Labadessa: "La musica mi ha fatto diventare una persona, non mi scrolla e basta"

Le sue strisce a fumetti (con uccello cinico e sfondo giallo) sono famosissime, ma oggi quel che gli dà più soddisfazione – soprattutto dopo un tour pienissimo – è la musica. Sabato 23 maggio, Labadessa sarà a MI AMI. E noi ci domandiamo dove vomiterà questa volta

Labadessa durante il tour invernale
Labadessa durante il tour invernale

Sul palco c'è un uomo sudaticcio (lo dice lui, lo confermiamo noi) con gli occhiali da Bob Dylan. Sotto il palco c'è un bel po' di gente, molti sono giovani e giovanissimi, ma non ci sono solo loro, affatto. Dita al cielo, sorrisi e non rari momenti di commozione. 

Il live è quello di Mattia Labadessa, in arte solo Labadessa, che qualche mese fa ha portato dalla Sicilia a Milano il suo primo vero tour. Di professione ora fa (anche) il musicista, sebbene non lo ammetta. Di sicuro tutti lo conoscono per la sua attività da disegnatore, per i libri e le strisce sui social, che lo hanno reso celebre e amatissimo negli ultimi anni, grazie ai suoi sfondi gialli e al suo alter ego pennuto, un mix di disagio, dolcezza e nichilismo, suprema causticità che in effetti gli somiglia moltissimo.

Poi, a un certo punto, è arrivata la musica. Ed è stata, ed è tutt'ora pura gioia. Perchè non era in programma, perché non avrebbe mai creduto di potersela permettere, perché non è (ancora, del tutto) "un lavoro". Live porta le canzoni che ha scritto dal 2019 a oggi e che da poco, dopo essere vissute pressoché solo su un palco, sono diventate anche un vinile, DALLE NOTEche è, per lo meno per metà, un live album (sono dieci tracce, tra cui quattro registrazioni live).

Labadessa suonerà a MI AMI Festival sabato 23 maggio. Se siete scettici sul fatto che un fumettista possa dare vita a un progetto musica intrigrante e molto a fuoco (merito di una band solida e della collaborazione in ogni fase del processo di un creativo a tutto tondo come Sigiu Bellettini), venite a ricredervi. Intanto a voi qualche pillola di Labadessa-pensiero.

Come stai in questi giorni?

Sto bene. Solo che ogni volta che mi dico che sto bene, poi mi rendo conto che c'è qualcosa che non va: non riesco a capire come si possa fare a dire “sto bene e basta”. Ci sto lavorando da una trentina d’anni… A Pasqua sono andato a trovare mio fratello, che fa una vita diversa dalla mia, per fortuna. Ogni tanto vado a rubacchiare quella che definirei “normalità”, o “vita sana”: ha un cane, un figlio, un lavoro e degli orari decenti.

Prima facevi una vita “poco sana” da illustratore. Ora una vita “ancora meno sana” da illustratore e musicista. 

La musica in questi mesi si è rivelata veramente una boccata d'aria fresca. Sto un po' in conflitto con il disegno ultimamente: da quando è “diventato un lavoro”, ho perso un po' di quella magia. Come molti mi illuso che uno potesse veramente vivere della sua passione, non “lavorare veramente” nemmeno un giorno perché fai quello che ti piace, quelle cose lì che ci raccontiamo. La musica oggi mi diverte, mi emoziona, mi trasmette sensazioni fortissime, soprattutto durante i live. Per me è la riscoperta della sorpresa, dello stupore. Quella cosa di cui ogni tanto ci dimentichiamo, ma che poi torna, prepotente, e ci fa capire perché siamo innamorati dell'esistenza.

Sei un musicista?

No. Non mi definisco in alcun modo musicista, non ce la faccio proprio. E attenzione, non è la sindrome dell'impostore.

Però ci somiglia molto… È una specie di piaga per voi disegnatori.

Io sono proprio fatto così. La musica è arrivata nella mia vita come un gioco e continua ad esserlo. Per questo non riesco a definirmi musicista, sarebbe un azzardo: io sono uno che usa la voce. Con il disegno mi sento bravo, ho lavorato tutta la mia esistenza su quel linguaggio e quindi so che sono capace a disegnare. Ma come avere le mani non significa saper disegnare, avere la voce e poterla usare non significa essere un cantante. Ecco, io sono un disegnatore o illustratore (fumettista no) e uso la voce. Lo faccio per dire delle cose che ho sempre detto attraverso i disegni, all'improvviso mi sono messo anche a cantare.

Avevi bisogno di uscire dalla confort zone…

La paura è sinonimo di vitalità, di volerci essere, di voler fare le cose. Per un sacco di tempo il mio obiettivo, quasi la mia ossessione è stata non aver paura della morte. Sono cresciuto con la fissa della morte, già da piccolo ero innamoratissimo del fatto di esistere. Ero un entusiasta della vita, il solo fatto di poter fare una cosa, anche fosse solo una pisciata, per me era incredibile. Questo mi ha portato a maturare la paura della fine, di averne il terrore (badate bene: non credo in un dio, non credo nella vita ultraterrena, credo che corpo e cuore ci siano concessi per una volta sola e per una gran botta di culo). Su questa cosa mi ci sono attorcigliato per un bel po’, poi ho realizzato che non dovevo puntare a non aver paura della morte. Era l’obiettivo sbagliato. Anzi quella paura è fondamentale per andare avanti. Ora la stessa cosa mi capita con la musica. 

Cioè?

La musica mi dà una gran strizza. Solo che ora penso che questa paura faccia bene. Durante il tour invernale ho vomitato a ogni data prima di salire sul palco. 

Dove?

Di solito nei bagni dei camerini: li ho battezzati un po’ tutti. 

Se vuoi a MI AMI ti prepariamo un posto extra lusso dove vomitare. 

No, grazie. Niente trattamenti di favore. Anzi, sì, li voglio: vorrei che il bagno fosse sfarzoso. Grazie. 

La paura non compromette mai il risultato finale?

Direi di no, anzi. Io me ne sto dietro le quinte con questa attesa infernale e non vedo l'ora di salire sul palco. Ho appena vomitato, ho l’ansia di non essere simpatico, di non essere socievole, di tremare. Di cantare di merda, visto che non sono un cantante, di creare imbarazzo. Quando si comincia, però, cambia tutto. Anche perché lo show è in buona parte improvvisato, quindi va come deve andare. Di sicuro parlo troppo tra un pezzo e l’altro. 

E dopo il concerto, invece, cosa accade?

Quella è la parte bella. Faccio un firmacopie, come alle fiere di fumetto. È l’occasione per raccogliere i pareri, vedere facce felici ed emozionate, ricevere feedback. Mi arriva una gran botta di gratitudine, che mi fa sentire molto fortunato. 

Torniamo a MI AMI. Sei uno da festival?

No. Non sono uno da nulla, di base. Nel senso che non frequento. Sono una persona un po' chiusa, un po' ansiosa, un po' molto ansiosa. Anche alle fiere del fumetto, prima di diventare un fumettista non avevo mai messo piede perché mi terrorizzava l’idea di stare in mezzo a quel macello. Ora sono migliorato. Questo tour, un’opportunità come MI AMI, per me rappresenta una sfida, un grande allenamento a stare nella folla.

Come direbbe De Luigi/Lucarelli: paura, vero…

Immaginare quel palco mi spaventa molto e mi eccita da morire l'idea di mettermi a cantare davanti a persone che non hanno idea di chi io sia. È la prima volta che accade. Mi metterà a nuda musicalmente. Se già con il “mio” pubblico soffrivo così, a Milano probabilmente collasserò…

A una persona che non sa cosa fai, che pensa che tu sia “solo” quello dei disegni su IG, come lo spieghiamo cosa avviene durante un tuo live?

Ci sono io che salgo sul palco con un gruppo di miei amici – la maggior parte dei quali, in realtà, ho conosciuto poco prima del primo live – parliamo, cantiamo, suoniamo, facciamo succedere delle cose. Questo show sono le confessioni cantate di un tizio che è stato cornificato un sacco di volte. La mia musica nasce dalla fine della relazione con la mia ex fidanzata, da una storia d'amore terribile che mi è servita però un sacco per crescere. Che mi ha lasciato a pezzi e con dei pezzi. 

Da sempre la tua “spalla” è Sigiu Bellettini. Bravissimo illustratore e mente di progetti musicali come Addoloratae Hell on Mask, di cui ci siamo occupati più volte in passato. Come vi siete conosciuti?

Io e lui siamo cresciuti artisticamente assieme, con le illustrazioni e la vita in accademia. Lui faceva musica elettronica e io andavo a casa sua a fumarmi le canne. Un giorno gli dissi “ma fammi cantare un po' qua sopra”. Facemmo roba strana, tipo una cover di dieci minuti di un pezzo dei 99 Posse. Poi abbiamo iniziato a fare sessioni di musica elettronica, ambient, dub, quello che capitava. Io ci cantavo sopra. 

Pensavi di registrare dei pezzi?

Quello era cazzeggio puro. Il primo vero pezzo che ho fatto è stato scritto con i miei follower di IG, abbiamo scelto insieme tramite i sondaggi il genere, di cosa avrebbe dovuto parlare, alcune parole da usare. Era un gioco, ma si sono gasati tutti. 

E il primo live?

Mi sa al Comicon a Napoli, anzi no Catania. E ho subito capito che mi piaceva. 

Hai da poco annunciato un vinile che è quasi un live album..

Quattro tracce su dieci sono live. È sempre bello per me sentire i pezzi live, rivivere tramite l'ascolto il concerto e la serata. E la gioia che mi ha dato. Chi non c’era ai live può farsi un’idea di quel che accade, chi c’era può ritornare con la mente alla performance di quell’uomo sudatissimo che parla troppo tra un pezzo e un altro, mentre viene sgridato dalla sua stessa band. 

Quanti pezzi hai adesso in repertorio?

Credo 13. I 10 del vinile più degli inediti. Ci sono pezzi che la gente continua a chiedermi di pubblicare, tipo “Un sogno con te”, a cui in effetti sono molto affezionati. Ma è un mio grande classico: magari possono passare quattro o cinque anni da che scrivo un pezzo a quando lo pubblico. 

Ora c’è gente che ti scopre per la musica, o il canale d’accesso è ancora e sempre il disegno?

All’inizio era quasi sempre così. Uno vedeva il mio lavoro su IG e da lì arrivava anche la musica. Ora è un po’ diverso, per via dei live e di Spotify. C’è parecchia gente che scopre che faccio i fumetti dopo aver sentito le mie canzoni. E quindi ci risiamo: ho iniziato a fare musica per me, perché non diventasse una “merda” come il disegno –una “merda” nel senso che comunque è un lavoro, con le ansie, le scadenze, etc –, e proprio ora che la musica mi emoziona e mi diverte così tanto ho paura che possa “diventare un lavoro”.

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Affinità e divergenze tra musica e fumetto?

Non saranno mai due cose del tutto separate, perché sono sempre io che dico qualcosa. Che sia un disegno, una scultura, un poster, un criceto, la fonte è sempre la stessa. A livello di linguaggio, che scriva canzoni o strisce, non mi prendo mai sul serio. Tratto tematiche “pesanti” con leggerezza, con un piglio da cazzaro. Mentre ti sto affondando a colpi di mazzate in fronte, ogni tanto dico una cagata, e in quel modo ti tendo la mano e ti tiro su.

Differenze ce ne saranno, però…

Nella musica emerge molto più chiaramente il mio lato da poeta. Ovviamente mi vergogno a definirmi tale, ma amo la poesia: ne ho pubblicato tre su mille che ho scritto. Questo mio lato da “poeta maledetto” esce molto di più nella musica che nei fumetti. Alcuni pezzi nascono come poesie, e li ho riadattati. 

E di cosa ti piace cantare?

Canto d’amore, come tutti dall’alba dei tempi. Ho fatto pezzi non d’amore: “Letto Panorama”, che parla della mia paura di morire, “Piscio nella doccia”, che parla della paura di essere giudicato dagli altri, ho fatto anche “Dragon Ball GT”, una cover di Dragon Ball GT che ha ricevuto la benedizione del grande Giorgio Vanni. Però quello che mi piace davvero è parlare e cantare d’amore: con i fumetti so che non devo cagare troppo il cazzo con l'amore, con la musica invece posso farlo, e ho intenzione di continuare a farlo. 

Percepisci differenze nel modo in cui ti guarda chi “arriva dai fumetti” e chi “arriva dalla musica”.

Secondo me sono proprio due differenti tipologie di persone, di fan e di affetto che provano nei miei confronti. Molti di quelli che mi seguono per i fumetti non mi vedono come una persona, mi vedono come il personaggio delle strisce, come quell'uccello, una cosa che non esiste, un meme. Chi mi segue per la musica vede che sono una persona, sto lì sul palco di fronte a lui: è tutto diverso. Sono molto contento dell'arrivo di questa nuova schiera di affezionati. L'unico “problema” è che non vorrei tradire nessuna delle due categorie, metto lo stesso impegno per soddisfare tutti quanti.

Sei felice di essere “diventato” una persona?

Su IG la maggior parte dei follower non mi conosce, mette “segui”, ma poi se ne fotte di me. Invece nella musica trovo un po’ più di quell’attenzione che da buon egocentrico cerco. Vorrei che chi mi segue mi ascolti davvero, non mi scrolli e basta. Che poi, intendiamoci: è normale, lo facciamo tutti, e va benissimo così. Però, se si parla di me: fratello, fermati e dammi tutta l'attenzione che puoi darmi.

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L'articolo Labadessa: "La musica mi ha fatto diventare una persona, non mi scrolla e basta" di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2026-04-20 12:27:00

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