Izi

Pizzicato dall'alto Intervista

Foto di Studio Cirasa - iziFoto di Studio Cirasa - izi
11/05/2017

A soli 22 anni Izi ha già una lunga vita da raccontare, vissuta con i caruggi di Genova intricati come i suoi versi a fare da sfondo, l'ombra dei grandi cantautori che hanno fatto la storia della città a rinfrescarlo, una grande passione per la poesia e la letteratura a consolarlo. Il secondo album è per definizione il più difficile per un artista, e Izi l'ha affrontato sfidando ancora una volta il variegato mosaico che è ora il rap italiano, in bilico tra trap e hip hop. L'abbiamo intervistato.

Presentaci il tuo nuovo album, perché si chiama così, “Pizzicato”?
“Pizzicato” ha una duplice valenza. Pizzicato nel senso d'infastidito. Io mi rivolgo e mi riferisco soprattutto ai giovani ma parlo in generale. Ai ragazzi d’oggi interessano soprattutto i vestiti, le mode, le droghe, apparire sui social piuttosto che conoscere realmente se stessi. “Pizzicato” significa pizzicato dai demoni, dagli schemi mentali negativi che tutti, io compreso in quanto essere umano, subiamo. Forse dovremmo provare a guardare meglio in noi stessi per provare a liberarci da tutti questi pesi che ci affliggono. Ma c’è anche un messaggio più positivo, non presuntuoso, pizzicato dall’alto, perché sono stato fortunato, sono uno dei prescelti e, sia chiaro, non l’unico che ha l’onore e il compito di poter comunicare alla gente da una posizione privilegiata. Di poter portare un messaggio. È il mio secondo album ufficiale in studio ma, rispetto a “Fenice”, è un album molto più personale, denso. Ho voluto parlare di tutte le gabbie in cui ci intrappola questa società.

Ma il nome dell’album è anche una specie di tributo a Capossela e al suo “Ballo di San Vito”?
C’è sicuramente anche quell’aspetto. Che sia il morso della tarantola o di qualsiasi altro mostro. È uno dei pezzi che mi ha temprato di più e che mi è arrivato in maniera più diretta.

C’è da dire che nel giro di poco meno di un anno i passi avanti sono stati notevoli...
Ai tempi di “Fenice” stavo anche girando “Zeta” e l’album l’ho veramente registrato in una sola settimana. È stata una questione di tempo, in “Pizzicato” ho avuto modo di essere molto più meticoloso. Nel giro di un anno poi sono successe tante cose che mi hanno fatto crescere prima che come artista soprattutto come uomo. In quest’ultimo album mi sono sentito molto più libero, non avevo altre faccende per la testa, mi sono dedicato completamente alle canzoni.



All’epoca di “Zeta”, si può dire, avevi appena cominciato a cavalcare la cresta dell’onda. Conoscerai il metodo Stanislavskij, ti è servito immedesimarti in quel personaggio per poi riuscire a raggiungere obiettivi così alti come Izi?
Recitare è un’esperienza interessante. Io ero veramente una persona diversa prima di questa esperienza. L’ho vissuta male all’inizio, con tanto di attacchi di panico, ma alla fine mi ha cambiato. Recitare ti da la possibilità di esplorare, di conoscere tutte le nostre diverse personalità. Siamo sempre le stesse persone ma siamo anche sempre in cambiamento, proiettata verso qualcosa d’altro, e, per una persona timida come me, è risultato necessario per riuscire ad esprimermi, a tirare fuori tutto quello che avevo dentro. Conosco il metodo Stanislavskij ma c’è di più, personalmente apprezzo maggiormente il metodo Chubbuck. Non ho seguito corsi di recitazione ma ho avuto la fortuna di partecipare ad un piccolo workshop in cui esponeva il suo metodo di insegnamento. Ivana Chubbuck è una della maestre di recitazione più brave al mondo, ha lavorato con Brad Pitt, Charlize Theron, James Franco. Lei era costantemente picchiata dal marito e mi ha insegnato ad incanalare tutte le brutte vicende che ci capitano in un'unica direzione creativa. Paradossalmente il film mi è servito più ad un livello di crescita personale che in termini di fama.

Temi ricorrenti del tuo album e dei tuoi lavori precedenti sono l’ansia e la paranoia. In un certo senso, sono indispensabili nel tuo processo artistico?
Paranoia significa anche meticolosità, meticolosità che quindi ha anche i suoi risvolti ad un livello proprio tecnico. Ma certo, gran parte delle mie canzoni nascono proprio per affrontare le mie paure. Raccontandole riesco a liberarmi di un peso che spesso mi affligge anche fisicamente. Non ho paura di piangere, non ho paura di raccontarlo nei miei testi. Penso che la gente in grado di mostrare le proprie debolezze sia in realtà la più forte. La musica per me deve essere anche una fuga, ma questo non vuol dire debba essere meno impegnata.

Mettiamo da parte la “disperazione” che, chi conosce la tua storia, ha avuto modo di carpire dai tuoi lavori precedenti. Ora che hai raggiunto il successo, perché hai composto un album così incazzato? Avevi ancora bisogno di dar voce alla tua voglia di rivalsa o si tratta semplicemente di una scelta stilistico-musicale?
Un po’ tutt'e due in realtà. Io scrivo di getto, scrivo per sfogo e, per me, la scrittura deve continuare ad essere questo. Non voglio rischiare di perdere la mia passione per la musica, sono una persona estremamente sensibile, nei miei pezzi metto tutto me stesso, mi racconto, racconto dei miei problemi e di come ho provato ad affrontarli. La musica per me ha un valore molto terapeutico, scrivere canzoni equivale quasi ad auto psicanalizzarsi. Se il risultato di quest’album è questo sound vuol dire che era quello che in questo momento mi rappresentava di più.



Parliamo delle collaborazioni del tuo album a livello di produzione. “Pizzicato” è un lavoro che può vantare una lunghissima serie di producer, i migliori della scena italiana (Shablo, Sick Luke, Charlie Charles…). Essere a capo di un esercito così ampio e vario non deve essere stato facile...
Volevo sperimentare nuovi sound e la varietà di produttori mi ha aiutato in questo mio obiettivo. Ovviamente ogni producer ha lavorato sotto la supervisone artistica mia e di Shablo. Volevo elevarmi al di sopra delle solite sonorità trap, che adoro, ma non mi permettevano di cimentarmi con qualcosa di nuovo. Volevo trovare un sound che fosse del tutto particolare, che non vuol dire totalmente nuovo, stiamo sempre parlando di musica, il rap è fatto di contaminazione. Volevo mettermi in gioco e, nel mio caso, voleva dire anche andare a cercare degli arrangiamenti più classici su alcuni pezzi, melodici, musicali, per finire a tirare in ballo anche elementi dell’orchestra in pezzi come “Pizzicato” e “Come Me”, o partorire canzoni come “Bad trip” e “Tutto Torna” che non pensavo fossero nelle mie corde. Volevo arrivare ad un pubblico più esteso anche attraverso il sound ma sempre con l’obiettivo di far ragionare le persone.

“4Getu” è la canzone che chiude l’album e anche un po’ quella che si differenzia di più. Hai voluto dimostrare a tutti di saper rappare (nella sua forma più canonica) per ribadire in maniera ancora più veemente la tua scelta stilistica “opposta”?
Sì, anche perché a me la definizione di trapper non piace. C’è anche quello nella mia musica, ovviamente, ma la trovo una definizione un po’ limitativa. In sostanza però mi ero un po’ rotto di leggere commenti del tipo “sei un coglione, sai cantare solo con l’autotune, non si capisce mai quel che dici”. Proprio per questo ne è uscito un pezzo così forte, incazzato. Ma non è il tipico pezzo hip hop auto celebrativo, ha del contenuto, è stata scritta per la gente in grado di ascoltare in maniera più profonda.

All’interno dello stesso album poni dei concetti estremamente diversi, ti faccio un esempio citando due tue frasi: in “Volare” dici “ Questa va via col culo rosso: impronta dello schiaffo “ mentre in “4getU” “Non infilare la tua mazza alla prima stronza / Fai quello che vuoi ma abbi rispetto per te” . Anche questo è un racconto del tuo percorso?
Certo, anche perché sono state scritte in periodi diversi. “Volare” è di un anno fa e appartiene ad un periodo in cui ero più assente. È una canzone sicuramente più leggera ma anche in questo caso non voglio semplicemente vantarmi di scopare. Sto trattando il tema delle groupies con ironia, ci sono delle ragazze che magari mi apprezzano più per il personaggio che incarno che per la musica che propongo.



De André diceva che i genovesi fossero un popolo di marinai e quindi di viaggiatori, ma che allo stesso tempo sentissero costantemente la nostalgia di casa. Genova è molto presente nei tuoi testi: ti rispecchi in questa definizione e, soprattutto, in una città che si può rivelare anche ostica, che ha bisogno di un'analisi profonda per essere scoperta?
Genova è molto presente nelle mie canzoni e nei miei video. Paradossalmente sono nato lontano da Genova, in provincia di Cuneo, perché mia mamma ha partorito in acqua, ma il richiamo del mare è stato così forte che ho passato gran parte della mia vita a Cogoleto, da dove è iniziato tutto. È sempre una questione di puzza sotto il naso, Genova è vittima di tanti pregiudizi, un po’ come le mie canzoni, chi pensa sia solo in grado di usare l’autotune e non va a leggersi i testi si sta semplicemente rivelando tutta la sua superficialità. Genova è una città da scoprire ed è bellissima. Poi mi rappresenta molto, è intricata, complicata, labirintica, cervellotica come le mie canzoni. Quando ero più giovane, magari, pativo la mancanza di una certa “situazione”, ma ora che ho la fortuna di girare l’Italia mi sono reso conto di quanto sia unica e di quanta voglia abbia ogni volta di tornarci.

Ho avuto la fortuna di recensire l’ultimo album di Tedua e, già in quell’articolo, osai definirvi come “la nuova scuola genovese”. I riferimenti ai cantautori e, in particolar modo, a De André sono palesi. In che rapporti ti poni con quel genere musicale?
Ho avuto tanti problemi in casa ma i miei genitori fortunatamente sono tutto tranne che ignoranti. Di musica ne ho ascoltata tantissima e tutta ottima, dal “Bolero” di Ravel, la musica classica, Johnny Cash, il jazz, John Coltrane. Attualmente ascolto tanta musica francese e Stromae. I cantautori mi hanno colpito in maniera particolare non solo per i testi anche per l’impostazione teatrale che artisti come Gaber e Jannacci sapevano attuare sui palchi. Come ben sai uno dei miei autori preferiti è Capossela, lo ascolto da molto tempo, ma il suo ultimo album, “Canzoni della Cupa”, mi ha impressionato in maniera particolare. Poi ovviamente da genovese mi sento molto vicino a tutta la scuola della mia città, Tenco, Lauzi, Gino Paoli. È un onore per me essere paragonato a loro. De André è stato quello che ha saputo scuotermi in maniera più forte. I muri delle strade di Genova sono pieni di sue frasi. Quando trovo un ragazzino nei vicoli che mi riconosce ma non conosce De Andrè impallidisco. Attraverso la mia musica vorrei mandare anche questo messaggio, stimolare i ragazzi ad andare a cercare qualcosa che magari non hanno mai ascoltato.

Ho identificato questa componente educativa non solo nei tuoi testi ma anche in quelli di molti altri esponenti della scena ligure. Anche nei confronti della droga reagite in modo ambiguo venendo così meno a uno dei capisaldi della trap d’oltralpe. Sembra che la droga sia presente nei vostri testi perché è stata presente nel vostro passato. A mio avviso siete credibili perché non vi ponete come gangsta ma come ragazzi cresciuti nelle periferie con tutti i problemi che questi luoghi comportano. 
Per avere sensibilità, per avere contatto, con se stessi e con il mondo, non si può essere sempre fatti, serve lucidità. Ma non voglio demonizzare niente, anche io ho avuto il mio periodo da sbandato. È un argomento sul quale ho preso coscienza solamente crescendo come persona e maturando un rapporto più professionale con il mio lavoro. Non demonizzo l’uso dell’erba, casomai, demonizzo l’uso delle altre droghe. Certo, trovo assurdo, quasi pubblicitario, l’accanimento dello stato e delle forze dell'ordine nei confronti di ragazzini trovati in possesso di due canne. Penso che l’erba possa aiutare in molti frangenti, in quello terapeutico come nella scrittura, ma il messaggio che voglio mandare è che bisogna essere padroni della propria vita. Se pensi di risolvere tutti i tuoi problemi fumandoti 20 grammi al giorno ti stai sbagliando alla grande.

Poi però ci sono canzoni come “Dopo Esco” con Fabri Fibra…
È un pezzo particolare, al primo ascolto può sembrare il tipico pezzo sull’erba, ma in realtà inquadra la situazione anche da una prospettiva critica. Quando ho scritto “fammi fumare un po’ di weed” il significato profondo delle frase era ”Dio fammi assaggiare un po’ di saggezza, di purezza”. È anche questo un discorso di “elevazione”. Allo stesso tempo fai in modo che io possa portare questo messaggio agli altri ragazzi, fai in modo che i miei sbagli possano essere da esempio per loro, perché, in fondo, il primo a non cogliere la differenza tra uso e abuso ero proprio io. Analizziamo tutti gli aspetti del fumare, sia positivi che negativi. Penso sia tutto riassunto nella quartina che fa “ho iniziato a fumare perché pensavo troppo / quando ho fumato era bellissimo e sentivo il doppio / con tempo questa nebbia te la porti dentro sempre / col tempo questa nebbia fra ti porta a niente.”



In “Fuori” dici che ha ricucito i contatti con la tua famiglia (“ho ripreso i contatti ma ne è valsa la pena”). La rottura con la propria famiglia, seppur con tempi e modalità differenti, è uno dei motivi del featuring con Fabri Fibra?
Quello con Fibra è stato forse il featuring più inaspettato dell’album. Certamente questo è un fattore che ci accumuna, lo stesso Fabri ha fatto un riferimento alla sua famiglia nel pezzo che abbiamo composto assieme. Ma io personalmente mi sto sforzando veramente un sacco per rimettere i pezzi a posto, avevo troncato radicalmente i rapporti con i miei genitori e mi sono accorto che mi mancavano. Bisogna saper parlare di certe situazioni, bisogna saperle affrontare, non possiamo continuare a vivere la vita covando odio. Come diceva Eminem in “Cleaning Out My Closet”, dobbiamo liberarci dagli scheletri nei nostri armadi.

Delle situazione famigliari complicate e il conseguente sballottamento da una casa all’altra sembrano essere un altro dei fattori che accumuna molti esponenti della trap genovese. Le vostre squad (Wild Bandana ma anche Drilliguria) sono effettivamente delle seconde famiglie?
Per anni la mia famiglia sono stati i miei amici e le famiglie dei miei amici, nel disco precedente le ho ringraziate tutte. Sarò sempre grato a quelle persone che mi hanno riparato sotto un tetto quando non avevo neanche un letto dove dormire. Se non fossimo stati così uniti forse questa cosa del rap non esisterebbe neanche. Certamente non esisterebbe così com’è ora.

L’unione d’intenti è una delle vostre prerogative fondamentali. Risolvete tutto in famiglia. Anche i vostri videomaker principali, Federico Merlo e Alexander Coppola, sono liguri. Dopo il film com’è cambiato il tuo rapporto con i video?
Sì, ma ho avuto la fortuna di lavorare con tanti altri registi bravi, il giovane Murdaca e Cosimo Alemà. Dopo il film il mio rapporto con i videoclip è cambiato, ho una prospettiva estetica completamente diversa e, soprattutto, ho cominciato ad intendere ogni video come un piccolo corto, un mini film, comunque, come qualcosa di più espressivo, con una trama. 

Gli altri featuring invece come sono nati?
Non ci sono featuring di convenienza, sono tutte collaborazioni che sentivo necessarie su una determinata traccia. Quella con Tedua e Vaz Tè in “Wild Bandana” è ovviamente la più scontata, non potevano mancare, è un pezzo famigliare, per i ragazzi di Genova, dove ci apriamo e raccontiamo com’è nata questa nostra storia. La canzone con Enzo Dong invece è una canzone di critica ma pensata, concepita, appositamente per essere presentata con un sound prepotente, direi ignorante. Il pezzo con Caneda invece non credevo nemmeno di inserirlo nell’album. “Bad Trip” è nata in una versione ancora più ignorante di “Come Me”, con un sound trap molto marcato, per poi diventare un pezzo piano e voce. Sentivo che il testo avesse qualcosa di più. È una canzone cupa, riflessiva, ma è uno di quelle che sento maggiormente.

Caneda ha in un certo senso anticipato la trap?
In un certo senso effettivamente sì. Io l’ho sempre amato, forse non si può dire abbia anticipato proprio la trap ma certamente una nuova forma di intendere il suono, dal pezzo con Guè in primis.

E invece chi ha disegnato la copertina, ee che significato ha?
Me l’ha disegnata Davide, un ragazzo che non ho mai conosciuto ma col quale mi hanno messo in contatto alcuni amici comuni delle Studio Cirasa, i curatori della copertina del mio album precedente. Quel che più conta che abbia colto esattamente quello che volevo, è stato bravissimo. Non mi interessava piazzare la mia faccia in formato gigante sulla copertina dell’album. È un’illustrazione dantesca. Le gabbie della società di cui ti parlavo prima sono in sostanza come gironi infernali. La copertina raffigura una serie di personaggi discussi, puttane, preti, politici, forze dell’ordine inseguiti dai loro mostri, che poi sarebbero questi alberi infernali, ed io che mi sollevo al di sopra di tutto, al di fuori della massa, verso qualcosa di più puro.

Ma, oltre a Dante, in “Wild Bandana” è citato anche Eugenio Montale, un altro poeta genovese. Tu hai iniziato proprio scrivendo poesie. In che modo hanno influenzato la tua scrittura, anche a livello di metrica?
È da un po’ che non leggo poesie ma ne ho lette tantissime e questa cosa mi ha veramente forgiato. Ho iniziato a scrivere rap concependolo proprio in questa forma, una strofa da 16 equivaleva ad un sonetto che poi ho iniziato a dividere con dei ritornelli. Maturavo gli album come raccolte di poesie. Montale, Leopardi, l’ermetismo e il futurismo proprio come movimento artistico. Neruda e, anche se non è poesia, tantissimi testi di Rigoberta Menchù. Studiando al linguistico ho letto tantissime poesie in spagnolo. Poi il romanticismo inglese nella sua versione più dark, Coleridge e Blake soprattutto.

A proposito di Coleridge, il personaggio che interpreti in “Bimbi” è ispirato a Kubla Khan?
Coleridge lo adoro proprio, e adoro Kubla Khan. A mio avviso sono i 54 versi migliori della storia. Mi ha fatto piacere che tu lo abbia notato, probabilmente, inconsciamente, è proprio un tributo a Coleridge.



Quando porterai in giro questo disco? 
Dal 5 maggio inizieremo a girare l’Italia per gli Instore ma da giugno partiremo con il tour estivo che sarà seguito, dopo una breve pausa, da un tour invernale. Fino a marzo saremmo sicuramente occupati. Ci stiamo preparando per riuscire a portare la band sul palco, di sicuro una batteria, per poter pompare meglio i pezzi potenti di quest’album.


Prima del tour, Izi firmerà le copie del cd in questi appuntamenti:

• VICENZA – Martedì 9 Maggio – ore 15:00 – Saxophone – Viale Roma 22
• MESTRE – Martedì 9 Maggio – ore 18:00 – La Feltrinelli – CC Le Barche – Piazza XXVIII Ottobre
• BOLOGNA – Mercoledì 10 Maggio – ore 17:00 – Mondadori Megastore -Via M. D’ Azeglio 34A
• FIRENZE – Giovedì 11 Maggio – ore 15:00 – Firenze – Galleria del disco – Sottopassaggio Stazione Santa Maria Novella
• LUCCA – Giovedì 11 Maggio – ore 18:00 – Sky&Stone – Piazza Napoleone 22
• ROMA – Venerdì 12 Maggio – ore 15:00 – Discoteca laziale – Via Mamiani 62
• LATINA – Venerdì 12 Maggio – ore 18:00 – La Feltrinelli – Via A. Diaz 10
• NAPOLI – Domenica 14 Maggio – ore 15:00 – La Feltrinelli – Stazione Centrale – Piazza Garibaldi
• CASERTA – Domenica 14 Maggio – ore 18:00 – Juke Box – Via Cornacchia 10
• CASAMASSIMA (BARI) – Lunedì 15 Maggio - ore 15:00 – Media World c/o Auchan Casamassima - Via Noicattaro 2
• BRINDISI – Lunedì 15 Maggio – ore 18:00 – La Feltrinelli – Corso Umberto I 113
• TORINO – Martedì 16 Maggio – ore 15:00 – La Feltrinelli – Stazione di Porta Nuova

Tag: intervista rap italiano

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