Da Glastonbury al MI AMI 2015: l'anno d'oro degli M+A Intervista

M+AM+A
14/05/2015 di Matteo B. Bianchi

Reduci dai fasti inglesi, dopo essere stati selezionati per il festival di Glastonbury come band emergente su oltre 2000 candidati e avere ricevuto recensioni entusiastiche sulle principali testate britanniche, gli M+A hanno appena pubblicato il nuovo ep “Anyway Milkyway” a due anni di distanza dall’ultimo album “These Days”, che presenteranno durante la serata di sabato 6 giugno al MI AMI Festival. 

Li incontro negli studi di Rockit.it a Milano. L’intervista avviene in modalità split, perché Michele è presente di persona mentre Alessandro è in collegamento via Skype da Forlì. Una circostanza casuale che però replica la caratteristica creativa del duo che ha composto i primi due album a distanza, mentre Alessandro si trovava in Norvegia per completare gli studi.

 

La relazione a distanza è sempre stata un po’ la vostra caratteristica. Ma è ancora così? 
M - Ora siamo entrambi a Forlì, Ale è rientrato definitivamente. Una volta al mese circa andiamo a Londra per suonare o per questioni discografiche (l’etichetta degli M+A è l’inglese Monotreme, n.d.r), ma per il resto adesso siamo entrambi stabili in Italia. Comunque non ci vediamo mai, in questo la relazione non è cambiata. Continuiamo a scambiarci il materiale via mail. Abbiamo capito che per noi funziona meglio così.

Mi spiegate come avviene la creazione di un pezzo?
M - Ci mandiamo delle bozze. In genere restano lì molto tempo, poi riascoltandole, quelle che non ci sembrano bruttissime le riarrangiamo e cominciamo a costruire il brano vero e proprio. Prima era sempre così, adesso devo dire che usiamo il live come strumento per sperimentare le canzoni: se vediamo che funzionano, che non ci ha stancato suonarle varie volte, allora le registriamo.
A - Per quanto riguarda la composizione fra di noi non c’è una divisione netta dei ruoli, per esempio non è detto che sia sempre io a impostare la base al pianoforte e Michele la linea vocale, può avvenire anche il contrario, oppure un pezzo può essere arrangiato totalmente da me o totalmente da Michele... Diciamo che nel tempo invece si sono stabilizzati i ruoli successivi alla scrittura: io mi occupo della produzione del pezzo da un punto di vista musicale e Michele si concentra sulla produzione delle voci, e questo velocizza un po’ le cose.

Voi vi definite “un progetto solista ma di gruppo”. In che senso?
M - Noi siamo anti-band. Entrambi proveniamo da band rock e soffrivamo il fatto che in un gruppo la questione musicale doveva rispondere alle esigenze, a volte anche del tutto personali, di ogni singolo componente e questo rendeva tutto più complicato. Perlomeno non è il modo in cui né io, né Ale intendiamo fare musica. Siamo stati fortunati, ci siamo trovati e per entrambi è come se stessimo lavorando a un progetto solista ma con in più il confronto con un’altra persona.



Un’altra definizione-contraddizione che fornite è che siete una band “che fa pop non pop”
A - L’idea è di pop a cui ci rifacciamo proviene dalla fine degli anni '80/inizi '90, musica mainstream, nel senso proprio di molto popolare, ma non come veniva intesa in Italia. Da noi il pop è sempre stato considerato musica facile, anche nel senso di strumento per fare soldi, mentre il pop può essere interessante e innovativo anche se parla un pubblico molto vasto. Anzi, secondo noi è molto più difficile fare pop interessante piuttosto che rientrare in un genere specifico tipo elettronica, dance o simili. È come se partissimo dalla definizione di pop per poi uscirci.

In effetti è piuttosto difficile dare una definizione della musica che fate. Sul sito della Monotreme venite definiti come “electro-pop”, per dire. Vi riconoscete o è un’etichetta come un’altra?
M - Le definizioni servono a chi deve proporre la nostra musica, sono importanti per questo e le accettiamo in quanto tali. Ma per noi non hanno molto senso.

Be', su iTunes però è obbligatorio mettere una definizione. Voi quale avete scelto?
M - Metal! (ride)
A - All’inizio abbiamo usato “electro-pop” anche noi, poi l’abbiamo cambiato semplicemente in “pop”, che è così vago che può rientrarci tutto.

“Anyway Milkyway”, il nuovo ep, che cosa rappresenta per gli M+A? Chiude il discorso iniziato con “These Days”, apre degli scenari su come sarà il prossimo album o è una fase di transizione?
M - Non è proprio di transizione, diciamo che deriva dall’abbondanza. Ci siamo ritrovati con un’infinità di materiale e ci siamo resi conto che “These Days” ha avuto un andamento strano, nel senso che era uscito due anni fa, poi dopo essere stati selezionati per Glastonbury è come se fosse uscito di nuovo, a un anno di distanza hanno ricominciato a parlarne tutti, e la cosa ci ha parecchio sfasato. Diciamo che questi brani ci sono serviti per settarci, anche proprio a livello tecnico, nel senso che abbiamo comprato una serie di nuovi strumenti che volevamo sperimentare. Vedi, per come siamo fatti noi, non c’è mai l’idea precisa di fare un disco. Anche con “These Days” era stato così, è come se ci dicessimo “Vediamo cosa siamo capaci di fare” e per provarlo a un certo punto devi farlo sentire a qualcuno, al pubblico. Quello che ci diciamo sempre è che se poi va male, possiamo smettere. Pubblicare dei pezzi nuovi è come un modo per emendarci.



Dopo aver suonato a Glastonbury, dopo essere stati selezionati come gruppo della settimana dal Guardian, dopo essere stati recensiti su tutti i giornali, eccetera, è cambiato effettivamente qualcosa per voi?
M - Non è cambiato niente (ride). No, cercando di analizzarla lucidamente ci ha permesso di entrare in contatto con una serie di agenzie e di musicisti che ci hanno visto suonare o hanno letto di noi sui giornali inglesi... In Inghilterra ci ha dato molta visibilità. Però, effettivamente, è stata soprattutto una bolla italiana. Se guardi la lineup di Glastonbury ci sono un sacco di gruppi sconosciuti di cui non parla nessuno. Il fatto che fossimo degli italiani selezionati per quel festival ha fatto notizia in Italia, più che altro. Per noi averci suonato è stato più un delirio di fatica che altro. Diciamo che continuo a preferire un concerto magari in una città di provincia con una bella atmosfera che i mega eventi ma con un po’ di aria di freddezza.
A - A livello personale però è stata una conferma importante. Come dicevi tu essere selezionati dal Guardian come una delle band dell’anno, o il fatto che l’album all’improvviso venisse recensito da tutta la stampa inglese, ci ha fatto pensare che in fondo qualcosa di buono lo stessimo facendo. Il cambiamento è stato principalmente di attitudine, come a dire: “Mettiamoci sul serio a fare questa cosa”.

Immagino che vi abbia rassicurato parecchio...
A - No, al contrario. Vedi, finché ti muovi in un ambiente ristretto puoi vivere l’esperienza come un gioco fra amici, ma quando trovi il tuo nome sulle testate più importanti o hai un’esposizione così grossa allora cambia tutto. Ti chiedi veramente se quello che stai facendo sia un passatempo, un vezzo giovanile o se hai davvero qualcosa da dire. È una sorta di responsabilità sia musicale che personale. Fare un pezzo solo perché ti sembra bello non basta più, per riprendere quello che diceva prima Michele riguardo al nuovo ep.
M - A me in parte ha anche sollevato, perché comunque ha confermato che la musica resta l’aspetto più importante. Puoi avere tutte le bazze che vuoi, tutte le opportunità del mondo, ma se poi fai musica brutta non vai da nessuna parte.



Gira voce che per il prossimo album state pensando a un produttore di fama internazionale, è vero?
M - Ma no, questa cosa è assurda! È una giornalista che ha travisato una nostra frase e su un giornale locale è uscito “Stiamo lavorando col produttore di Madonna”. Poi è stato riportato anche da diversi blog, ma non è vero niente. Anzi, è l’esatto contrario: vogliamo produrre tutto noi, curare il progetto fino in fondo.

Sarete fra gli headliner del prossimo MI AMI 2015. Cosa dobbiamo aspettarci dal nuovo live?
M - Non ne abbiamo idea. In tutta onestà? Lo stiamo provando adesso. L’idea è sempre che vogliamo divertirci e far divertire. Diciamo che abbiamo fatto ordine rispetto al live precedente, alle cose che non ci tornavano. Ci saranno delle luci importanti, sarà più uno spettacolo, ecco.

A microfoni spenti, mentre ci prepariamo per andarcene, mi viene in mente di chiedere se stanno preparando un nuovo video. Alessandro è già scollegato, Michele conferma che hanno realizzato loro stessi un video per “Ninja”, pensato soprattutto per il mercato anglosassone, data la presenza dell’MC americano Spank Rock.
Michele conclude: "Ecco, una cosa bella è che siamo costretti a sperimentare altre carriere, tipo questa della regia. Se dovesse andare male con la musica..."

Lo dirà per scaramanzia, perché è evidente che con la musica, soprattutto in questo momento, gli sta andando benissimo.

 

Matteo B. Bianchi è un giornalista, scrittore e autore radio e tv.

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