Maruego: "Ho portato la trap in Italia, ora sono tutti come me"

L'arrivo in Italia senza documenti, il lavoro da macellaio, le prime rime ispirate al rap francese, che poi sarebbero diventate mainstream con Sfera, Ghali e la nuova generazione. "Perché io per il genere sono stato Amerigo Vespucci e non Cristoforo Colombo", spiega

Maruego nella foto di Fabio Ficara
Maruego nella foto di Fabio Ficara

Prima che Ghali s’imponesse come enfant prodige dello star system italiano, prima che Sfera e la DPG sdoganassero la trap nello stivale, il primo interprete a introdurre le sonorità di Atlanta a Milano è un marocchino che proviene dalla zona Centrale del capoluogo, da via Gluck, vero e proprio epicentro dell’avanguardia musicale meneghina.

Quella di Maruego è una storia di successo e grandi sacrifici, arrivato in Italia come clandestino, si ritaglia il proprio spazio nella scena hip hop a colpi di mannaia, lo stesso attrezzo utilizzato per spezzare le ossa dei maiali nella macelleria in cui lavorava. Tre anni di silenzio (qui l'ultima nostra intervista) interrotto dal suo ultimo singolo intitolato NCCAPM lanciato attraverso una serie di podcast a puntate nelle quali Oussama ripercorre la propria vita e la propria carriera, le vicende umane e lavorative.

Un fiume in piena che speriamo presto possa riversarsi su un beat, ma la voglia di raccontarsi era ancora troppa, abbiamo deciso di incontrare Maruego:

Come sei arrivato in Italia?

Sono nato in una piccola cittadina del Marocco, ma ci spostammo in Italia subito dopo il battesimo. Inizialmente arrivammo ad Albenga, poi ci trasferimmo a Milano. Per vari cazzi, la mia famiglia si divide, mio padre decide di assumersi l’affidamento. Di prendersi il mio affidamento: mi riporta in Marocco lasciando mia madre in Italia senza documenti. Da clandestina. Per circa un anno frequentai l’asilo nido a Berrechid, un giorno, alla fermata del bus che trasportava tutti i bambini, vengo “rapito” da donna col velo integrale.

Chi era?

Qualche minuto dopo capì fosse mia madre. Era riuscita a regolarizzarsi per venire a prendermi. Passai circa otto mesi da mia nonna cui ero molto affezionato, mia madre, nel frattempo, ottenne il mio affidamento ma non i documenti. Ero ancora un bambino, passai la frontiera senza troppi controlli. Tornammo a Milano partendo dalla Spagna, ero a tutti gli effetti un clandestino.

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Probabilmente, passare oggi i controlli sarebbe stato molto più difficile…

Mia madre prese accordi con la scuola, mi lasciarono frequentare i corsi mentre lei si sbatteva per trovare un lavoro e regolarizzarsi. Ai tempi ero tutto più semplice: il problema delle seconde generazioni non era attuale come oggi, le procedure burocratiche erano più svelte, soprattutto, c’erano molti meno pregiudizi. Gli Africani non erano visti come gli invasori, come una minaccia. Certo, i flussi migratori sono decisamente aumentati ma, oggi, c’è troppo accanimento mediatico su quest’argomento.

Come ti sei approcciato al rap?

La scoperta è avvenuta in maniera abbastanza casuale. Ero in prima media, un mio amico mi recito il testo di una canzone che aveva scritto su un foglio, Un attimo ancora dei Gemelli Diversi. Pensai fosse fortissimo. Quando gli presentai la mia prima strofa mi confessò che quel pezzo non fosse suo, così ho scoperto il rap. Frequentavo una scuola a indirizzo musicale, ho sempre cercato di differenziarmi, a quei tempi andava di moda il punk, durante le ore di musica tutti provano a suonare i riff dei Green Day. Il mio professore di musica è stato molto elastico ad assecondare la mia passione, parte del merito lo devo a lui. Più nel concreto, col rap inizia anni più tardi. Non ero l’unico marocchino nel mio quartiere. Ero l’unico africano.

Che succede poi?

Una sera in discoteca incrociai Ghali, non lo conoscevo ancora, stava parlando in arabo, gli chiesi subito se fosse marocchino. Capii immediatamente che avevamo qualcosa in comune: stesse origini, una storia simile e affinità musicale. Con lui ho mosso i primi passa nel game, da lì a pochi mesi formammo il nostro primo gruppo, i Rappa&Rolla. Il rap non andava ancora così di moda, esistevamo esclusivamente su MySpace. La storia sapete tutti com’è andata a finire, per motivi futili siamo finiti a litigare. Quando ci siamo divisi ho continuato a scrivere canzoni nei ritagli di tempo, dovevo mantenermi, nel frattempo iniziai a lavorare in macelleria.

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 Una macelleria araba?

No, italiana, mi è toccato lavorare il maiale. Il maiale è il più sporco degli animali commestibili. E le sue ossa sono veramente dure e taglienti. Le ferite che mi provocava s’infettavano. Robe che con la mucca non ti capitano. A parte questo, m’importava poco, nel senso, non ero lì per mangiare il maiale ma, dovevo lavorare, dovevo conoscerlo. Davo consigli alla gente sul salame senza averne mai assaggiato una fetta: “signora il salame mantovano ha l’aglio, quello ungherese il pepe”.

Il primo che mi è saltato alla mente è stato Karkadan. Qualche rapper arabo cui ti sei ispirato?

Karkadan ha fatto una canzone con i Dogo ma l’interprete che ho ascoltato di più è Amir. La prima volta che vidi Amir in tv pensai “wow, allora anche io posso farcela”. Devo essere sincero, non ne ho mai tratto un’ispirazione diretta, Karkadan, ad esempio, si approcciava quasi esclusivamente in tunisino. Sicuramente, hanno alimentato il mio immaginario a livello culturale: non era scontato trovare un arabo che facesse rap in Italia. Sono andato a documentarmi e ho scoperto un mondo, Royal Medhi e tanti esponenti della PMC… Insomma, non mi sento nemmeno il primo rapper nordafricano in Italia. Ma sicuramente, sono stato il primo ad avere una notorietà mainstream.

Essere il primo africano con una visibilità mainstream in Italia ti ha aiutato? 

La Francia ha la seconda scena hip pop più forte del mondo dopo quella americana. Se parliamo di rap, sono almeno trenta anni avanti rispetto a noi. Il discorso dell’integrazione in Francia è già stato trattato ed è già stato accettato. In Francia non esiste la questione integrazione, in Italia è un problema che si è presentato negli ultimi anni. Nonostante la situazione politica, credo che a livello di sensibilizzazione anche l’Italia stia compiendo progressi. La musica, il rap così come i film sono tutti aspetti che aiutano l’integrazione, ad esempio, non esiste un attore italo-arabo, non esiste un Quasi Amici italiano. In Francia devi davvero contare su un valore aggiunto, in Italia, credo le mie origini possano avermi aiutato, almeno inizialmente. Ma il progresso musicale francese è sicuramente una conseguenza della loro politica d’integrazione.

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Hai davvero portato la trap in Italia?

In Back Again pronuncio questa frase: “tra un po’ tutti vorranno essere me”. Sfera prima di conoscermi si approcciava al rap in maniera totalmente diversa. Tutti si sono approcciati al rap in una maniera diversa in seguito al mio debutto, anche i nomi più grossi. In quel momento ho pensato di aver fatto la cazzata: avevo svelato il trucco. In Narcos alludo al fatto che mi copino. “Ti criticano, invidiano e imitano faccio lavorare gli altri stasera”, questo punchline giustifica il mio silenzio: perché sbattersi, ora che vi ho svelato il trucco tornerò quando le cose si saranno fatte più serie. Insomma, ho portato in Italia la trap, non è stato bello. Non mi riferisco solo agli insulti prima che il genere fosse sdoganato. Sono stato Amerigo Vespucci e non Cristoforo Colombo.

Un silenzio durato tre anni...

Tra una cosa e l’altra è durato tre anni. Sono uscite un paio di canzoni giusto per non farsi scordare. Tre anni di silenzio iniziati con un anno di mutismo forzato, per questioni di contratto. Il secondo anno potevo uscire ma ho deciso di far tutto per bene. Quindi mi serviva uno studio. Alla fine il mio scopo era diventato realizzare uno studio. Ho perso troppo tempo, mi era tornata una gran voglia di scrivere. Mi sono fatte troppe menate per anni, avrei dovuto lasciar parlare le canzoni.

Cosa ti ha spinto a fare questa serie di podcast?

L’idea è nata in concomitanza con la canzone. Dovevamo giustificare questi tre anni di assenza, troppa roba. In una canzone non avrei potuto trattare tutti questi argomenti. In una canzone avrei dovuto tenere in considerazione tutti i vincoli imposti dalle metriche, dalle rime e dallo stile. La prima idea è stata un bel post su facebook ma, al giorno d’oggi, la gente vuole tutto pronto. Avrei dovuto leggerglielo, tanto valeva fare un podcast.

Per un rapper abituato a sentirsi in rima, parlare è più difficile che cantare?

Mi è servito come sfogo, non è un’idea di marketing. Mi sono accorto di quanto sia bello comunicare. Ne avevo veramente bisogno, anche se non sono uno speaker radiofonico e, devo ammetterlo, ci sono state delle difficoltà. Non ero abituato a sentirmi leggere e non ero abituato a riascoltare la mia voce a nudo. Nonostante i vincoli sopra citati, mi trovo molto più a mio agio con le canzoni. Abbiamo girato i podcast in un’unica ripresa, mi capitava di ciccare una parola e ricominciare tutto da capo. Ma siamo anche riusciti ad arrivare quarti in classifica nonostante la maggior parte del pubblico abbia fruito del contenuto su Youtube. Forse era meglio dedicarsi ai podcast. Anche qui sono arrivato troppo in anticipo, su Spotify, non monetizzano ancora.

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In una delle puntate del podcast parli di uno 0,2 di fumo. Il tipo che ti ha fatto arrestare l’avevi paccato?

È andata cosi: sto mio amico avevo scoperto Maciacchini, un giro di marocchini che con 20 euro ti dava da fumare per un mese. Andava lì, spendeva 50 euro e poi li rivendeva tutti al dettaglio. Una sera hanno fermato un ragazzo fuori da un locale e ha spifferato: “è stato un marocchino con la giacca rossa “. Sfiga vuole quella sera fossi con lui e indossasi anche io una giacca rossa. Ero relativamente pulito, solamente una canna già rollata, come un babbo - per fargli vedere che ero maggiorenne- gli mostrai la patente. Non me l’hanno ancora restituita. Da poco mi sono trasferito a Sesto, la gente potrà incontrarmi in metro.

Parlando di spaccio non pensi di alimentare certi stereotipi? Anche se, devo ammetterlo, il momento dei podcast che ho trovato più divertente è l’imitazione del carabiniere in napoletano…

Dici marocchino pensi allo spacciatore, dici Napoli pensi alla camorra. Anche nel podcast cerco di giustificarmi. Perché uso l’accento napoletano? Sono la prima vittima degli stereotipi. Probabilmente mi è rimasto impresso il modo in cui ha trattato mia madre al telefono. Non puoi permetterti di trattare in quella maniera una donna preoccupata. In generale, credo che riuscire a giocare sugli stereotipi possa diventare un punto di forza. Se sei il primo a scherzare sulle tue debolezze diventi immune alle critiche. Esistono ancora commenti che mi danno del malvivente marocchino, non aggiungono nulla, sono solamente idioti che cercano un momento di notorietà riflessa.

Ora cosa dobbiamo aspettarci?

Stiamo lavorando alla musica, ma preferisco parlare quando il dado sarà tratto.

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L'articolo Maruego: "Ho portato la trap in Italia, ora sono tutti come me" di Marco Beltramelli è apparso su Rockit.it il 2020-03-02 15:19:00

Tag: singolo

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