Gazebo Penguins - Una vita nella nebbia Intervista

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09/05/2017 di

Sabato 27 maggio sarà la quarta volta dei Gazebo Penguins al MI AMI, in sostanza una per ogni album pubblicato. Ci siamo fatti raccontare l'ultimo "Nebbia", un album meno sparato in faccia dei precedenti, studiato in modo che live ne guadagni anche l'improvvisazione.

La scelta di assegnare un brano di "Nebbia" a un fotografo diverso, ricorda l’idea alla base della realizzazione del video di "Trasloco"; qual è il legame che vi spinge a interagire e confrontarvi così intimamamente con le arti visive?
Capra: Se ci pensi, ad ogni nostro disco abbiamo sempre cercato di allargare la questione prettamente musicale verso un immaginario più ampio, che avesse una sua forza iconica quasi a sé stante. E non solo per una questione di marketing (ride), ma perché nella nostra testa, dietro al titolo di un disco, si sussegue sempre una lunga carrellata di racconti, di storie, di flash, immagini, idee scartate, robe che restano in frigo da mesi. Per "Legna" era tutto il corollario boscaioli/barbe/motoseghe. Per "Raudo" tutto l’immaginario esplosivo (parlo di video, foto, packaging, eccetera). Per "Nebbia" abbiamo cercato che questo entroterra visivo non dipendesse da noi, ma venisse re-interpretato da persone diverse, vicine e lontane, per vedere cosa sarebbe scattato nella testa altrui semplicemente a leggere il titolo e il testo di una canzone che era parte di un discorso coerente e più ampio. Provare a mettere qualcosa di nostro, nella testa di qualcun altro, per scoprire come lo vedeva. Far sparire per un attimo la propria visione, e farne emergere una diversa. Che è un po’ uno dei temi del disco.

(Clicca sulla foto per vedere tutte le Cartoline dalla Nebbia)

Ascoltando "Nebbia" mi è sembrato di intraprendere un tragitto emotivo ben definito: dove il buio si dissolve, lasciando successivamente l’aria pulita dalla pioggia, una visione chiara e omogenea, come la luce diffusa durante le giornate nuvolose. La successione dei brani segue una logica ben precisa, basata su una linea temporale reale? È un percorso che avete fatto analizzando episodi, reazioni emotive e metabolizzando gli eventi?
C: C’è un percorso, siamo felici che si noti, ma anche che non sia così palesemente evidente (non ce lo hanno fatto notare tutti, per intenderci). Più che una linea temporale - più che una retta insomma - ci vediamo una spirale. Una spirale ricorsiva. Parti dell’esterno, e cerchi di avvicinarti al centro, al cuore della questione, che è il rapporto con gli altri, l’esistenza delle altre persone, e quando pensi di essere arrivato a destinazione, ti riscopri di nuovo all’esterno, una specie di moto perpetuo come certe incisioni di Escher, di nuovo a chiederti se le altre persone diano un senso di bene o di perdita a quel che stai vivendo.

In questo album ho potuto ascoltare, e percepire, un’analisi realista, sì cupa, ma al contempo priva di rassegnazione. Un passaggio transitorio già avvertito, almeno nei toni, nello split Santa Massenza. Cos’è cambiato da "Raudo"?
C: È cambiato che abbiamo suonato tantissimo, a volte fino a pensare di aver suonato troppo. E ogni concerto era un’enorme dispersione (in senso buono) di energia. È cambiato che ogni vita va avanti, e ogni avanti incontra nuovamente il nero, e ogni nero non ti insegna nulla, non riesci mai a guardarti indietro e dire: questa schifezza l’ho già vissuta, posso farmene una ragione. No. È cambiato fondamentalmente che volevamo cambiare. Ma senza rassegnarsi, come dici tu... altrimenti non avremmo fatto un altro disco. È bello pensare che ogni disco dei Gazebo Penguins possa essere per davvero l’ultimo. Nulla ci spinge a fare nuova musica, se non il desiderio di farla e portarla in giro. (Anche questo è abbastanza à la Escher a pensarci - una cascata che alimenta un mulino, da cui esce la stessa acqua che finisce nella cascata). Da questo desiderio ci pare sia uscito il nostro album più lucido, che parla di nebbia ma lo fa in maniera tersa, a cui non dare il significato di precisa, né chiara o lapalissiana. Anche perché la mia nebbia non può essere identica alla tua, né a quella di nessun altro, se non per il fatto che vorremmo qualcosa di diverso.



"Bismantova" e "Pioggia", rispettivamente apertura e chiusura del disco, affrontano una tematica simile, ma su piani diversi. La convivenza con il ricordo di qualcuno che non c’è più, la cui paura maggiore è quella di accorgersi che prima o poi la quella presenza non è più necessaria. E successivamente l’aspetto dicotomico del legame che ci unisce ad alcune persone, la cui presenza è a tratti necessaria, ma anche deleteria. Per l’appunto la nebbia, in questo capitolo, sembra assurgere un ruolo di protezione, preservando i ricordi o nascondendoci agli altri, anziché dare un senso di smarrimento, come ad esempio si percepisce dalle parole di "Scomparire" o in "Atlantide". Che ruolo ha la nebbia, per voi, al di là del semplice aspetto meteorologico?
C: Questo aspetto della nebbia come protezione ha un fascino incredibile. Non conta nulla, nella nebbia, al di là di quello che puoi vedere, di ciò che ti sta accanto, che ti è prossimo e vicino. Eppure è proprio chi ti è più vicino, chi – per esempio – condivide la vita con te, che può far più male. A volte basta un suo sguardo a farti sentire indegno, perdente, o resuscitato nel giro di un attimo. C’è una coincidenza degli opposti - una spirale? – nel nostro rapporto con gli altri che spaventa, fa davvero paura. Ma se dovessi scegliere con chi trascorrere il tuo ultimo mese di vita, be', difficilmente sceglieresti uno sconosciuto. La morte di David Bowie non mi fa soffrire – ma neanche se dovesse morire Ian MacKaye: perché sono al di fuori della mia nebbia. Soffro per qualcosa che conosco. Per qualcosa che ho conosciuto e perso. Perché resto solo. Ma quando non siamo soli? A volte vorrei poter esperire esattamente cosa prova un’altra persona. C’era questa teoria – terribilmente vera - in un esame di estetica all’università dell’incomunicabilità tra le persone. Ciò che dico non arriverà mai esattamente come lo penso a chi mi sta ascoltando. Nella quotidianità può interdire, in un disco lascia tutto lo spazio per far sì che chiunque possa appropriarsene.
Sollo: per me la nebbia è sempre stata quella in "Amarcord" di Fellini, quando il nonno esce di casa, fa due passi nella nebbia e non vede più niente, nemmeno la casa da cui è appena uscito e dice “se la morte è così, non è mica un bel lavoro”, ma nello stesso tempo è anche quella che mi avvolgeva alla mattina quando andavo a scuola o quando uscivo di proposito a far due passi nella nebbia. Un amore\odio. Non posso negare che fin da piccolo ha sempre avuto un fascino molto forte. La frase “preferisco la campagna anche quando c’è la nebbia” l‘avevo in mente forse ancora prima che nascesse la canzone ed è pura verità, per quanto possa essere bella e comoda una città (anche in caso di nebbia) non sostituirà mai quella strada che scompare tra i campi nella nebbia, che magari sai benissimo dove porta, ma lì sul momento, comunque, ti viene il dubbio e anche a 35 anni ti fa fantasticare su cosa magari ci possa essere oltre.



La prima cosa che risalta di "Nebbia" è la cura dei suoni. Non c’è più traccia di quel retrogusto DIY, si avvertono delle sonorità più ricercate e pulite, cosa vi ha spinto verso questa direzione?
C: L’idea di provare a fare un disco diverso per noi parte essenzialmente dai suoni, da che tipo di atmosfera creare nelle canzoni che stiamo scrivendo. A questo giro avevamo chiaro in testa l’intento di far respirare i pezzi, di allontanare l’orizzonte, di dilatare gli spazi il più possibile. Di non fare qualcosa che parte ai 200 all’ora e finisce ai 400. Di realizzare canzoni che anche dal vivo ci potessimo godere di più, su cui poter giocare e improvvisare. Quest’idea di spazialità era presente fin dall’inizio della stesura di "Nebbia", che ormai risale a più di due anni fa. Che le canzoni si prendessero il tempo che gli serviva, come noi stavamo facendo con loro. A livello di suoni Sollo ha sviluppato man mano che scrivevamo i pezzi un’idea di come dovevano suonare infatti la registrazione è durata il giusto, un paio di settimane e una per i mix. L’idea era comunque quella di raggiungere sonorità con più respiro e che potessero rendere anche le chitarre distorte meno invasive e che si inserissero a pieno nel mood dilatato di tutto il disco.

La collaborazione con Johnny Mox e l’esperienza solista di Capra hanno influenzato in qualche modo quest’ultimo vostro lavoro?
C: Per quanto mi riguarda, credo che il tour con Johnny Mox mi abbia fatto capire quanto sia diverso - in un concerto - concentrarsi solo sullo strumento che stai suonando, senza l’incombenza di cantare nello stesso momento. Una dedizione nuova, che non avevo mai provato. Credo che questo sapore rimasto in bocca sia in un qualche modo finito nella voglia di dilatare gli spazi nelle canzoni di "Nebbia", di aumentare i silenzi della parola.
L’esperienza del disco di Capra (autocit.) invece mi ha insegnato che, questa volta, non avrei voluto nessun limite di tempo: se quel lavoro era nato come un gioco/esperimento di riuscire a scrivere un disco in 60 giorni, a questo giro nessuna scadenza avrebbe dovuto scandire il tempo di gestazione di queste canzoni che stavamo portando avanti. Nessuno ci metteva fretta, né tantomeno avremmo dovuto farlo noi. Il tanto tempo trascorso nella loro fase compositiva è diventato un ingrediente fondamentale di cui si sono impregnate.
S: per quanto mi riguarda ho maturato il concetto di "Nebbia", soprattutto per la parte dei suoni, indipendentemente dalle possibili influenze che potrebbero avermi dato altri progetti a cui ho lavorato. Sicuramente sono stato più influenzato da certe esperienze in campo lavorativo e il confrontarmi con persone che avessero una visione della musica e di certi suoi aspetti diversi o complementari alle mie (vedi il tour come fonico di Calcutta o aver lavorato, qualche volta, anche per persone come Cosmo o Iosonouncane: con ognuno di loro ho avuto il piacere di confrontarmi su tante cose, di ascoltare cose nuove e di superare magari certi standard su cui prima mi appoggiavo, e maturare una visione più matura e ampia di certi aspetti sonori e musicali).



Nel video di "Febbre" la protagonista, appena sveglia, ascolta "Meanderthal" dei Torche, un disco che ho consumato - è difficile non mandare in loop pezzi come "Fat Waves", "Across the Shields" e "Healer". Perché avete scelto proprio quell’album?
Perché nel nostro cuore siamo dei metallari, e far mettere i Torche all’attrice con gli occhi ancora cisposi dal risveglio era un godimento totale.

Avete collaborato e vi siete confrontati con musicisti anche distanti dai vostri lidi musicali, per assurdo nel video di "Soffrire non è utile", si legge un commento in merito ad una vostra improbabile svolta synthwave. Vi siete mai immaginati una vostra versione rivisitata secondo i canoni di quel genere musicale? Se sì, quale pezzo avete immaginato e come suonerebbe: più vicino agli albori, durante il periodo degli anni ‘80, oppure simile ai SURVIVE?
Assolutamente SURVIVE (che tra l’altro escono in Italia per la nostra amata To Lose La Track).

Tag: intervista rock mi ami

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