Iosonouncane IRA 2021 - Cantautoriale, Psichedelia, Elettronica

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Un disco violento e che ci cambia con violenza, che scava nella lava del vulcano e sviscera la terra alla scoperta di occulte stratigrafie

Qualunque cosa si trasforma. E lo fa continuamente, senza alcuna sosta. Il nostro corpo si trasforma, nuove cellule nascono e altrettante si distruggono in ogni attimo che scorre, avvicinandoci inesorabilmente a un futuro silenzio. Il mondo che ci circonda si trasforma. Può accadere con lentezza o all’improvviso, a causa del gesto infinitesimale di un dito, allo scorrere di una carezza su di un volto o al grido impetuoso di una sommossa. Fino a poco più di un anno fa, per esempio, nessuno si sarebbe mai aspettato di vedersi stravolgere abitudini, gesti quotidiani e ritmo esistenziale nell’arco di pochissime settimane. E invece, quasi dal nulla, tutto ciò è accaduto e pare non accenni proprio a cambiare. Chiunque oggi non è più e non sarà più lo stesso di un tempo.

Si sa qualunque cambiamento può avvenire in modo graduale o istantaneo, leggero e costante o ancora inatteso, insospettabile, notturno e violento. Sì, violento. IRA – e non soltanto è il nome a suggerirlo – è un disco violento e che ci cambia con violenza. Non ho voglia qui di affrontare più di tanto la questione contaminazioni sonore, culturali, letterarie. Sarebbe come voler ricercare la causa di una nuova e misteriosa vita che nasce. Perché i richiami e i riferimenti ad altro in IRA potrebbero essere infiniti. Jacopo Incani, alias Iosonouncane, ancora una volta decide di prendersi tutto il tempo necessario (leggi qui l'intervista). Ed è giusto così. Soprattutto quando si costruiscono cattedrali. E viene da chiedersi perché mai non possa essere così per qualunque cosa. Perché si debba andar sempre di fretta, alla ricerca di una produttività compulsiva, ripetitiva, il più delle volte anche molto arida.

In IRA si sfiora il jazz, scaturito dagli ascolti quotidiani di Jacopo e dall’esperienza diretta in quel grandioso tour con Paolo Angeli – a cui ebbi la fortuna di assistere nella memorabile data di Bologna – si abbracciano scelte coraggiose, linguistiche e filologiche, costruendo quasi una nuova identità (universale?) che unisce chiunque, una sorta di nuovo yiddish che ingloba culture distantissime tra loro. C’è ancora la sua terra: la Sardegna, presente qua e là come tocchi di colore nel quadro di un macchiaiolo. Ci sono i canti berberi e l’elettronica più scolastica e classica e retrò. O penso a brani come nuit, in cui si intravedono addirittura le sinuosità di un Vangelis, in piel presenze ingombranti, mostri sacri e sempre presenti, come Thom Yorke. Mai come questa volta risulta inutile sviscerare brani che devono essere fruiti con una lentezza e attenzione che fanno da specchio alla complessità della produzione di un artista in tutta la sua interezza.

Come un Nicholas Jaar italiano, siamo su un’altra area del pianeta rispetto ai contorni cantautorali e passati ben definiti del pianeta Iosonouncane. Qui si scava nella lava del vulcano, si sviscera la terra alla scoperta di occulte stratigrafie, paragonabili appunto a delle vere e proprie suite iperstrutturate come fossero caverne sconosciute e ancora da esplorare. È in prison che abbiamo un possibile trait d’union che si manifesta più vivo che mai tra IRA e il capolavoro precedente di Jacopo, DIE. Continuità non solo sonora, con la ritrovata produzione di Bruno Germano, ma anche estetica, anzi puramente fotografica, curata ancora una volta dalla eccellente Silvia Cesari. Sei anni di composizione – lo ripetiamo affinché l’industria musicale possa rileggerlo e meditarlo con attenzione – e di attesa che vengono sgretolati dalla forza sprigionata da quest'opera colossale.

Come accennato sopra, la novità sta anche nel livello linguistico e la volontà di rendere un’espressione artistica, come potrebbe essere la musica, universale e ancora più efficace, manifestandosi nell’uso di una lingua sintatticamente italiana, ma composta da un puzzle razionale e irrazionale di idiomi differenti tra loro: l’italiano, il francese, lo spagnolo, l’inglese. Soluzione che ci riporta a rumori ancestrali, forse anche un po’ inquietanti, come quelli che concepì Umberto Eco per Salvatore nel suo Il nome della rosa. Un idioma sconosciuto e bizzarro, un idioletto poliglotta, che univa latino, italiano, spagnolo, inglese e tedesco.

IRA non è un disco estremo, come potrebbe erroneamente indurci a pensare, anche a causa di quel vago e recondito richiamo ad altri possibili, maiuscoli, significati del nome, che mi ricordano tanto quegli anni violenti, quelli degli attentati in terra d’Irlanda. Se si parlasse di estremo artistico, se davvero si volesse parlare per esempio di Joyce, IRA sarebbe più un Ulisse che non un Finnegan's Wake. Un qualcosa di unico nel suo genere, non insondabile, ma che come una montagna, forte della sua stratigrafia millenaria, ci manifesta i segni dello scorrere del tempo. Ed è il tempo a raccontare dell’uomo più di qualunque altra cosa. Come non può non accadere in un’opera la cui gestazione abbraccia, silenziosa e caotica al tempo stesso e come solo Iosonouncane ci ha abituato ad essere, la durata di più di un lustro. Bello, ancora una volta, alla fine del percorso, non sentirsi delusi o smarriti e magari decidere di intraprendere di nuovo, lontano dalla corsa vorticosa della vita operosa che ci appartiene e a cui apparteniamo, questo prezioso viaggio marittimo e geologico, materico e metafisico, terreno e trascendente.

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La recensione IRA di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2021-05-14 00:02:00

COMMENTI (2)

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  • Lorenzo999 4 mesi Rispondi

    finalmente, nuovo album, super!

  • sbuzzo 4 mesi Rispondi

    Iosonouncane semplicemente innova.
    Non "italianizza" quello che c'è all'estero: gli fa fare un passo avanti.