MAKAI / intervista

Oltre la comfort zone di Makai

Dal fascino della musica nordeuropea si è fatto influenzare, senza dimenticare il suo spirito mediterraneo che arriva dalla Puglia: abbiamo intervistato Makai
21/05/2018 12:37

Uno strano trio di producer salirà di seguito sul palco MI FAI venerdì 25 maggio al MI AMI Festival, in un gioco onomatopeico che non abbiamo cercato ma ci è capitato: Machweo, Maiole e Makai. Proprio quest'ultimo ha da poco pubblicato l'album "The comfort zone" (disco della settimana su Rockit) e per prepararci al meglio al suo live che va oltre l'elettronica, l'abbiamo intervistato.

Come nasce il progetto Makai?
Da dieci anni lavoro come sound designer, ho sempre lavorato a tanti dischi differenti, sono sempre stato dietro le quinte, anche a costruire suoni per immagini. Avevo un immaginario che volevo mettere in musica, e per poterlo raccontare in maniera più veloce e immediata con delle canzoni è nato Makai, un progetto che era già nella mia mente da un po’ di tempo. C’è stato il primo ep uscito nel giugno 2016, che ha riassunto quella che è stata la retorica degli ultimi anni in funzione della mia visione artistica. Lavorando per musica applicata spesso sei funzionale a qualcosa, questa volta invece ho voluto dare un senso compiuto alla mia idea estetica e rappresentarla. Questo poi si è riverberato anche ai miei video.


E quale sarebbe il tuo messaggio?
Cercare di avere dei brani abbastanza fruibili, delle canzoni che possano essere semplici da ascoltare, ma contaminate da tanti suoni differenti. Sono sempre un po’ in bilico tra quella che è la scrittura mediterranea, quindi il cantautorato un po’ più caldo, e altre ispirazioni come la techno tedesca o i suoni nordeuropei. Voglio unire la possibilità di dare un vestito differente a dei brani che in fondo già chitarra e voce potrebbero funzionare.

E di quella chitarra cosa rimane?
Nel disco ci sono tre brani con la chitarra, utilizzata più come un elemento armonico che melodico. Dal vivo invece la chitarra è più presente, e tutto è tutto molto più potente, tutta l’elettronica è suonata con la batteria acustica e non elettronica, e c’è una band. L’idea era quella di rendere quella dolcezza che tu puoi ascoltare nel disco più onirica e potente. Ha un impatto più grande dal vivo.

È un progetto che nasce più in cameretta o in studio?
Questo disco ha vissuto entrambe le fasi. È stato un percorso diverso che ha visto dapprima vari luoghi avvicendarsi: Roma, la Germania, la Puglia e anche altre tappe. In studio ci sono arrivato poi, solo per finalizzare tutto quanto.



Pensi che questi luoghi che hai visitato abbiano dato una loro influenza nella scrittura?
Completamente, sì. Credo per esempio di essermi appassionato al mondo della techno, della musica elettronica con cassa diritta durante una permanenza abbastanza lunga a Berlino, per sei mesi. Questo mi ha fatto mettere a fuoco l’aspetto delle contaminazioni sonore. Ma anche la Puglia è stata importante e lo è ancora per la mia scrittura, ho un forte legame con il mare. Anche aver passato molti anni a Roma ha avuto le sue influenze: è una città che reputo stimolante nel suo essere peculiare e per i paradossi che si creano. L’idea è quella di cercare di raccogliere tutte le informazioni, i luoghi, i suoni e farli coesistere finché arrivano ad avere una forma che mi affascina.

Diresti di esser partito dai suoni o dalla canzone?
Nel 90 % dei brani è nata sempre prima la canzone con chitarra e voce. Poi ho collezionato nel tempo un numero importante di campioni da utilizzare con cui ho elaborato tagli e revisioni continue. Solo i brani strumentali sono nati direttamente per campionamenti vari. Tutto quello che è canzone e quindi contiene la voce è sempre nato o alla chitarra o al pianoforte. Ho provato diversi vestiti differenti per ogni brano, è stato sempre molto interessante cambiarne la forma. Spesso un pianoforte è più efficace di una chitarra o viceversa e in alcuni brani c’è il suono giusto di un momento che suggestiona in maniera differente un brano. Ho fatto mille versioni diversi di un brano.

Anche i video sono molto curati e credo siano importanti per raccontare il tuo mondo e la tua poetica.
I video sono sempre stati frutto di incontri fondamentali. Tutte le persone che sono coinvolte nei video sono persone che ho incontrato durante le mie giornate e che mi hanno affasciato talmente tanto che le ho voluto coinvolgere nella mia estetica. Nel video di “Clara” ho lavorato con due danzatori italo-colombiani, ho preso un estratto del loro spettacolo, l’ho decontestualizzato dal teatro e l’ho inserito in un molto posto semplice da trovare dove vivo. Mi sembrava una cosa semplice ed elegante. Per quanto riguarda “Hands” sono stato sconvolto dal volto di Donato Laborante, il protagonista del video, per me un visionario nel modo di pensare e vedere le cose. In questi due video ho seguito personalmente la regia mentre nell’ultimo video, “Lazy Days” è invece stato bellissimo incontrare il regista, Marco Santi, che ha curato la parte video ed è stato altrettanto bello condividere quelle immagini con lui.


Cos’è la comfort zone e come questa si trova tra testi e musiche?
Inconsapevolmente tutti hanno una propria comfort zone, fin da quando ti svegli la mattina e ti lavi il viso, ci sono una serie di gesti che la delineano, che tu la voglia o meno. L’obiettivo invece è quello di fuggirne, di sperimentare, di spingersi in una ricerca continua. La mia è un’analisi e una riflessione sul guscio in cui spesso ci rinchiudiamo, ci custodiamo e il disco è un’esplorazione che cerca di eliminare le certezze piuttosto che un cercare di restare in proprio cerchio sicuro e questo si riflette anche nel rapporto tra testi e musica, testi su cui ho lavorato con Orson, un cantautore bravissimo di cui ho una stima incredibile. “Lazy Days”, per esempio, il brano che apre il lavoro, se dal punto fai vista del suono ha un’atmosfera serena in realtà ha un testo abbastanza triste. Invece “The comfort zone”, l’ultima traccia, già nella sua forma scarna voce e chitarra classica registrata con l’iPhone delinea quello che potrebbe essere la comfort zone con un testo estremamente sereno. In tutto il resto si scappa da questa situazione di partenza, che è anche la partenza nella creazione dei brani, come ti raccontavo.

Quali sono i suoni che hai ascoltato durante la produzione e che sono andati fuori dalla tua comfort zone e che poi sono rientrati nel disco?
Pensavo di fare qualcosa di ritmicamente più statico, meno spezzato, e invece è pieno di suoni tagliati e ambientali. Quando scrivi un brano chitarra e voce, un colpettino di cassa funziona di per sé per la ritmica. Non mi aspettavo di usare delle grandi trame sonore. Sono un fan del minimalismo ma ho apprezzato la densità in questo caso, la volevo e l’ho cercata. Il pianoforte poi non era nei miei obbiettivi, non lo avrei mai inserito, ma funzionava. “Night Shift” è un brano che può ricordare altri suoni legati più alla deep house o alla techno o altri suoni che tra di loro assumono una forma particolare. Cercavo di fare una ricerca più identitaria possibile. Questo è quello che ho cercato di fare. Se ti dicessi che l’ho raggiunto come obbiettivo, sarei troppo stronzo. Il mio obbiettivo era cercare di essere il più identitario possibile, cercare di raccontare una storia personale.



Tu sapevi dove volevi arrivare?
Mi sono dato come obiettivo quello di lasciarmi andare nella scrittura e ascoltare quello che succedeva. Sono una persona molto attenta a quello che avviene nel mondo musicale intorno a me ma al contempo cerco di andare per la mia strada se sento che certi stimoli non mi appartengono. Sapevo le direzioni in cui non volevo andare. Sapevo di non volermi far contaminare da qualcosa che non mi affascinava, o da delle sonorità o tipologie di approccio alla musica che non mi hanno mai interessato. È stata una ricerca assolutamente personale. Ho smesso di ascoltare la musica per un po’ di mesi, quasi durante tutta la scrittura del disco, per questo motivo, per cercare di estraniarmi e andare dove mi pareva.

L’essere da soli in questo progetto è quindi un risorsa?
È una risorsa nel momento in cui fai un po’ quello che ti pare, in cui ti diverte non dover scendere a nessun tipo di compromesso, quando si è da soli è tutto molto istintivo. Essere da solo per me è un vantaggio ma in realtà non si è mai del tutto soli, qualcosa per nascere e funzionare ha bisogno sempre di una squadra. Non posso negare di avere una squadra di persone che lavorano con me, e sono fortunato per questo.

Ci sono state altre figure terze nel disco e in studio?
Sì, ci sono. Nelle registrazioni delle batterie acustiche e di un paio di chitarre mi sono fatto aiutare, ma ci sono anche persone che sono semplicemente passate, quando registri un disco è sempre una festa. Nelle fasi finali poi sia Matilde (Davoli) che Andrea (Suriani) sono stati fondamentali per dare una forma diversa da quella che interpretavo. Andrea perché riesce a rendere tutto fruibile e immensamente lucido, Matilde perché ha un gusto pazzesco. Il lavoro di Matilde è il mix ed è più legato alla gestione della produzione rispetto a quello di Andrea che invece ha far la caratteristica di far suonare le cose. Sono due persone di cui mi interessava l’operato. Di Andrea credo che lavori bene con qualsiasi cosa abbia in pasto, Matilde ha una sua identità così forte che mi faceva troppo piacere poter condividere delle cose.



Come mai non hai usato l’italiano ma sempre l’inglese nei tuoi testi?
Ho una difficoltà estetica enorme a vedere i miei testi in italiano. L’inglese non so quanto non appartenga alla nostra cultura, non sono mai riuscito a vederci un limite nella lingua. Poggiarmi su questo tipo di sonorità con l’inglese è più semplice, non sono così codardo da non dichiararlo, per quanto l'inglese possa essere un limite, e in Italia lo è, non capisco il perché. Siamo abituati a sentire musica in inglese da sempre, quindi qua lo fa un italiano è strano. In italiano non ci ho mai provato perché non ho mai avuto lo stimolo di farlo, non ascolto praticamente nulla cantato in italiano a parte Concato e altri pochi. Non mi sono mai soffermato ad ascoltare musica in italiano, non mi sono mai lasciato affascinare.

Sei già stato al MI AMI e cosa ti aspetti dalla tua esperienza?
No! Credo che il MI AMI sia un festival vincente per la sua etereogeneità e che sia un baluardo di offerta e alternativa in merito a molte cose diverse. È qualcosa che cerca di stare sul pezzo e di dare un occhio e una fotografia di quello che succede con la musica italiana e sicuramente è apprezzabile il fatto che sia incentrato su quello da sempre. Per quanto riguarda me, incontrare la gente e parlare e immergersi in una realtà è sempre super bello, altrimenti non farei questo nella vita. Sono sicuro che sarà bellissimo, non ho dubbi su questo.

---
L'articolo Oltre la comfort zone di Makai di Starfooker è apparso su Rockit.it il 21/05/2018 12:37

Tag: mi ami - intervista

Pagine: MAKAI

Commenti
Aggiungi un commento:

ACCEDI CON:
facebook - oppure - fai login - oppure - registrati