Voleva fare la rockstar, ma come poeta c'erano più posti liberi: abbiamo intervistato Guido Catalano Intervista

tutte le foto sono di Gabriele Ferraresi - Guido Catalanotutte le foto sono di Gabriele Ferraresi - Guido Catalano
21/07/2016 di

“A 17 anni ho deciso che volevo diventare una rockstar. Poi ho capito che forse non ce la facevo e ho ripiegato su poeta professionista vivente, che c’erano più posti liberi”: così si presenta sul suo sito Guido Catalano, il poeta torinese che ha saputo instaurare un'empatia naturale coi suoi lettori dicendo “tutto quello che nei libri abbiamo sempre sottolineato”. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l'autore “D'amore si muore ma io no” per scoprire il suo odi et amo con la musica e quanto di poetico possa esserci in una canzone.

Guido Catalano "poeta professionista vivente", romanticamente disincantato, verrebbe da aggiungere: ti ritrovi in questa definizione?
Su “poeta professionista vivente” mi ritrovo senza se e senza ma.
Grazie a Dio sono ancora vivo e campo di poesia.
Sul discorso del romanticamente disincantato dipende cosa intendiamo con la parola disincantato. Però suona bene.
Dunque ok.

In un'epoca in cui la crisi dell'editoria si fa sempre più pressante sei riuscito a vendere per alcuni tuoi libri anche oltre 20.000 copie, e a vivere letteralmente di poesia: qual è il segreto?
Ho la testa molto dura e sono anche un po’ incosciente e parecchio insistente. Non mi fa paura il lavoro duro, quando mi piace quello che faccio. Sono altresì un ragazzo fortunato, come direbbe il buon Lorenzo Cherubini.
Aggiungerei anche il fatto che l’uso dell’ironia nel parlar d’amore, cosa che io faccio parecchio e da sempre, se ti gira bene, funziona di brutto.

Hai alle spalle tour che ti hanno portato in giro per l'Italia, con più di 150 tappe all'anno passando anche in club dove normalmente si ascoltano le band, tipo il Monk a Roma, l'Hiroshima Mon Amour a Torino, Macao e Salumeria della Musica a Milano. Si direbbe che gli scrittori sono le nuove rockstar, e questa cosa da fastidio a qualcuno. Sei d'accordo?
Io volevo fare la rock star, dunque mi trovo in pieno agio in questo tipo di situazione; davanti a cinque-seicento persone in un luogo dove normalmente suonano le band ad esempio, per me è uno sballo.
Non credo che ci siano molti scrittori con questa tendenza, però sono d’accordo che quando esci dai canoni, ti crei dei critici che rimangono innervositi.
Chissà perché si innervosiscono tanto?



La prima cosa che si legge sul tuo sito ufficiale è questa qui: "A 17 anni ho deciso che volevo diventare una rock star. Poi ho capito che forse non ce la facevo e ho ripiegato su poeta professionista vivente, che c’erano più posti liberi." Ritieni di avere fatto la scelta giusta?
Sì, anche perché cantavo da far schifo.
Però scrivevo dei testi divertenti.
Alla Skiantos, per intenderci, anche se quando ho iniziato, gli Skiantos non li conoscevo ancora.

A posteriori, questa vena ironica è rimasta molto pronunciata anche se hai deciso di darti alla poesia: rendi la negazione, quello che non si ha (in bellezza, in amore) un motivo per ironizzare, quasi per ridere. Quanto è importante non prendersi sul serio, anche quando fa male?
L’ironia e l’autoironia mi hanno abbastanza salvato la vita. Amo chi è provvisto di questa dote e mi dispiace per chi non ha questa fortuna.
Cerco di non prendermi mai troppo sul serio, soprattutto con questa cosa del “poeta” ma ciò che faccio, lo faccio molto seriamente.
Chi riesce a ridere dei propri limiti, dei propri insuccessi, delle proprie paure, ha vinto.

A proposito di prendersi sul serio, che ne pensi dei musicisti che a un certo punto sentono il bisogno di scrivere libri? Da Bob Dylan a Manuel Agnelli, da Vinicio Capossela a Giovanni Lindo Ferretti, Francesco Bianconi, Dente o Chico Buarque - cominciano ad essere tanti.
La cosa non mi turba più di tanto.
Mi lasciano più interdetti i calciatori che scrivono libri.
Detto questo, c’è spazio per tutti.
Io un giorno farò un disco e vincerò cinque dischi di platino.

Qual è il tuo rapporto con la musica? Quando la ascolti? Riesci ad ascoltarla mentre scrivi?
Quando mi sveglio la mattina, la prima cosa che faccio è inforcare gli occhiali, poi metto su l’acqua per il tè e la terza cosa è accendere la musica. Ultimamente uso moltissimo Spotify. Sono un ascoltatore onnivoro e anche un po’ bulimico.
Riesco a scrivere solo se ascolto musica non in lingua italiana che mi deconcentra, ma davvero, in casa mia la musica è perennemente presente.



Quanto conta l'aspetto musicale nei tuoi scritti?
Conta molto.
Diverse mie poesie sono ispirate a canzoni di cantautori italiani e anche nel romanzo che ho scritto c’è molta musica, ci sono molte citazioni.
Poi c’è da dire che lavoro da sempre con musicisti che spesso mi accompagnano nei reading. Così mi sembra di essere il frontman di un gruppo rock.
Poi la poesia deve avere una musica e un ritmo al suo interno.
Io scrivo ad alta voce, come se cantassi.

Vai ai concerti? Qual è l'ultimo a cui hai assistito?
Pochissimo. Non amo la folla.
L’ultimo concerto che ho visto, un po’ per caso, è stato il combo Alberto Camerini e Viola Valentino.
Poi ho fatto un paio di spettacoli con Dario Brunori e Dente.
Ma non so se vale.

C'è qualche libro a tema musica che hai apprezzato particolarmente nella tua vita?
Mi piacciono molto le biografie dei grandi musicisti. Un paio di anni fa lessi la biografia di Ray Charles, artista che amo molto e che vidi un paio di volte in concerto. L’ho trovata molto interessante.
A Ray invidio parecchio il momento in cui si compra un aereo per andare in tour perché non ne può più di macinare centinaia di chilometri per andare da un posto all’altro.
Un altro gran libro pieno di musica è “Alta Fedeltà”, che mi riprometto di rileggere presto e che mi ricordo mi piacque molto.

Domanda al contrario: qualche canzone o qualche disco che secondo te hanno un alto valore letterario?
Amo diversi cantautori italiani, alcuni dei quali potrebbero tranquillamente essere insegnati alle medie, proprio per il loro valore letterario. Da De Andrè a De Gregori, passando per Fossati, Tenco e almeno un'altra dozzina.
Per me anche la magnifica coppia Mogol-Battisti, anche se non tutti sono d’accordo.

Infine vorremmo ci salutassi con una tua personalissima playlist: cinque canzoni di cui non potresti assolutamente fare a meno, e perché.
“Margherita” di Cocciante, la più bella canzone d’amore scritta in Italia negli ultimi cinquecento anni. Ci ho anche scritto una poesia che spacca.



“Sympathy for the devil” dei Rolling Stones, testo pazzesco, e ritmo diabolico.



“Tanta voglia di lei” dei Pooh, per come tratta meravigliosamente quel momento in cui ti chiedi cosa minchia ci stai facendo nel letto sbagliato.



“Polvere” di Enrico Ruggeri, perché la sto ascoltando in questo momento e mi sta piacendo parecchio.



“L’avvelenata” di Guccini, perché voglio un sacco bene a quell’omone barbuto.

Tag: libro

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