Abbi il coraggio di non essere all'altezza: Maria Antonietta racconta "Deluderti" Intervista

Tutte le foto sono di Luca ZizioliTutte le foto sono di Luca Zizioli
04/04/2018 di

Se nella musica italiana una volta bastavano una manciata di canzoni giuste a dare respiro a tutta una carriera negli ultimi anni, ma anche decenni se vogliamo, non è raro sentire un "Ma che fine hanno fatto, poi?" accompagnare la riscoperta di quel disco che dieci anni fa ci era sembrato un capolavoro. Questo discorso, vecchio come il mondo peraltro, non vale per Maria Antonietta. La cantautrice del rock gentile, con un'attitudine punk in un giardino di fiori, è come se una pausa di quattro anni non se la fosse mai presa davvero. In questi quattro anni però ha cambiato pelle, per tornare con un album che le calza a pennello. "Deluderti", uscito il 30 marzo 2018, è il terzo lavoro in studio di Maria Antonietta, qui ne abbiamo parlato con lei, in attesa di sentirlo dal vivo al MI AMI Festival 2018 (qui le prevendite).

Prima domanda, che immagino ti abbia già fatto chiunque. Sei stata ferma quattro anni prima di questo album, questa pausa, se è stata una pausa, quanto ha cambiato l'album?
Sicuramente è stato un periodo lungo e di cui avevo bisogno. Con "Sassi" ho suonato tanto e la musica nella mia vita era diventata quasi totalizzante. Ovviamente è una cosa bella, ma ho avuto bisogno di dedicarmi a uno spazio altro. Ho cercato di finire il percorso che avevo intrapreso con la laurea, ho lavorato con l'arteterapia, queste esperienze mi hanno fatto tornare la voglia di lavorare con la musica. Io non vivo la musica come qualcosa di necessario, quindi avevo bisogno di ritrovarne il senso. 

Hai mai pensato di lasciare la musica in questo periodo?
Questo è un pensiero che ho sempre (ride). Mi piace la dimensione musicale, mi realizza, ma non sono una di quelle persone che hanno una missione. Non riesco a sentirmi totalmente realizzata in una sola prospettiva e ho bisogno di tenerne altre aperte per stare bene. La musica è la mia vita, ma non è tutta la mia vita.

Quindi queste varie esperienze ti hanno aiutata a raggiungere un senso di realizzazione personale?
È fondamentale. Quando ti senti frustrato, insoddisfatto verso quello che sei, non riesci a relazionarti agli altri in maniera sana. Non che io lo faccia, però cerco di relazionarmi alle altre persone e al mondo in generale nella maniera più equilibrata possibile. La realizzazione personale ti permette di avere questo equilibrio. Penso cheoltre che un legittimo desiderio sia un dovere. Ognuno ha dei talenti, coltivati o meno che siano, come un bagaglio che ti è stato messo in mano. Oltre che un diritto quindi realizzarti è un dovere, anche se a volte il processo non è così lineare e si porta dietro delle difficoltà. 

In questo quanto pensi possano pesare le aspettative che hanno gli altri su di noi, o che più spesso noi proiettiamo su noi stessi? La delusione delle aspettative è un tema ricorrente nell'album.
Il disco ruota molto attorno al concetto di aspettativa, a partire dal titolo. In qualche modo è un concept album, perché ha il filo rosso delle varie facce delle aspettative e delle delusioni. Per cui sì, questo c’entra assolutamente. Il senso del titolo sta proprio in questo, ed è un titolo anche un po’ sbruffone da questo punto di vista. Diventa però anche un titolo molto liberatorio. 

Cosa intendi per liberatorio?
Il sentirti adulto avviene quando ti permetti di deludere le aspettative degli altri e, soprattutto, di te stesso. Quando hai il coraggio di deludere le aspettative che hai su di te si apre uno scenario migliore di quello che ti eri immaginato. La sorpresa dietro la delusione è positiva, è rivelatrice. Quando rincorri l’approvazione dell’altro sei dietro un’illusione: quando lo raggiungo e mi compiaccio di essere stata all’altezza di come mi volevi ne sono felice, se però non corrisponde a come sono realmente io è rincorrere un’illusione. 

Tu come hai fatto a liberarti da questo peso?
In questi anni ho scelto di vivere lontano dalle aspettative delle persone, anche geograficamente. Vivo in mezzo alla natura, a contatto con le piante e con gli animali. In uno spazio che ovviamente ha dei contro, perché sei lontano da opportunità che esistono altrove e non lì, ma che allo stesso tempo ti permette di astrarti e di guardare con lucidità alle cose. Quando allarghi lo sguardo capisci che certi meccanismi sono delle illusioni, puoi stare bene con te stesso anche senza ingranaggi che ti costringono ad una costante ricerca dell’approvazione. 

Cosa ti ha portato a scegliere di vivere in campagna piuttosto che in città come Roma o Milano?
Ovviamente è una scelta legata al mio temperamento, non si tratta di verità assolute. Semplicemente io impazzirei in contesti del genere, ho la possibilità di stare a contatto con la natura e ho un’indole abbastanza contemplativa, per riuscire ad essere creativa in qualche modo ho la necessità di stare a contatto con quella dimensione. Mi rendo anche conto che, al dilà delle opportunità che ti offrono le metropoli, ci sono persone che hanno il bisogno di una dimensione urbana. Io in questo momento ho bisogno di starne fuori. 

L’ultima volta che ci siamo visti ci avevi detto che ti saresti voluta iscrivere a scienze religiose. Com’è andata poi?
In realtà ho fatto un semestre all’istituto teologico, è solo che essendo un corso a frequenza obbligatoria era diventato molto difficile da seguire nella quotidianità. Quando tutto il lavoro per il disco è iniziato, che è stato lungo e protratto nel tempo, ovviamente dovevo poter essere libera, quindi continuare quel percorso male e senza frequentare mi sembrava svilire quella strada. Ho fatto solo il semestre in cui ero libera da altre cose. Quando potrò e avrò il tempo di farlo bene riprenderò quella strada. La dimensione teologica, al di là della fede, è qualcosa che mi affascina. Poi le domande sono sempre qualcosa di positivo.

Preferisci le domande o le risposte?
Le domande assolutamente, senza ombra di dubbio. 

Tu hai avuto sempre un’attenzione particolare verso figure della tradizione storica e religiosa, in particolare femminile. Dove nasce questa fascinazione?
Il punto di partenza è stata l’arte medievale, perché mio padre è un grande appassionato. Quando sei piccolo, anche molto piccolo, tanto che non sei in grado di capire quello che hai davanti, ma sei comunque bombardato da immagini e dall'energia che viene fuori da questi luoghi, è impossibile non subire quel fascino. Da lì è partita poi quella che è la mia ricerca spirituale e sono stata conquistata da tutto quel mondo fatto di icone e storie meravigliose. 

Quando eri bambina come immaginavi la Letizia di oggi? Insomma, se preferisci, cosa volevi fare da grande?
In realtà non mai avuto un’idea concreta del mio futuro, del tipo “da grande voglio fare questo”, però ho sempre letto molti libri. Forse volevo scrivere poesie, scrivevo molte poesie quando ero piccola. Non immaginavo ancora fosse possibile fare la poetessa di lavoro, ma probabilmente volevo fare la poetessa. 

Comunque sei stata coerente con la te stessa che leggeva tante poesie da piccola, in qualche modo. Tornando al disco “E invece niente” è una tua canzone che era stata prestata, se così si può dire, ai Tre Allegri Ragazzi Morti. Come mai hai deciso di riprendertela?
Perché è un brano che era giusto come conclusione del disco, filava, era il punto di chiusura di un discorso. È stato strano perché in realtà è stato il primo brano che ho scritto della tracklist, essendo il più vecchio. A volte nella vita ti ritrovi a fare cose che si rivelano il punto conclusivo di un percorso che non hai ancora cominciato. In realtà il percorso è lì, non lo vedi ma è già davanti a te. Mi sembrava bizzarro, e anche un po’ rivelatore. I TARM l’avevano poi declinata in una vena quasi reggae, con il loro sound, e avevo modo di recuperarla a modo mio. Le cose si chiudono spesso in un punto, che in questo caso è sia l’inizio che la fine. Questo disco non era partito così, poi ci sono state tutte queste piccole cose che si sono messe insieme e mi hanno fatto dire “ok, sotto forse c’è un disegno che non avevo ancora visto, ma era già lì”. 

Ora partirai per il tour, e tra le date ti vedremo anche sul palco del nostro MI AMI. Cosa significa, se per te significa qualcosa, essere su quel palco?
È una cosa di cui ovviamente sono molto felice. Quando ho iniziato a scrivere canzoni, quando ero anche molto più piccola ed era ancora un fatto privato, mi ricordo che tra le prime cose che guardavo di questo mondo a cui mi stavo affacciando c'era proprio il MI AMI. E mi sembrava davvero qualcosa di esotico, anche geograficamente lontano, in questo nord che allora mi sembrava lontanissimo, e cominciavo a farmi le mie fantasie e i miei viaggi sull'essere anche io su quel palco mitologico. Mi fa sorridere suonarci, se solo la me stessa diciottenne avesse saputo che un giorno avrebbe suonato al MI AMI sarebbe esplosa di gioia, e sono contenta per lei.

 

Tag: mi ami intervista

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