Questa è politica: dire la verità alle persone nelle canzoni Intervista

I Buñuel durante il live al Mame Club di Padova. Tutte le foto sono di Giulia Callino - I Buñuel durante il live al Mame Club di Padova. Tutte le foto sono di Giulia Callino -
10/02/2016 di

I Buñuel sono un super-gruppo di recente formazione che unisce Pierpaolo Capovilla e Franz Valente del Teatro degli Orrori rispettivamente a basso e batteria, Xabier Iriondo degli Afterhours alla chitarra e il leader degli americani Oxbow Eugene S. Robinson alla voce. In occasione del live al Mame Club di Padova, abbiamo chiacchierato con Eugene e Pierpaolo per farci raccontare la nascita del progetto, le registrazioni del disco e ciò che ispira l'immaginario serrato e purgatoriale della band.

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Com’è iniziata la vostra collaborazione?
Eugene: Io e Pierpaolo ci siamo conosciuti nel 2006. Il chitarrista degli Oxbow ed io stavamo portando in giro un progetto semi-acustico e gli One Dimensional Man aprirono una delle nostre date italiane. A dire il vero non ricordo molto se ti parlai durante quella sera (ride). Sono stato gentile?

Pierpaolo: Mi ricordo quel concerto. Il club era l’INIT di Roma ed eravate appunto solo tu e Niko (Niko Wenner, chitarra e tastiere degli Oxbow, ndr). Noi suonammo prima di voi e quella fu la prima volta in cui ci incontrammo.

Eugene: Poi suonammo al Magnolia a Milano, stavolta con la band al completo. Pierpaolo parlò durante tutta la durata del concerto, lo volevo ammazzare! (ride) A concerto finito un amico in comune ci presentò e da lì iniziammo a sentirci via e-mail. Ad un certo punto, Pierpaolo mi chiese se potessi essere interessato a creare musica insieme, cosa che secondo lui sarebbe stata forte. Io sono un grande fan degli One Dimensional Man, al tempo non sapevo ancora delle altre band. Le ho ascoltate e mi sono piaciute molto.

(Eugene S. Robinson durante il live al Mame Club di Padova. Guarda tutte le foto del concerto qui)

Al di là del gradimento, ci sono altri criteri attraverso i quali scegli se prendere parte o meno ai progetti che ti propongono?
Eugene: Quando ascolto musica, ascolto me stesso dentro la musica. E se non mi ci sento... Ok ragazzi, non avete bisogno di me. Non penso di poter portare un contributo ad un progetto che non mi piace proprio. In questo caso, ascoltando il materiale inviato mi sentivo davvero dentro la musica. Spesso, quando prendo parte a questi progetti musicali, scopro aspetti della mia voce che non sento in altri contesti. Ha un fine davvero musicale e artistico per me. E poi c’è una componente anche visuale, è importante spingere un progetto all’interno della quarta dimensione, nel visivo.

Com’è stato il tour dei Buñuel in Italia finora?
Eugene: Molto positivo. La prima volta che venni in tour qui come Oxbow credo fosse il 1997, forse il ’96, e da lì siamo tornati numerose volte, quindi conoscevo già un po’ il vostro paese. Mi piace molto. Però è la prima volta che ci vengo in inverno (ride). Ora mi vedi con questo cappotto lunghissimo e i guanti, ma in realtà la temperatura è circa come a San Francisco.

(Xabier Iriondo durante il live dei Buñuel al Mame Club di Padova. Guarda la gallery completa qui)

La registrazione dell’album ("A Resting Place for Strangers", uscito per La Tempesta Dischi) ha richiesto solo tre giorni. Come ci avete lavorato?
Eugene: Il tecnico del missaggio italiano inviò via Dropbox le basi musicali già registrate a Monte Vallier, fonico, produttore e bassista degli Swell, che ha uno studio a San Francisco. Io in realtà mi dimenticai del nostro appuntamento e quando mi chiamò per sapere quando sarei arrivato caddi davvero dalle nuvole... Dormo quattro ore a notte e ho sempre un sacco di cose da fare. Comunque ci accordammo per il giorno seguente. Ho scritto i testi ascoltando la musica e li abbiamo registrati, Monte si è occupato del mixaggio il giorno stesso e l’ha inviato in Italia. Ho aspettato un paio di giorni davvero pieni di tensione per sapere cosa ne pensassero, mi chiedevo se fosse piaciuto o se non avessero bisogno di me (ride). Ma il lavoro è piaciuto molto e allora abbiamo cercato di organizzare le date del tour, cosa non facile dovendo tener conto degli impegni di quattro band diverse.

State pensando anche ad un tour all’estero per il futuro?
Eugene: Certamente, ne abbiamo parlato. Xabier l’ha menzionato proprio qualche giorno fa, quando era ormai chiaro che si tratta di un progetto molto valido.

Prima menzionavi l’importanza della componente anche visuale di un progetto musicale. Il nome del vostro gruppo riprende quello del grande regista Luis Buñuel, geniale esponente del cinema surrealista. Quale rapporto sentite con lui?
Eugene: C’è un modo di dire inglese: "birds of a feather flock together!". Buñuel è un grande genio e così noi! (ride) A parte gli scherzi, abbiamo pensato a vari nomi. La nostra musica è pensata per indurre un certo stato d’animo. L’idea mi è venuta in sogno e mi sembrava avesse un forte rapporto con la band: un immaginario stimolante e molto carico, significativo e interessante. È un riferimento chiaro ed elegante. Avremmo potuto scegliere solo tra lui o Orson Welles, ma "Welles" da solo non sarebbe stato un rimando abbastanza chiaro.

(Kasia Meow e Eugene S. Robinson durante il live al Mame Club di Padova. Guarda la gallery completa qui)

Per Afterhours e Teatro degli Orrori la politica è un tema di rilievo, un motore artistico frequentemente presente anche nei testi. Vale anche per il progetto Buñuel?
Eugene: Io parto dal punto di vista che tutto ciò che è personale sia anche politico. Essenzialmente nella mia mente la politica non si trova ad un livello avanzato, perché tutti, in qualsiasi paese, hanno voluto ignorare il problema reale della nostra società. È terribile non avere niente. È una condizione che nessuno può mitigare e per la quale non è possibile fare causa a un unico responsabile. Essere poveri è sempre stata, è tuttora e sempre sarà una cosa terribile. È l’unica reale origine del conflitto. I diversi sistemi politici hanno tentato di intervenire sulle disparità economiche, ma nessuno se ne occupa seriamente. La realtà è che è una questione affrontata in modo solo formale, come i passeggeri che sistemano le sdraio mentre il Titanic affonda perché dà l'impressione di star facendo qualcosa, mentre in realtà non è così. Negli Stati Uniti, una società in cui è apparentemente possibile migliorare la propria condizione, una persona ha il 93% di possibilità di non riuscire a cambiare classe durante la propria vita. Significa che se sei nato povero, in America hai solo il 7% di possibilità di abbandonare questa condizione sociale. Voglio dire... Cazzo, le probabilità sono bassissime. Se io avessi le stesse probabilità che mi sparassero per la strada non uscirei neanche di casa. Ma nessuno se ne occupa.

Pierpaolo: In realtà, comunque, Eugene sta parlando di politica. C’è un’incomprensione di fondo rispetto al concetto di politica. Politica non significa solo appartenere a un partito o essere di destra o di sinistra. È chiaro, per me essere di sinistra ha una particolare rilevanza. Ma quando Eugene pensa e scrive delle canzoni e dei testi, sta parlando della realtà che lo circonda, della realtà del suo paese, della società, della comunità in cui vive, delle persone con cui vive. E questa è politica, dire la verità alle persone nelle canzoni. Voglio dire, quando suoni una canzone stai dicendo qualcosa a qualcuno. E noi diciamo la verità. Questa è politica.

Eugene: Sai, potresti trovare molte persone cattive nell’universo lirico che ho creato. Come ha detto Aristotele, nessuna persona compie il male volutamente. Se vuoi trarre qualcosa di politico da quello che ho scritto penso che ci riusciresti, ma per me si tratta sempre di scrivere qualcosa di altamente personale. La mia ispirazione viene da qui. Penso che abbiamo risposto (ride).

E per i Buñuel come stanno andando le cose dentro a questa società? Come la percepite e come incide sulla vostra musica?
Eugene: Se in questo momento andassimo a cercare nelle fondamenta di questo club, sono piuttosto sicuro che troveremmo delle tane di topo. Probabilmente in questo edificio c’è una comunità di ratti che vivono lì, mangiano, si accoppiano e hanno dei topolini. Credo che se tu facessi loro questa domanda ti darebbero la stessa risposta che ti do io: le cose sono a posto. Questo non significa che vadano bene, ma sai... In questo momento attraversiamo una fase di panico globale a causa del virus Zika. Ricordo la stessa paura qualche anno fa per le api killer, come per molte altre cose. Ma i ratti, nelle loro tane sotto al club, sopravviverebbero. Io ho un sacco di altre cose di cui preoccuparmi, mi preoccupo della mia anima artistica. Non so quanto vivrò, se arriverò a novanta o centocinquant’anni. Potrei morire domani. Sto trascorrendo il tempo che mi resta rapportandomi a questioni che trovo importanti, ed è una preoccupazione maggiore. Penso che per l’universo Buñuel valga lo stesso, da un lato è un universo molto cupo, dall’altro un universo di ratti. E speriamo che durante il concerto vada tutto bene e che i nostri suoni si sentano bene.

 

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Tag: intervista

Pagine: Il Teatro Degli Orrori Pierpaolo Capovilla TODO MODO Buñuel

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