La musica come scambio di energie: i Manitoba raccontano l'album d'esordio "Divorami" Intervista

Manitoba (tutte le foto sono di Claudia Pajewski)Manitoba (tutte le foto sono di Claudia Pajewski)
03/04/2018 di

I Manitoba sono un duo formato da Filippo Santini e Giorgia Rossi Monti: hanno da poco esordito con l'album "Divorami", pubblicato lo scorso 9 marzo per Sugar, e ce ne parlano in questa intervista dove raccontano di esperienze passate, influenze, Bukowski e di come una laurea in filosofia sia molto meno divertente rispetto a tutto questo.

 

Chi sono i Manitoba nella vita? Due amici, due colleghi o altro?
Filippo: Tutto questo. E molto di più! In ogni caso, ci siamo ripromessi di fare 50 album insieme. Quindi non vi libererete mai di noi!

Da quanto tempo suonate, sia singolarmente che assieme?
Giorgia: Filippo è nel mondo della musica da quasi dieci anni. Aveva una band che si chiamava Blue Popsicle, poi ha suonato nei Cento. Hanno fatto molte date insieme, ha imparato il lavoro e me lo ha insegnato. Io sono una cantante da quasi cinque anni, ovvero da quando ho incontrato Filippo, a cui a mia volta ho dato la carica per cominciare a cantare in italiano. Uno scambio di energie, cosa fondamentale nella musica.

Dagli inizi chitarra e voce siete arrivati al vostro primo disco pieno di sonorità elettroniche alla MGMT, com'è avvenuta quest'evoluzione?
F: Grazie a Samuele Cangi, e alla nostra capacità di affidarci a lui. Samuele è un produttore visionario, che vede arrangiamenti impossibili dove non ci sono. Noi lo abbiamo sempre seguito e abbiamo sfruttato le sue idee per migliorare le nostre in fase di scrittura. Si torna sempre lì: lo scambio di energie è fondamentale!

“Divorami” è il titolo del vostro disco e di un vostro brano, ispirati alla poetica di Bukowski, a quell'amore mal corrisposto che porta all'alienazione. È davvero meglio ubriacarsi, non fare niente e guardare il cielo piuttosto che stare con qualcuno che ci fa soffrire?
G: Direi di sì. Nella vita non bisogna stare con le persone che ti fanno stare male! Ancora più divertente che guardare il cielo comunque è cantare stonati. In questa canzone non c'è solo l'influenza di Bukowski, ma anche di Saviano, dei Baustelle e degli Ex-Otago. La chitarra mi ricorda anche un po' gli Strokes, che Dio li benedica.

Vi piacciono i The Kills? In voi trovo diverse somiglianze nello stile e nell'attitudine sia su disco che dal vivo. Sbaglio?
F: No, anche se la somiglianza con loro c'era più due/tre anni fa, quando abbiamo cominciato a fare i live ma non avevamo ancora nessun disco fuori. Giravamo in due proprio come loro. Con il disco invece, ci siamo un po' allontanati dai Kills e avvicinati a band "più elaborate" come Alt-J, Tame Impala e Verdena. Non a caso adesso giriamo in quattro, non più in due.

Avete aperto i concerti degli Ex-Otago, dei Franz Ferdinand e di Marco Mengoni, apparentemente eravate quindi di fronte a spettatori molto differenti: quali sono state le reazioni?
G:
Ex-Otago e Franz Ferdinand persone eccezionali, sia loro che il loro pubblico. Pensa che all'Alcatraz, prima degli Otago, sull'ultimo pezzo ci si è fermato il computer. Abbiamo quindi dovuto fermare la canzone. Mi aspettavo dei fischi, invece la gente ha cominciato a incitarci e a supportarci: bellissimo. Con i Franz Ferdinand, invece, quando siamo scesi, ti giuro che siamo quasi stati richiamati sul palco. E il cantante, Alex, durante il loro set, ci ha pure dedicato un pezzo... Meglio di così. Su Mengoni parliamo di un'altra cosa, era capodanno e la gente aveva freddo, voleva vedere lui visto che era lì per lui. Devo dire che ci hanno comunque ascoltato, ed erano 30.000 persone: una bella emozione!

Com'è un vostro live?
G:
Una carica emotiva: forza, eleganza e cantabilità fusi insieme. O meglio, noi lavoriamo perché sia così, ma deve dirlo il pubblico! Di certo so che abbiamo uno dei batteristi migliori in circolazione, Giacomo Carlone, questo a detta di tutti. E anche il bassista, Alberto Ladduca, non scherza. Loro fanno il lavoro sporco per noi, che ci cantiamo e schitarriamo sopra. Di base comunque non smettiamo mai di provare ed evolverci. Quindi credo che tutto andrà sempre a migliorare.

Nella vostra musica ci sono momenti parecchio dark e altri invece con una forza quasi rigenerante, le parole e la metrica sono funzionali alle immagini che volete creare. L'ispirazione è autobiografica?
F:
Sì. L'ispirazione viene da tutto quello che facciamo, che ascoltiamo, che viviamo. "Si ritorna a casa", per esempio, è venuta fuori in autostrada, proprio mentre eravamo sulla strada di casa, altri pezzi invece ci hanno messo anni per venire fuori ed essere messi a posto. Anche per i testi è così. Uno a cui siamo molto affezionati è "Aida & Mellotron", ispirataci dal racconto di un nostro amico dedicato alla sua bambina, nata con una malattia genetica. La prima volta che lo abbiamo letto ci siamo commossi, e abbiamo scritto la canzone. Il racconto si chiama "Fiorellino" e lui usa lo pseudonimo di Astronauta Perduto, ha un blog pieno di racconti e sta per pubblicare il suo primo romanzo. Ve lo consigliamo, è molto bravo!

Le melodie vocali nei vostri pezzi hanno un taglio inusuale, le voci sembrano fatte apposta per mischiarsi: lavorate molto su questo aspetto o è qualcosa di puramente istintivo?
G:
Lavoriamo in modo ossessivo su questi aspetti che hai elencato. Sono l'essenza della nostra musica e secondo noi devono essere impeccabili! Spesso ci scanniamo seriamente su queste cazzo di melodie!

Come siete arrivati alla Sugar?
F:
Grazie a una nostra conoscenza. È stato molto bello sapere del loro interesse, ricordo ancora dove eravamo e della mia emozione, delle parole con cui l'ho detto a Giorgia. Ricordo perfettamente anche il momento esatto in cui abbiamo suonato alcuni dei nostri pezzi chitarra e voce davanti a Caterina Caselli, la Signora della musica italiana. Lei è la storia della discografia in Italia e sapere di avere il suo appoggio e quello di tutta la nostra squadra è molto importante. Ne approfittiamo per ringraziare Cristina di Sugar, alla quale dobbiamo molto per questo disco.

Temete il successo o non vedete l'ora di tuffarvici dentro?
G:
Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che vogliamo scrivere canzoni e suonare live. Una volta Bianconi, dopo un suo concerto, ci disse "Fate quello che vi pare, sempre, e siate sinceri". Ci sembrano due consigli importanti, da tenere a mente.

Nel video di “Brasilia” vi dimenate (ballare è una parola grossa) per quasi tre minuti di presa diretta, come vi è venuta quest'idea?
F:
Dovevamo fare delle semplici foto. Poi Giorgia mi ha detto: balla. E si è messa a ballare con me. Con due take e un montaggio di Giorgia stessa abbiamo chiuso il video. Grazie a quel video abbiamo cominciato il nostro percorso con Sugar, Locusta e Woodworm. Gli vogliamo bene, anche se quello di “Hollywood Pompei” che ha fatto per noi Trilathera (presentato in anteprima su Rockit ndr) è di gran lunga superiore!

Cosa fareste se non esistessero i Manitoba?
G
: Amo gli animali e la natura, troverei il modo di viaggiare e guadagnare con questo. Per esempio pulire gabbie negli zoo di tutto il mondo! Che tristezza, meno male che ci sono i Manitoba.

F: forse sarei un solista, o forse un telecronista sportivo, o forse non lo so. Probabilmente non saprei che cavolo fare, questa è la realtà. I Manitoba sono la nostra vita. Per fortuna, le lauree in filosofia non ci divertono allo stesso modo.

Tag: nuovo album intervista

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