L'alternativa definitiva all'itpop: intervista a Johann Sebastian Punk Intervista

Johann Sebastian PunkJohann Sebastian Punk
24/01/2018 di

Johann Sebastian Punk, progetto nato da un'idea di Massimiliano Raffa, ha esordito nel 2014 con l'album "More Lovely and More Temperate". Lo scorso 13 ottobre è uscito "Phoney Music Entertainment" (Fermenti Vivi/Self), il suo secondo disco, e qui Massimiliano ce lo racconta parlando di rock prospettico, di meccanica quantistica, della scena italiana e di come l'arte abbia ormai perso l'A maiuscola.

Già dal nome una provocazione, come accostare il sacro al profano, la musica classica al punk… Quando nasci?
Nasco nel 1989 e - pur essendo nato prima del suo abbattimento - sono la reincarnazione del Muro di Berlino. Sono venuto al mondo per dividere, per alimentare conflitti, per separare il bene dal male e poi pormici al di sopra. Questo sinistro disegno del destino passa dal 2012, anno in cui rinasco come Johann Sebastian Punk e attendo in preda a tremori estatici l’ora dell'atterramento del muro che incarno. “Perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia demolizione e che mi accolgano con grida di odio”.

Anche la copertina non è da meno. Schizzi che richiamano lo stile di Mirò, astratti ma pieni di senso: chi è l’ideatore e cosa volete trasmettere?
È Andy Nalloyd, fondatore e forse unico esponente della corrente del “casualismo causalista”. Il senso delle sue immagini non gliel’ho mai chiesto, ma le sento affini al mio suono. In un panorama in cui si fa a pugni per pietosi featuring in modo da poter aumentare la propria esposizione, io cerco la collaborazione di artisti nascosti.

Il tuo è un lavoro in cui la parola lascia spazio alla musica, in cui si sente la commistione di generi contrastanti, in cui ognuno può avvertire ciò che vuole. Io, ad esempio, ci ho sentito allo stesso tempo Depeche Mode e una prima Amanda Lear, che ne pensi?
Il mio album è il primo mai realizzato secondo i canoni, da me stesso ideati, del rock prospettico. Mediante tecniche mutuate da meccanica quantistica, teoria delle stringhe, relatività generale e teoria del campo unificato sono riuscito a incidere un album in cui la musica appare sempre diversa a ciascun ascoltatore. Vedi, tu ci senti i Depeche Mode e Amanda Lear. La mia mamma ci sente Mina e Celentano. Mio zio Horatiu Radulescu e Kaija Saariaho. Non è fantastico? Dovrei vendere centinaia di migliaia di copie! Sperando che la gente non senta quello che sente mio zio.

Il brano "Insanity Fair" strizza molto l’occhio al musical, hai mai lavorato su un progetto del genere?
No, la mia vita è già abbastanza un musical: vivo recitando una moltitudine di parti tra cui, ahimè, anche quella dell’impiegato… Quand’ecco che - quasi all’improvviso - si fa largo la musica.

Dalla critica il tuo è definito un lavoro di nicchia, coraggioso, soprattutto se si guarda al panorama indipendente attuale: vedi la tua stessa voglia di sperimentare nei tuoi colleghi?
Voglia di sperimentare pur mantenendosi dentro i canoni del pop, in giro, ne vedo pochina. Viviamo una fase paradossale della storia del mercato musicale. Un tempo gli artisti mainstream e la discografia dominante traevano spunto dal sottobosco ricodificando certi elementi in una chiave più fruibile; oggi accade il contrario: gli artisti che dovrebbero costituire una controffensiva al disimpegno creativo rincorrono il linguaggio della muzak altovendente, cercando di agire su testi e produzione in modo da poter intercettare, oltre al grande pubblico, anche un pubblico leggermente più istruito di quello di Biagio Antonacci o Laura Pausini. Gli espedienti utilizzati sono tanti: il ricorso a un’ironia talvolta nonsense del tutto priva di energia intellettuale ma dotata di una coolness in cui si possa riconoscere l’intera tribù generazionale, lo scimmiottamento dei classici della canzone italiana, il ripescaggio stereotipato di immaginari pop di venti o trent’anni fa, l’estetica del perdente autocompiaciuto. Questa è la massima forma di sperimentazione a cui assistiamo, e ha giusto il merito di cogliere lo Zeitgeist. Il punto è che il Geist di questo Zeit è poverissimo concettualmente, e di conseguenza la musica è povera, oltre che vigliacca. Johann Sebastian Punk costituisce l’alternativa definitiva all’itpop.

Siete stati lanciati da Enrico Ruggeri nel 2013, ci racconti questo incontro fortunato?
Ruggeri ascoltò una mia cover di "Contessa" tradotta in inglese e se ne innamorò, al punto da premiarmi con una Targa MEI al ritiro del suo premio alla carriera nel 2013. Poi ascoltò e consigliò pubblicamente il nostro primo album. Poi più nulla, adesso viviamo nella stessa città ma non ci siamo mai incontrati né gli ho potuto dare il disco nuovo, non avendo il suo numero. La verità è che i limiti di Johann Sebastian Punk, in termini di visibilità, non sono dettati dalla scarsa fruibilità della musica, ma dalla mancanza di endorser di peso, sia esso un discografico, un grosso musicista o qualsiasi altro personaggio influente. Ho sempre dovuto fare tutto da solo, proprio io che detesto la comunicazione contemporanea e sono un pessimo comunicatore.

Il vostro lavoro è stata la prima opera prima accolta al premio Tenco come “sbalorditiva, folle, in grado di destrutturare l’impossibile”: questa la critica. Ma il vostro pubblico che tipo di feedback vi rimanda durante i live?
Dopo ogni concerto provo un forte senso di invidia nei confronti del nostro pubblico. Si divertono da matti, perché lo spettacolo ridimensiona l’aura elitaria ascritta al progetto portando in primo piano l’intento parodistico. E poi c’è della grande musica, suonata con potenza, capace di conquistare un pubblico molto eterogeneo. Il feedback di cui parli è la prova che la nostra non è roba complessa come spesso mi sento dire: manca semplicemente il pulsantino che abbiamo su computer e telefonino e che ci permette di cambiare ascolto dopo quattro secondi. Ed è dopo quei quattro secondi che inizi a godere.

Guardando alle vostre esibizioni c’è molta teatralità: “delle catastrofi performative”, mi spieghi cosa intendi? Per Carmelo Bene “Ci sono cose che devono restare inedite per le masse anche se editate. Pound o Kafka diffusi su Internet non diventano più accessibili, al contrario. Quando l'arte era ancora un fenomeno estetico, la sua destinazione era per i privati. Un Velazquez, solo un principe poteva ammirarlo. Da quando è per le plebi, l'arte è diventata decorativa, consolatoria. L'abuso d'informazione dilata l'ignoranza con l'illusione di azzerarla. Del resto anche il facile accesso alla carne ha degradato il sesso”, vi trovate d’accordo?
È quello che, senza l’eleganza di Carmelo Bene, vado dicendo da anni. Ma lui disse quella frase se non sbaglio nel 2000, quando ancora la catastrofe del web 2.0 doveva manifestarsi in tutta la propria mostruosità. Oggi non solo l’accesso all’Arte è esteso alle plebi, ma lo sono persino i processi di poìesis, di produzione stessa dell’arte, che perde così l’iniziale maiuscola. L’industria culturale e le sue élite, che svolgevano una funzione pedagogica nei confronti delle masse, non esistono più: a decidere cosa entra nel mercato dominante è direttamente il pubblico… E l’oclocrazia incontrollata non può che essere espressione di moti conservatori, reazionari, portatori di appiattimento e di mediocrità. Per questo io mi rifiuto di parlare della viltà del quotidiano, mi nascondo dietro la lingua inglese per negare il diritto al ritornello di immediato apprendimento, sfrutto il teatro, la finzione, la caricatura, il lontano, l’irraggiungibile, l’impossibile, l’assoluto.

Tag: intervista

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