Mace, pronto per il colpo di Stato alla musica italiana

Il producer milanese esce dal proprio corpo (come gli capitò a 5 anni) e pubblica "OBE", il suo "primo" disco, un geniale viaggio a cavallo tra trap e psichedelia. Al suo fianco Venerus e tutta una serie di ospiti che va da Guè a Joan Thiele, da Noyz Narcos a Madame, fino alla FSK e Colapesce

Simone Benussi, aka Mace - foto di Maria Sang
Simone Benussi, aka Mace - foto di Maria Sang

"OBE è un nuovo capitolo, e ogni capitolo della mia carriera è sempre stato differente dal precedente". Come dar torto a Simone Benussi, aka Mace, che nel suo percorso è sempre stato capace di leggere il mondo musicale in cui si stava muovendo e di anticipare quello che sarebbe poi venuto: dagli inizi nel rap nei primi anni 2000 all’elettronica, fino ad arrivare alla trap in tempi più recenti, Mace riesce a convertire la sua visione onirica e psichedelica a secondo del contesto in cui si trova, dando un percorso da seguire, per poi passare a un'altra realtà inesplorata. Il suo "primo" disco, OBE, è l'esempio più significativo in questo senso.

OBE, acronimo di "Out of Body Experience", è un disco molto importante, a cominciare dal concept: Mace ci trasporta in una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio, come solo la musica sa fare. Un viaggio estatico da chi il mondo l’ha girato davvero, sia suonando con il collettivo RESET! che come turista. Come compagni di questo trip alchemico, dove in concetto di trap viene sgretolato e immerso nella psichedelia, c’è una sfilza di ospiti pazzesca: Guè Pequeno, Madame, FSK, Blanco, Salmo, Joan Thiele, Colapesce, Noyz Narcos, e non siamo neanche a metà. Tra questi non può ovviamente mancare il quasi onnipresente Venerus, che il 19 pubblicherà il suo primo disco Magica musica e che, con Mace, sta preparando una sorte di golpe nella musica italiana.

Il titolo del tuo lavoro è già esemplificativo del concept su cui si regge. Hai mai provato un’esperienza extracorporea?

OBE è un titolo che mi rappresenta, a cinque anni ho avuto la mia prima esperienza extracorporea, durante un’operazione al femore ho visto il mio corpo dall’alto. Ero completamente sedato, ma ho descritto l’esperienza a mio padre raccontandogli con precisione parti dei dialoghi tra gli infermieri. Volevo fare un concept album sul viaggio, OBE credevo esprimesse al meglio la mia idea.

Mace - foto di Francis Delacroix
Mace - foto di Francis Delacroix

In questo periodo di reclusione, viaggiare credo sia stato ancor più importante.

Ho accumulato molte esperienze negli ultimi anni, viaggiare fisicamente mi è mancato, ma avevo già raccolto stimoli a sufficienza per chiudermi in studio. Viaggiare significa evadere dalla realtà, io cerco di uscire da me tutti i giorni. Esistono tanti modi per viaggiare anche senza spostarsi.

Hai anticipato la trap, hai anticipato l’elettronica. Riesci ad anticipare anche il futuro?

Ai sogni premonitori non sono ancora arrivato, ma la curiosità mi spinge a scoprire generi che non si sono ancora imposti e l’entusiasmo mi sprona ad approfondirli prima che diventino derivativi. Il ruolo dell’artista è scoprire nuovi linguaggi, per essere rilevanti bisogna dire qualcosa di nuovo. E io voglio essere rilevante, anche a un livello piccolo. Intorno al 2005, quando le radio italiane cominciavano a passare il rap, mi sono sfilato perché era un linguaggio che già conoscevo e stavano imparando a conoscere tutti. In quel momento trovai interesse nell’elettronica, quando anche l’elettronica è diventata standardizzata, quella sferzata di libertà l’ho percepita nella trap.

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Il ruolo del producer è cambiato molto negli anni?

Fermo restando che la maggior parte della gente non sa cosa faccia un produttore, più che il ruolo, credo sia radicalmente cambiata la percezione mediatica del rap e dell’elettronica. Il produttore, nel rock come nella musica d’autore, è una figura importante ma sta in disparte; in questi generi, invece, il ruolo del producer è fondamentale. In alcuni casi il producer è anche il frontman. Il primo dj set trap che ho visto è stato quello di Kode9 della Hyperdub in un club di Londra semivuoto. Da quel momento, sono stato uno dei primi dj a suonare trap, non solo in Italia, anche in Giappone, quando ancora giravo col mio progetto Reset!. Il gestore del locale mi disse che non capiva la mia musica, il pubblico percepiva un effetto fisico ma non sapeva come ballarla. In quel momento mi sono sentito importante, a prescindere dalla gente presente alla serata. L’unica maniera per cui io possa essere soddisfatto di raggiungere dei numeri e non averli cercati.

I produttori, generalmente, sono conosciuti per il loro operato “a servizio” degli altri artisti. Cosa cambia quando si pubblica un album proprio?

Cambia che non si vestono più i panni del produttore ma quelli dell’artista. E per me l’artista è chi ha qualcosa da dire e decide come dirlo. In OBE non mi sono sentito produttore, se non vogliamo abusare della parola artista possiamo usare il termine regista: ho diretto un’opera in cui ho scelto il mio cast. Quando svolgo il ruolo del producer offro la mia esperienza al servizio degli altri per ampliarne la visione, metto da parte l’ego. OBE invece è la mia visione, e ogni interprete mi ha aiutato in maniera più o meno esplicita a estrapolarla. Non è facile riuscire a parlare senza usare la voce.

 

Mace - foto di Maria Sang
Mace - foto di Maria Sang

Con che criterio hai scelto le associazioni al simbolo che accompagna ogni brano?

Mio padre è un pittore, ha sempre disseminato i suoi quadri di simboli, l’alchimia mi ha sempre affascinato. Prima ancora che OBE iniziasse a prendere forma, avevo già deciso che ogni canzone del mio prossimo album sarebbe stata associata a un simbolo. Ogni collegamento, però, è avvenuto a stesura completa, quando ogni traccia era stata sviscerata nel suo significato. A volte l’associazione è avvenuta in maniera puramente naturale, ad esempio, le due frecce divergenti di Colpa Tua, un brano che parla di dipendenze, rappresentano due forze che trainano in direzioni opposte e non ti permettono di uscire dal vortice. In Hallucination, invece, ho cercato di riproporre al contrario la sinestesia di una mia esperienza, dai suoni che si colorano in visioni alle visioni che diventano suoni, ed è associato il simbolo del mercurio, che nel mondo alchemico indica la trasformazione. Ad altre canzoni sono associate immagini tratte dai caratteri tibetani, in Senza Fiato il simbolo del karma, in Ayahuasca quello del paradiso.

A proposito di Ayahuasca. Quasi tutti i tuoi feat appartengono al mondo urban, poi c’è Colapesce. Come ci sei entrato in contatto? E perché metterlo con Chiello?

Ho conosciuto Lorenzo durante un workshop di scrittura, siamo diventati molto amici e, già in quell’occasione, è nata Immaginario. Conoscendolo molto bene, e ritenendolo una delle penne migliori della nostra generazione, ho deciso di chiamarlo per OBE: gli ho descritto in maniera approfondita i miei viaggi e lui è riuscito a cristallizzare perfettamente alcuni momenti. A livello compositivo, ho ripreso molti suoni della musica tribale, le percussioni, i flauti, ma per aggiungere un altro layer alla canzone ho deciso di chiamare Chiello, un artista che apparentemente con Colapesce non c’entrava nulla. Le mie sessioni in studio sono sempre anticipate da lunghe chiacchierate. Sapevo sarebbero stati bene insieme, sapevo ci sarebbe stato un punto di contatto perché gli artisti con cui collabora li conosco. Ayahuasca è uno dei brani di cui vado più fiero, ed è l’unico per cui ho richiesto specificatamente si trattasse un argomento.

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L’hai mai provata l’ayahuasca?

L'ho provata per la prima volta in un momento in cui ero sull’orlo della depressione e mi ha dato una forza vitale che non avevo mai provato: ho scoperto cosa potevo essere in potenza.  Ho capito cosa volevo essere. È un’esperienza molto meditativa, l’ayahuasca è una lente d’ingrandimento per guardare dentro se stessi, scioglie dei nodi e aiuta a comprendersi. Capirsi di più vuol dire riuscire a esprimersi meglio. L’ayahuasca mi ha cambiato la vita come essere umano, non è un’esagerazione.

Venerus è l’artista più presente nell’album, è la voce che ritieni più affine al tuo stile?

E il più presente non solo nei featuring: ha messo lo zampino in ogni traccia del disco, ha suonato piano, chitarra e synth, alcune le abbiamo coprodotte insieme da zero. Ho conosciuto Venerus quando sono tornato dal Sud Africa, fra di noi è scattato subito il click, un’interazione umana che si è presto trasformata anche in un sodalizio artistico. È stato uno dei principali motivi che mi ha spinto a rimanere in Italia e a fare uscire un album come questo. Gli ultimi due anni li ho passati praticamente ogni giorno in studio con lui, abbiamo lavorato insieme a OBE, al disco di Ghali e anche al suo album di debutto che uscirà a breve. Nonostante siano due lavori molto diversi, credo si possa percepire siano frutto di due anime affini. Non so quando sarà profondo il segno che lasceremo, ma le nostre uscite così ravvicinate sono uno statement importante per la musica italiana.

 

Mace - foto di Francis Delacroix
Mace - foto di Francis Delacroix

In effetti, avresti potuto continuare la tua carriera all’estero. Perché sei rimasto qua?

Ho viaggiato tanto, ma non ho mai percepito casa fuori da Milano. Londra è fantastica per la musica ma non ci vivrei mai, Los Angeles sarebbe stata la città giusta ma la odio.  In altri luoghi era bello vivere ma sarebbe stato difficile intraprendere questa carriera. A me serve prendere delle grandi boccate d’aria in giro per il mondo ma le mie radici le sento qui. Con Reset! facevo release in America, Giappone, Australia, Sud Africa. Finalmente in Italia cominciavano a esserci tanti artisti bravi, l’humus era fertile per tornare, guardando la nostra nazione da fuori, ho capito dove, per essere veramente rilevante, avrei dovuto fare il colpo di Stato.

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L'articolo Mace, pronto per il colpo di Stato alla musica italiana di Marco Beltramelli è apparso su Rockit.it il 2021-02-09 15:00:00

Tag: album

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