IOSONOUNCANE racconta il lungo esilio da sé stesso

"La mia ambizione è fare un disco che sia obiettivamente più grande di me". Jacopo Incani ci parla di IRA, della sua lunghissima gestazione, dell'emozione di suonarlo insieme a una band e del suo modo di concepire la musica. Col sogno di sparire completamente

Jacopo Incani in arte Iosonouncane, foto di Silvia Cesari
Jacopo Incani in arte Iosonouncane, foto di Silvia Cesari

IRA, il nuovo album di Iosonouncane, è realtà, ma che fatica (leggi qui la recensione). Ci sono opere per le quali servono anni e anni di tempo affinché vengano portate a compimento, la cui gestazione diventa un'avventura epica, tragica, eroica. Qualche anno fa ho avuto la fortuna di poter fare qualche domanda a David Lynch (Eraserhead, sette anni e un matrimonio fallito) e a Terry Gilliam (Don Chisciotte, 25 anni di tentativi prima di iniziare le riprese), ed era palese quanto fossero provati quando parlavano di quei film. Immaginavo che nel parlare con Jacopo Incani a proposito del suo nuovo disco che esce sei anni dopo il fortunato DIE, avrei trovato una persona che si sta riposando dopo la grande fatica e invece trovo un musicista che da poco tempo ha riniziato a provare per il tour e scalpita.

17 pezzi, 1 ora e 50 di musica e già la sorpresa che non è un disco in italiano, ma neanche in inglese: Iosonouncane utilizza una lingua mista, mischiata, scritta e pronunciata in modo volontariamente non perfetto, per un progetto che sarebbe stato atipico negli anni '70, figurarsi nel 2021  dei singoli su Spotify e del testo che deve arrivare massimo 15 secondi dall'inizio della canzone altrimenti le radio non te la passano.  Uno schiaffo in faccia alla modernità per un album che rifiuta anche la nostalgia, ma ci spiegherà tutto meglio Jacopo in questa lunga chiacchierata in cui ho trovato un artista loquace, a cui mi sono abbandonato in viaggi mentali e considerazioni personali come poche altre volte. 

C'è un motivo: IRA stimola, un sacco. Non sempre in positivo: può affogare, frastornare, stancare, ma è un'opera contenente talmente tanti livelli e sottolivelli di lettura e di ascolto da non poter lasciare indifferente e neanche da poter ascoltare skippando i pezzi mentre si fa altro. Richiede attenzione, partecipazione emotiva e di sicuro avrà una vita lunghissima, una volta uscito. È stato prodotto insieme a Bruno Germano e suonato insieme a Serena Locci, Simone Cavina, Mariagiulia Degli Amori, Francesco Bolognini, Simona Norato, Amedeo Perri. Esce in doppio cd e in triplo vinile, già solo questa è una cosa straordinaria. Iniziamo a capire meglio.

 

Foto di Silvia Cesari
Foto di Silvia Cesari

La storia di questo disco è travagliata ai massimi livelli...

Quando abbiamo annunciato IRA alla fine del 2019 dovevamo ancora mixarlo in realtà, i tempi c'erano, poi il disco è finito dalla primavera dell'anno scorso, da più di un anno.

Come ti sei sentito quando hai dovuto rimettere mano ai piani di uscita?

Guarda, io sono abbastanza un maestro dei tempi lunghi e della tenacia, della sopportazione. Per una questione di forma mentis mia, di attitudine, mi sono messo presto il cuore in pace: quando l'anno scorso abbiamo capito che la situazione era seria, ho subito compreso che bisognava temporeggiare. Non mi sono lasciato andare a disperazione o reazioni scomposte, ho avuto tante cose da fare e il tempo è passato più in fretta di quanto immaginassi. 

Come ti senti a rientrare in contatto con un lavoro che per te ha del tempo, ma che nessuno ha mai ascoltato?

È una sensazione un po' diversa dai dischi precedenti: quando ho fatto La macarena su Roma ormai 15 anni fa, era un'0epoca veramente diversa dal punto di vista discografico. Mi capita di parlare con musicisti che hanno dieci anni in meno rispetto a me e mi tocca la parte del vecchio. Al tempo, prima di fare un disco d'esordio facevi una valanga di concerti. Prima di registrare il disco avevo già 150 concerti alle spalle. L'ho registrato mentre ero in tour ed è uscito mentre ero in tour. Non ci fu pausa e il disco è stato la continuazione naturale del tour, della vita che conducevo in quel momento. DIE l'ho fatto dopo uno stop lungo, e al tempo del mio nome non si interessava più nessuno, quindi al netto delle molte persone che hanno collaborato, l'ho creato in solitudine, in assenza di attenzione. All'epoca ero molto curioso di vedere se qualcuno mi avrebbe cagato, in buona sostanza! Mi ero reso conto di aver terminato un disco che era assolutamente distante da quella che era la produzione dell'epoca, da quello che facevano tutti quelli che stanno sotto l'immenso ombrello della canzone d'autore in italiano.

Beh, anche in questo caso sei decisamente in controtendenza...

Certo e a differenza della volta scorsa ci sono delle aspettative, perché DIE è andato bene, però sono anche molto testardo, quindi non me ne curo troppo. Alla fine l'unica cosa che conta è portare avanti le idee che si hanno a discapito di ogni aspettativa, quindi non sento particolare pressione, se non quella che viene dalla consapevolezza di aver fatto un lavoro particolare, per certi versi atipico e sono curioso di vedere quale sarà la reazione all'esterno. Poi ho molta voglia di tornare a suonare.

Quella dev'essere molto forte visto l'anno che abbiamo passato...

Pensa che ci siano rivisti per provare per i concerti di questa estate, in cui suoneremo brani di IRA e non solo in trio, quindi in una formazione diversa rispetto a quella che ha fatto il disco che suoneremo integralmente l'anno prossimo nei teatri, e l'ultima volta che ci siamo visti per suonare era a febbraio del 2020 mentre preparavamo il tour teatrale bruscamente interrotto a causa della pandemia, e solo il fatto di trovarci a suonare mi ha dato delle botte di adrenalina enormi, fortissime, le classiche cose che mi capitano in tour, in cui dormo pochissimo e mi sveglio pieno di energie. Già questo è molto bello.

Foto di Silvia Cesari
Foto di Silvia Cesari

Devo dirti la verità: per me questo album è stato il segreto meglio custodito della musica italiana. Non sapevo assolutamente cosa aspettarmi e non avevo letto neanche la cartella stampa. Quando l'ho messo per la prima volta, ho pensato che mi avessero passato il disco sbagliato e quando ho abbandonato ogni preconcetto mi è esploso il cervello. Ad oggi non sono riuscito ad analizzarlo, dentro trovo un tot di riferimenti che mi piacciono, dai Dead Can Dance ai Tangerine Dream, Thom Yorke e Einsturzende Neubauten ma anche tanto Robert Wyatt. IRA lo metto e mi travolge. Non è neanche una domanda, ti do il mio feedback, mi rendo conto che è un disco con una lunga longevità, che necessita tantissimi ascolti per capirlo.

Questa è una cosa interessante. Mi pare cristallizata l'idea, parlando del nostro piccolo (che piccolo non è) mondo musicale, che un lavoro sia bello se efficace se funziona. È un concetto piuttosto pericoloso perché funziona ciò che assolve a uno scopo pratico e già questa cosa non mi torna, perché allora Rock Bottom (di Robert Wyatt, 1974) secondo questa logica non funziona rispetto a un qualsiasi singolo radiofonico. In più, sembra consolidata l'idea che sia giusto qualcosa di immediatamente comunicativo a livello chiarissimo. In realtà, la mia esperienza di ascoltatore è la tua, visti i nomi che citi, ed è proprio contraria. Ricordo benissimo che ho ascoltato Wyatt da ventenne e mi faceva una fatica bestiale, mi mancavano gli strumenti per comprendere quello che stavo ascoltando, mi mancavano i riferimenti altri, i testi paralleli a quali quel testo rimandava. Alla soglia dei 40 anni più o meno, mi rendo conto che le opere che mi hanno cambiato di più e che ascolto tuttora, sono quelle che mi hanno imposto una certa fatica, mi hanno posto in discussione. Dall'altro lato, sono quelle che forse non ho capito fino in fondo, in tutte le loro sfumature. Sono sempre più convinto che questa sia la chiave della longevità di un lavoro: la stratificazione di senso, il fatto che non tutta la mercanzia sia esposta immediatamente sullo stesso piano e in maniera inequivocabile, indiscutibile. Per come la vedo io, quando uno fa qualcosa, lo fa in modo che sia all'altezza di ciò che si ritiene più alto, quindi ciò che dici mi fa piacere, a meno che questa fatica non diventi repulsione...

No, semmai il contrario, stimola la mia curiosità di comprenderlo mentre lo ascolto...

Mi stanno dicendo in questi giorni i tuoi colleghi che è un'esperienza catartica, sfiancante ma liberatoria. Questa cosa mi fa molto piacere perché per me, ascoltare Rock Bottom dall'inizio alla fine è stancante, mi richiede un livello di attenzione, di immersione molto alto, così come ascoltare un qualsiasi disco di Klaus Schulze o degli Swans o persino Kid A dei Radiohead, che è un disco di non facile ascolto ma che, se gliene dai la possibilità, ti cambia.

Anche il lavoro sul linguaggio va in quella direzione: tu la chiami la lingua della necessità, e a me è sembrata un po' l'esperienza che abbiamo fatto tutti in pandemia, quella di stare al mondo e doversi arrangiare con un tempo alieno, distopico. Sono collegate le due esperienze?

È stato terminato ben prima della pandemia e l'idea del linguaggio mi è venuta 5 anni fa o più, addirittura. Il lavoro sul disco è stato molto lungo, da un lato perché mi sono ritrovato incrdibilmente ad avere una quantità scritta che non avevo mai assolutamente avuto:  La macarena su Roma è composto da dodici tracce e due tracce sono rimaste fuori. DIE è un brano di sei tracce, ne rimase fuori una. In questo caso mi sono trovato un primo giro di scrittura per il disco, nella prima sessione domestica di tre mesi, e avevo accumulato una sessantina di provini, alcuni dei quali lunghissimi. Negli anni successivi, man mano che ho portato avanti il lavoro e ampliato la band, mi sono ritrovato ad avere tantissimissima musica, al di là di quella che ho scritto per le colonne sonore o per l'opera di Edoardo Tresoldi. Sono stati anni molti fertili in cui ho scritto una quantità di musica esorbitante, che è quasi tutta sempre nel cassetto, questo ha implicato un lavoro molto lungo. Quello sui testi è nato da un'idea chiara, ma trasformarla nella concretezza di un disco ha implicato tanta ricerca. Il disco ha preso forma nell'estate del 2019. 

È stato un lavoro più complesso delle volte scorse, quello delle voci, dei testi?

Di solito funziona così: prendo appunti per degli anni e poi in due mesi scrivo i testi e in due settimane registro le voci. In questo caso è stato un po' più complesso: sapevo che queste canzoni le avremmo dovute cantare in sette persone e volevo che la mia voce fosse una delle voci, cantando anche in parecchi registri che non avevo mai utilizzato e sapendo che nel disco le voci sarebbero state caratterizzate da una forte saturazione e un forte riverbero; quindi sono entrato in studio il primo settembre 2019 per registrare le voci e di 17 testi ne avevo completati due. Mi sono presentato agli altri con una risma di fogli e tante penne Bic. I primi giorni sono andati via nella trascrizione dei testi, letture ad alta voce per arrivare ad avere una pronuncia condivisa. Quindi non solo ho dovuto far imparare i testi e spiegare come avevo lavorato, ma ho dovuto insegnare quella che volevo fosse una pronuncia neutra. Poi abbiamo iniziato a cantarli e nel sentirli cantati ho preso delle decisioni specifiche: ho capito quali suoni stavano funzionando e quali no. Sulla base di questo ho terminato i testo man mano che registravamo i brani, infatti la registrazione delle voci dal primo settembre si è chiusa a metà dicembre. Due mesi e mezzo. Questo per dirti ulteriormente della mia capacità di stare calmo, in attesa. 

Foto di Silvia Cesari
Foto di Silvia Cesari

Ho letto che l'intenzione di utilizzare questo tipo di linguaggio l'hai posta come operazione politica, in contrasto con la semplificazione di forme e idee a cui siamo sottoposti. Mi sono fatto il viaggio che questo atto è l'opposto dei percorsi psicologici rapiti, strategici, che tendono a dare forma a un'ansia o a un disagio per comprenderlo. Un disco del genere non può lasciare indifferente, frastorna, non rassicura in nessun modo. Fa anche questo parte della tua volontà?

Questo aspetto c'è, ma è una conseguenza. Farei un torto a te e a me se dicessi che ho scritto i testi così perché volevo ottenere questo tipo di risultato. Ho scritto così perché quando ho iniziato con le bozze, avendo in mente che avrei proseguito con la band che mi aveva accompagnato nel tour di DIE allargandola - un'esperienza meravigliosa dopo anni di solitudine sul palco, in cui mi sono detto "di queste persone mi fido, ho una stima gigantesca di loro e voglio registrare come Iosonouncane con il gruppo, cosa che non avevo mai fatto prima - arrivato alle voci, ai testi che sono la parte discriminante che fa prendere forma all'embrione del disco e alle melodie che scrivo sempre improvvisando, di getto, è rarissimo che torni su una melodia per correggerla, così facendo ho avuto delle indicazioni chiare sul suono che stavo andando a ricercare. Il suono dei provini, le melodie, i fonemi che stavo bofonchiando, mi dicevano chiaramente che la dimensione che stavo cercando in quel momento era lontana nello spazio e nel tempo, portava un grosso sensi di solitudine, di distanza, di attraversamento di paesaggi a me sconosciuti, di smarrimento. Ho sentito la spinta a cantare essendo costretto ad esprimermi utilizzando delle lingue che non conosco, perché a conti fatti non conosco nessuna delle lingue che ho utilizzato: ho una conoscenza vaga dell'inglese ma nessuna dello spagnolo, del francese o dell'arabo. Ho sentito il bisogno di mettermi in una condizione di auto esilio, di estraneità. Solo così potevo portare a termine questo disco rispettandone la spinta iniziale. L'idea è stata conseguente: voglio creare un linguaggio meticcio, scorretto, volutamente pieno di errori, che mi restituisca e restituisca questa dissociazione profonda, questa distanza tra la spinta a dire e la capacità di farlo, la possibilità di farlo. Questa distanza produce senso, stratificazione, produce umanità. Il ragionamento che fai è conseguente, non sono partito con l'idea di fare un disco  politico per rivendicare qualcosa, mi sono trovato a fare un disco con queste implicazioni. Ovviamente viene tutto dalla mia testa, dal mio modo di essere, dalla mia educazione, dalla mia formazione culturale, dalla mia dimensione etica, dalle mie letture e così via. È tutto un prodotto di come sono come veicolo culturale, come ognuno di noi, quindi si spiega in questi termini qui.

Tra l'altro la voce non è quasi mai protagonista, va in qualche modo ricercata, scansando i suoni. È un lamento, un riverbero di coro greco, una spinta. In qualche modo è come se il compositore fosse uscito dal disco e se lo ascoltasse?

Esattamente, quella è l'ambizione massima: ritrovarsi davanti a un'opera che è molto al di là di quelle che sono le tue capacità oggettive. Riuscire a portare a compimento un lavoro che è obiettivamente più grande di te. È il desiderio massimo, probabilmente in DIE mi era in parte riuscito, nel caso di IRA mi è pienamente riuscito: ho passato un anno in attesa di riascoltarlo per vedere che effetto mi fa e probabilmente sono già nella fase in cui dico "Ok, a questo suono gli avrei potuto dare mezzo decibel in più", è fisiologico, ma la cosa che mi stupisce è che io sia riuscito ad arrivare in fondo a un lavoro così. È stato estremamente sfiancante, ha richiesto una capacità di attesa e di concentrazione enorme per un arco temporale lunghissimo. 

Anche nel documentario su Nexo non appare mai la tua voce, appaiono i sottotitoli senza il parlato...

Io non ho nessuna voglia e nessun bisogno di mettermi davanti ai miei dischi. Non voglio essere la faccia o le opinioni che trainano il lavoro. La mia ambizione sarebbe estremamente contraria: sparire nel dimenticatoio e lasciare avanti le cose che faccio. 

Per fare una cosa del genere forse dovresti non suonare più live?

Sì non sarebbe possibile ed è difficilissimo farlo nell'epoca in cui gioco forza devi comunicare per esistere. Ovviamente ci sono mille modi per farlo e io mi limito a farlo dicendo "Questo è il mio disco, queste le mie canzoni e null'altro". L'idea di suonare integralmente IRA prima dell'uscita faceva parte di questo mio desiderio, la comunicazione è assolutamente incentrata sul lavoro, non ci sono abbellimenti, non c'è nulla che non sia strettamente musicale.

La copertina di IRA
La copertina di IRA

IRA non ammette ascolti distratti, devi farlo suonare alla vecchia, cioè dall'inizio alla fine, dandogli attenzione. Pensi sia possibile, oggi, tornare in qualche modo a quel tipo di ascolto, in cui la musica diventa esperienza e non consumo?

Secondo me dobbiamo fare una grandissima distinzione e chiederci se stiamo parlando di contesto italiano o internazionale. Guardare il contesto internazionale ci insegna che ci sono circuiti molto grandi in cui suonano band di piccolo, medio e grande livello che vengono ascoltate attentamente, non so come dire. Noi stessi, io e te, siamo ascoltatori attenti di musica. C'è un sacco di gente che ascolta attentamente la mia musica, altrimenti ai miei concerti non verrebbe nessuno e invece, ironia della sorte ai miei concerti viene lo stesso numero di persone che va a vedere i live di chi insegue spasmodicamente il fatto di poter comparire più o meno ovunque. Quindi in realtà questo discorso è storicamente vero, mediamente in questo momento siamo tutti abituati a una comunicazione molto veloce, a fare mille cose contemporaneamente, a guardare il documentario su Netflix e allo stesso tempo leggere un contenuto su smartphone o scambiare stronzate su WhatsApp.Rimane il fatto che ci sono molte persone che riescono ancora a guardare un film o ascoltare una canzone o un disco con attenzione. Queste persone ci sembrano molto poche se guardiamo al contesto italiano, ma il nostro è un sistema chiuso, è un mercato autosufficiente, autoreferenziale, che si autoalimenta, in cui molto spesso ci si ritrova davanti agli occhi a vedere delle cose che continuano a vivere senza che se ne capisca il perché, economicamente dico. Non credo che si debba mai parlare di un ritorno, sono una persona assolutamente priva di nostalgia. Penso che in generale gli esseri umani abbiano bisogno di opere, di manufatti che gli permettano una lettura del mondo più profonda rispetto a quella che il mercato impone o richiede. Credo che questa cosa non verrà mai meno, guardando l'ambito internazionale della musica ma anche del cinema, quando escono delle opere con la O maiuscola, non passano inosservate. Sono quelle che nel setaccio rimarranno, le pietruzze piccoline cascheranno tra le maglie del setaccio e la corrente se le porterà a mare.

Te la metto palese: sei l'ultima persona che pensavo potesse avere un Disco d'Oro per un singolo, Stormi, oltretutto estrapolato da un concept album, suonato dei dj set indie e nelle serate karaoke. Come l'hai vissuta questa cosa, ti ha frastornato?

No per niente, non son stato neanche lì a ripostare la notizia. Vincere il Disco d'Oro oggi significa che hai accumulato una serie di streaming. C'è una corsa alla rivendicazione dei numeri nel mondo musicale. Mi sembra si faccia finta di non vedere che si parla di briciole. Sappiamo tutto bene come funziona l'algoritmo di una piattaforma, che un brano quando viene playlistato viene ulteriormente playlistato e va a finire per assonanza totalmente arbitraria nelle orecchie di persone che non lo andavano nemmeno a cercare. Non è una grandissima vittoria vincere il Disco d'Oro a colpi di streaming sulle piattaforme digitali. Preferisco fare i concerti e guardare chi c'è e chi non c'è. Stormi ha fatto i suoi numeri ma nessuna radio l'ha mai passata se non la Radio Rai, nessuna radio generalista l'ha passata, l'hanno rifiutata in blocco fin dal principio. Nel momento in cui fai i concerti vedi chi hai davanti. Il pubblico che ha scelto volutamente di venirti a sentire, e ormai chi viene a sentire me sa cosa si deve aspettare e sa che non va a vedere un concerto in cui canta col cantante la canzone che sa e che conosce. Chi viene a sentirmi sa che non farà parte dello spettacolo cantando, che sta sentendo un concerto e non un karaoke. Non mi ha fatto nessun tipo di effetto, è certamente buffo che venga ascoltata tanto una canzone che non ha una strofa, non ha un ritornello e che, di primo acchito, si è sentita dire "La voce è troppo bassa, le parole non si capiscono, è impossibile cantarla" etc. etc., ma questo al massimo ti dà la misura della poca lungimiranza che molto spesso si ha, tutto lì.

Foto di Silvia Cesari
Foto di Silvia Cesari

Nell'ultimo tour ti ho visto in tre vesti: da solo con le macchine, in acustico con Serena, la cantante e con la band al completo. Stavolta come girerai dal vivo?

L'anno prossimo, nel tour teatrale che si sarebbe dovuto svolgere un anno fa, suoneremo IRA integralmente, dall'inizio alla fine, perché il disco è stato concepito per poter essere suonato dal vivo, non c'è una sola sovraincisione, è un disco pensato in presa diretta. Noi sette più Bruno Germano che è il fonico (per me la band comprende sempre anche lui), potremmo riregistrarlo domattina in presa diretta e il risultato sarebbe identico in ogni sfumatura. Toccando i maroni, questa cosa la faremo nel 2022. Questa estate girerò, saremo in trio sul palco, sarà un set di sintetizzatori, batterie elettroniche, campionatori, organo e sarà un classico "tour del disco" in cui fai alcuni brani appena usciti, altri vecchi e altri che nessuno ha mai sentito.

Come ti ho detto, non ho letto niente per non avere troppe sovrastrutture nel farti le domande, e non avrei mai pensato IRA fosse un disco completamente suonato senza sovraincisioni...

L'ho scritto dettagliatamente per suonarlo dal vivo, cambiando anche delle parti sapendo che determinate cose non sarebbero state riproducibili fisicamente. Ti faccio un esempio sciocco: Simona Norato nel disco suona il mellotron, il pianoforte e l'organo. Ho steso le sue parti tenendo sempre a mente che avrebbe avuto la mano sinistra sul piano, quella destra sull'organo e nel frattempo avrebbe dovuto cantare. Ho stirato il più possibile per portarla al limite della fattibilità fisica, oltre quello non sono andato perché volevo che le sue parti, come quelle di ogni musicista, fossero suonate dal vivo. Quando qualcosa non poteva essere replicata identica dal vivo, l'ho tolta dal disco.

Uso la parola "divertente" anche se magari per i ragazzi è stato il contrario, ma immagino quanta energia e creatività ci sia stata in un lavoro del genere...

Nel momento in cui ho coinvolto loro, facendogli sentire i primi provini e facendogli capire quello che avrei voluto facessero, tutti mi hanno risposto: questo tipo di cosa non l'ho mai fatta, non so se sono in grado. Io li ho rassicurati. Ad esempio, ho chiesto ai due percussionisti di suonare come delle batterie elettroniche, facendo per minuti e minuti lo stesso pattern di due misure. Questa cosa ha comportato il calarsi di tutti noi in una dimensione di sfida ed emancipazione collettiva, che si è palesata in maniera molto potente, anche a livello emotivo e psicologico, umanamente molto cementificante, nel maggio 2018 quando ci siamo ritirati per tre settimane in uno studio bellissimo che si chiama La tana del Bianconiglio a Montecchio di Peccioli nelle colline toscane. Un borgo di dieci abitanti massimo in cui abbiamo dormito a tre metri in linea d'aria dalla chiesa medievale, isolati, senza mezzi di trasporto e abbiamo registrato i provini di 15 pezzi. In quel momento ci siamo trovati a suonare tutte le partiture che avevo steso ed è venuto fuori in maniera entusiasmante il carattere avventuriero della faccenda. È stato faticosissimo, di quei provini una volta a Bologna ho riregistrato tutti i pezzi, alcuni anche più di una volta, c'è voluta una pazienza esagerata per me e soprattutto per i musicisti, che mi hanno seguito e non hanno mai avuto un momento di noia o di stanca, sono stati un sostegno imprescindibile. Al termine del lavoro abbiamo compreso di essere radicalmente cambiati tutti. 

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Ti porto via da IRA per un attimo: l'uscita del 45 giri con Novembre e Vedrai vedrai di Tenco, come si colloca in questa avventura?

Non si colloca in realtà! Novembre è un brano che ho scritto un mese dopo aver pubblicato La macarena su Roma, quindi è una canzone che ha 11 anni. L'ho sempre tenuta nel cassetto, non aveva trovato spazio nei dischi e ho sempre avuto il desiderio di pubblicarla. Quando abbiamo capito che la pandemia ci avrebbe tenuti fermi un bel po', ho sentito il desiderio di pubblicare qualcosa prima della fine dell'anno scorso, e l'ho abbinata a un lato B, per fare un vero e proprio sette pollici. Ho passato qualche giorno ad ascoltare musica italiana e alla fine di quel brano ho immaginato subito l'arrangiamento. Ovviamente io ero conscio del disco pronto che avevo nel cassetto e del senso di piccola truffa che avrei potuto mettere in campo, perché in tanti hanno creduto che fosse il singolo che anticipava l'uscita di IRA, e invece non c'entrava assolutamente nulla.

Io sono uno dei polli che credeva quella cosa lì!

Ehehe, in tanti l'hanno creduto mentre io pensavo "beh, non proprio". È un pezzo a cui sono profondamente legato, che era pronto da tanto tempo. Ho sistemato il testo e finalmente l'ho registrato. Sono molto contento che anche lui, il pezzo, sia uscito per i fatti suoi senza che ci sia io a soffocarlo con la mia presenza. Per citare Guzzanti che imita Bertinotti: "È stato un bello schérzo!".

Con IRA, ok il mercato italiano ma come abbiamo detto prima, stavolta dobbiamo fare un putiferio all'estero o sbaglio?

È una cosa sulla quale stiamo lavorando e che avevamo posto come prioritaria. Già ai tempi di DIE abbiamo avuto contatti con l'estero di un certo tipo, al di là dell'aver suonato al Primavera Sound. Io ho sempre ascoltato solo musica straniera, quindi non capisco perché essendo italiano dovrei parlare solo agli italiani, non vorrei far parte di questo sovranismo di ritorno. Nel mio iPhone ci sono dischi di musica marocchina, di musica tedesca, non capisco né l'uno né l'altro e questa cosa non mi crea nessun tipo di problema. Ovviamente non ho alcuna intenzione di fare la mossa di "quello che fa il disco in inglese", non so come dire. Non m'interessa. Penso che anche cantando in italiano si possa comunicare fuori dal proprio Paese, se quello che si fa è all'altezza del mercato estero. Non è semplice sentirsi bravissimi quando si va al Primavera e girando tra i palchi si sente il livello della roba che arriva un po' da tutto il mondo.

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L'articolo IOSONOUNCANE racconta il lungo esilio da sé stesso di Simone Stefanini è apparso su Rockit.it il 2021-05-13 08:43:00

COMMENTI (6)

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  • cd507396c 28 g Rispondi

    @aerock sì vabbè, non so che accordi ci siano con i distributori/stampatori però dateve na svegliata

  • aerock 29 g Rispondi

    @cd507396c il vinile non è a tiratura limitata, semplicemente è andato bene e sono state esaurite le copie che sono già in ristampa.

  • cd507396c 30 g Rispondi

    io non capisco il senso nel 2021 di fare un vinile a tiratura limitata come fossimo nel 2011. si tratta di un complotto degli approfittatori che rivendono la merce su ebay/amazon/compagnia bella?, il mercato discografico è a conoscenza che il vinile è tornato il formato fisico più venduto in italia?

  • mario.miano.39 34 g Rispondi

    Il disco è enorme e l'ho ascoltato di seguito le prime 2 volte.
    Poi ho cercato di isolare dei momenti che mi erano rimasti impressi: come la seconda parte di "foule", il top musicale internazionale. O l'incedere romantico di "nuit" e di "niran", veri strikes del disco, emozioni simili a nulla.
    Il disco non è per nulla ostico come descritto dai recensori vari in Italia, anzi è un furbissimo mix di linguaggi regionali super trendy con una produzione quasi sciamanica e ancestrale ma molto molto POP.
    Ma il punto decisivo è l'uso di una dialettica PROG, una sorta di estasi temporale che rende questo mix di lingue una specie di esperanto unico nel panorama musicale del 2021. In piena pandemia questo disco è riuscito a identificare degli incubi che non aveva previsto, poiché scritto prima.
    E anche se questa chiave di lettura è completamente gratuita, IRA si presta a diventare il manifesto più in linea con i tempi che viviamo: Urgente, Spietato e Accessibile, Il top della musica POP!

  • alia76 37 g Rispondi

    Bellissima intervista

  • pierluigipatitucci 37 g Rispondi

    Complimenti... bellissimo modo di immergersi in un lavoro ancora da ascoltare. Lettura piacevole e mai calante