09/01/2018

Non so perché, forse per l'aspetto glam che quest'anno ha fatto furore da quelle parti, ma ho avuto questa fantasia: Massimiliano raffa AKA Johann Sebastian Punk su un palco tipo X Factor, con il giudice “alternativo” che dice cose tipo “solo io ti capisco, sei una cosa che qui non si è mai vista, solo a te posso assegnare gli Einstürzende Neubauten, David Sylvian, le cose strane che gli italiani non hanno mai sentito!”, mentre il coreografo sparge lustrini che nemmeno a RuPaul's Drag Race. Questa fantasia resterà (fortunatamente) tale, ma il primo istinto quando si ascolta il nostro Johann Sebastian è proprio quello di calarsi nei panni del giudice antipop ed esclamare “perché non sei famoso, perché? Ci penso io!”.
Non perché sia una cosa che qui non si è mai vista, il punk, il glam e il prog ce li abbiamo avuti anche in Italia, però oggettivamente in questo momento storico non ne gira poi molto, e soprattutto non ci vengono in mente altri esempi di artisti che riescono a far sembrare così facili e a far suonare così entertaining brani tanto articolati e barocchi.
Non è un talento da poco quello di sapersi fermare un attimo prima di scivolare nella baracconata, così come non è da tutti essere capaci di mescolare con stile e una teatralità non fine a se stessa l'iconoclastia del punk e il classicismo del prog, le luccicanze fluo glam e new romantic, gli spunti da vecchio musical e le armonie dalle sfumature psichedeliche, David Bowie (“Mankind Blues”), i Beatles (“Confession”) e Father John Misty (“Tragedy”), LA LA Land (“In search of The Miraculous”) e un Sudamerica da realismo magico dark (“Samba da Segunda-Feira”). E tutto suonando chitarra, basso, batteria, percussioni, pianoforte, tastiere, organo, sintetizzatori, mellotron, clavicembalo, contrabbasso, viola, zither, dulcimer, shakuhachi, fauto dolce, sitar, arpa, glockenspiel, vibrafono.
Scusate se è poco.

Tracklist

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