella rima in specifico io mi riferivo alle nuove generazioni. Si tende sempre a reprimere la propria personalità a copiare le tendenze. Quando qualcosa di valido diventa una moda, satura, perde di valore, di bellezza. Annoia. Il consiglio più scontato che do a tutti i giovani rapper è di fare sempre qualcosa di nuovo o, quantomeno, fare qualcosa di proprio, di non accumunabile a nessuno. La noia è la morte della musica, la morte di un genere. Quindi “pubertrap” come tendenza del momento.

La tua proverbiale attitudine da party boy è finita per concretizzarsi anche nella tua musica, sei stato uno dei primi interpreti del rap da club, ballabile. Anche in questo caso pensi di essere stato un precursore, di avere aperto una strada che, al giorno d’oggi, comprende interpreti come Danti ma anche come Rovazzi?
Io ho fatto uno dei pezzi più ignoranti della musica italiana, quantomeno del rap, “Rodeo”, insieme a Guè che era già un grande esponente di quel movimento. Ma anche in quel caso la gente non era ancora pronta per recepire il messaggio. Era una traccia molto filoamericana. Canzoni con questi temi negli States passavano già costantemente in radio. Sono stato accusato di maschilismo quando in realtà il pezzo parlava di tutt’altro. Era troppo presto. Allo stesso tempo, ai tempi dei Royal Rhymes, io e il mio socio Dirty C siamo stati forse i primi a sperimentare su quei beat dal sound internazionale. Ti dico una stronzata, ma credo sia stato proprio Dirty il primo a importare in Italia lo “skuuu” in un nostro pezzo che si chiamava “Versate”. Arrivare troppo presto a volte ti fotte, a livello discografico è molto più proficuo saper arrivare al momento giusto.

E quando parli dei “rapper col complesso di Ediplo” in “Io no” ti stai proprio rivolgendo a quegli artisti che non sanno differenziare la loro produzione?
Usano tutti le stesse basi. È una tendenza tipicamente italiana: se una roba va allora continuano a uscire canzoni del genere. Prendi ad esempio “Roma-Bangkok”, una canzone filo Diplo, super hit, produttori fantastici con cui ho collaborato anche io in quest'album, Takagi & Ketra, quelli che hanno firmato anche “Oroscopo” di Calcutta, dei geni. Ma tutte le altre sono copie sbiadite.

Hai sempre avuto una propensione per i titoli in spagnolo, la tua componente più zarra è invece emersa con l’esperimento reggaeton? Com'è nata “Adios”?
Ma io sono sempre stato un grande appassionato di reggaeton, cioè di un certo genere di reggaeton. Sono sempre stato un super fan di J Balvin sin da tempi di “Tranquila”. I suoi pezzi, a mio avviso, sono tutti fichissimi anche se la maggior parte dei pezzi reggaeton fa veramente schifo, inascoltabili. Tra l’altro, ti racconto un aneddoto: quando è uscito “Adios” sono andato a beccare Balvin a Roma, ci siamo presentati, ci siamo conosciuti. Il mio pezzo gli era piaciuto e l’aveva proposto alla sua radio promoter italiana. Il giorno dopo mi ha chiamato per dirmi che il mio pezzo era una super hit. Parlava mezzo inglese e mezzo spagnolo, io non capivo del tutto…

E degli altri feat che mi dici, come sono nati?
Con Cicco volevamo proprio fare un pezzo su queste tematiche: due amici che cominciano insieme la loro carriera e poi finisce che uno ha successo e l’altro no. Può succedere in ogni ambito. Secondo me è uno dei pezzi più riusciti dell’album e, in generale, uno dei featuring più belli che abbia mai fatto. Vuole parlare dell’unione, un valore importantissimo. Senza unione nessuno dei due sarebbe mai arrivato a combinare nulla.
Per quanto riguarda Low Low l’ho scelto per un motivo ben preciso: lui ha una dote fantastica, quando ascolti una sua canzone ancora prima che alla canzone ti appassioni a lui e al suo modo di raccontarla. È particolare, puoi anche odiarlo, ma comunque è un rapper dall’impatto fortissimo. Sviscera gli argomenti con una certa pazzia ma in qualche modo ti segna. Per il brano con lui mi sono un po’ ispirato a “Runaway“, un pezzo molto melodico di Kanye West nel quale ad un certo punto appare Pusha T super incazzato. Nella stessa canzone partecipa anche Livio Cori che, secondo me, è un cantante pazzesco. Samuel Heron invece l’ho conosciuto quando mi sono trasferito a Milano, faceva ancora parte dei Bushwaka con Highsnob. Lui è veramente un genio, ha uno stile personalissimo, non assomiglia a nessuno e poi si era perso come me in questo trip della afro trap. Quindi quando ci siamo conosciuti ci siamo presi bene e abbiamo deciso di fare un pezzo insieme.

Come mai tutte queste collaborazioni? Nell’ultimo album non ne avevi neanche una.
Quest’album era composto da storie che secondo me dovevano essere raccontate insieme ad altre persone, sono state vissute anche da altre persone, volevo adottare anche un altro punto di vista perché, credo, che così abbiano acquistato veridicità. Non è solo un discorso artistico. Però certo ho scritto una canzone con Madh che credo abbia composto per me la sua prima strofa in italiano. Lui per me rappresenta l’apertura verso il soul, un mondo che mi gasa parecchio. Alcune canzoni andavano semplicemente completate, ecco, tutto qui.

Vivi ancora a Torino? Cosa ne pensi della scena attuale della tua città natale?
No, mi sono trasferito a Milano però sono ancora calato nella realtà della mia città. Io sono del quartiere Lingotto, ai miei tempi si usciva ai Murazzi ora sono chiusi e tutta la scena si è spostata a San Salvario. Comunque anche a livello di rap c’è stato un bel ricambio generazionale: Cicco Sanchez è di Torino, Oliver Green anche, Boro Boro è molto bravo...

Sei uno dei rapper più attivi sui social, le tue parodie con Shade sono ormai note. Proprio nella prima canzone del tuo ultimo album citi questa frase “se il Louvre fosse youtube anche Leonardo da Vinci guarderebbe se sotto i suoi quadri fa le views”.
Spacca quella frase eh? Youtube, così come i social, sono una grandissima opportunità l’errore spesso è come vengono usati. Io personalmente sono cresciuto in maniera esponenziale grazie ai social, non so se sarei riuscito a raggiungere la stessa notorietà senza, ma in generale quando muovo una critica scelgo qualcosa che abbia del potenziale, che può essere fica ma non lo è. Quando parlo di “reaction di platino” mi riferisco proprio a questo, le rap reaction su YT hanno un potenziale pauroso ma spesso sono fatte da gente incompetente o semplicemente per fare le views, senza spiegazioni né motivazioni, e questo finisce per confondere gli utenti, specialmente quelli molto giovani. L’altro giorno ho scoperto un nuovo Youtuber che si chiama Simone in una reaction sul nuovo pezzo di Caparezza, lui è stato dettagliatissimo ha spiegato tutto, gli ho scritto per complimentarmi.

Se non esistessero le donne di cosa parleresti nelle tue canzoni?
Finirà questo periodo rosa in cui parlo solo di donne (ride).

Tag: intervista rap italiano

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