A Short Apnea - Milano, 08-07-2002 Intervista

15/07/2002 di Luca Fusari

Incontriamo A Short Apnea in un periodo di ‘transizione’: i tre sono nel bel mezzo di una serie di mixaggi di materiale nuovo, da includere in chissà quale progetto futuro. Fabio Magistrali, Xabier Iriondo e Paolo Cantù sono cordiali e disponibili, e più che un’intervista seriosa la nostra diventa una chiacchierata sul loro modo di intendere lo ‘spettacolo’ che propongono dal vivo (fotografato negli ultimi mini pubblicati la scorsa primavera e recentemente proposto anche a Musica nelle Valli), ma anche su temi più ampli e ‘scottanti’, come lo stato attuale della ‘scena’ italiana, la stampa specializzata e addirittura i dj set…




Rockit: Prima di tutto, volevo chiedervi se c’è stata un’evoluzione nel vostro modo di proporvi in concerto nel corso degli anni.

Fabio Magistrali: Le prime esibizioni risalgono più o meno a quatto anni e mezzo fa; non avevano sezione ritmica, né c’era la parte del set in ‘trio elettrico’ [quella protagonista del mini ‘Five Greeny Stages’, ndr], e quella è una differenza sostanziale. Oggi continuiamo a fare concerti che integrano la parte del trio con altre forme, ed altre esibizioni, molto più simili a quelle degli inizi, senza, appunto, la sezione ‘elettrica’, quella che si presenta in modo più ortodosso per lo meno a livello visivo (Paolo e Xabier con le chitarre ‘tradizionalmente’ a tracolla e così via). La musica è sempre stata sostanzialmente improvvisata, con dei canovacci di partenza, delle ‘fotografie sonore’ da cui ci si muove, che è quello che facciamo anche adesso.

Rockit: E da parte del pubblico, pensate ci sia stata una qualche evoluzione nell’accostarsi alle vostre esibizioni?

Xabier Iriondo: Differenze nella percezione dell’ascoltatore, forse a livello di attenzione o di stupore per le cose che facciamo, non mi sembra ce ne siano state, nel senso che non ci sono mai stati episodi di scontri feroci o rifiuti forti per quella che è la nostra musica. Abbiamo sempre notato che magari il modo di ascoltarci cambia rispetto agli spazi in cui suoniamo, per esempio se sono posti ‘raccolti’ tipo club o caffè/bar con posti a sedere, la gente che sta di fronte al palco cerca più di seguire e di costruirsi un’esperienza.

Paolo Cantù: Può essere che all’inizio ci fosse un po’ più di stupore legato alla novità del progetto, ma dopo un po’ di concerti e i dischi forse è diminuito.

FM: Mediamente mi rendo conto che da parte dei nostri ascoltatori, di fronte alla nostra musica, c’è un’alta tolleranza, rispetto alle aspettative di riuscita dei vari ‘episodi’ musicali. Forse perché abbiamo un pubblico ‘avvertito’, che sa cosa viene a sentire, anche se a volte riusciamo ancora a spaventarlo…

Rockit: Questa ‘soglia di tolleranza’ c’è sempre stata?

FM: Probabilmente c’è nella misura in cui chi viene a vederci, senza avere per forza già assistito a un nostro concerto, riconosce e già apprezza il tipo di progetto, ‘estremo’ o ‘libero’ rispetto ai canoni tradizionali, per cui alza questa soglia – nel senso di impegno uditivo e richiesta di concentrazione – anche solo per seguire il filo di quello che succede. Mediamente il nostro pubblico è di estrazione ‘rock’, dati anche gli spazi in cui di solito ci muoviamo, e quel tipo di pubblico, per il nostro concerto in ‘trio elettrico’ (che in questo momento è anche quello più frequente) deve mettere in gioco meno attenzione e concentrazione, per una semplice questione di maggiore ‘appeal’ visivo. A ben vedere, però, sia per le dinamiche utilizzate che per le sonorità, il concerto elettrico può rivelarsi oggettivamente più ostico rispetto a quelli che può capitare di fare con Alberto [Morelli, dei Dissoi Logoi, col quale talvolta gli ASA si esibiscono in quartetto, ndr], che sono magari tonalmente più astratti e ritmicamente più ondivaghi.

XI: Quelli poi non hanno nulla di teatrale…
FM: …e in effetti l’aspetto ‘teatralizzante’, il vivere molto fisicamente la nostra musica sta prendendo sempre più piede, anche se in maniera molto lenta perché non è stato progettato ‘a tavolino’. Ma sta diventando sempre più importante.

Rockit: Il ‘teatralizzare’ è comunque ripescare delle costanti della tradizione del rock riproponendole in una maniera diversa…

FM: Nel rock il mimarsi in certi ruoli, caricaturizzandoli, fino a un certo punto è completamente privo di ironia. Oltre una certa soglia (peraltro labile e poco percepibile) si è effettivamente ironici nei confronti di se stessi e magari pure nei confronti di chi questa ironia non la coglie, è un po’ un gioco di specchi. Personalmente, poi, credo che se i nostri referenti musicali, i nostri ascolti, le nostre partecipazioni a musiche di altri non ci avessero messo così a contatto di questo modo di ‘teatralizzare’ (che poi era già quello della Magic Band di Beefheart piuttosto che di Zappa o di tanti altri progetti, magari nemmeno così estremi musicalmente) lo stimolo non ci sarebbe venuto così spontaneo. In fondo, pur vivendo molto fisicamente la musica mentre la suoniamo, non arriviamo così spontaneamente all’auto-caricatura che sfocia nell’autoironia o nel grottesco.

Rockit: Io credo che a Musica nelle Valli nessuno si aspettasse il momento ‘muto’ del concerto, se l’avesse fatto un gruppo rock più ortodosso probabilmente la reazione del pubblico si sarebbe esaurita con una risata. Nel vostro caso la risata è stata seguita da una tensione (e da un’attenzione) notevole.

FM: Senza pensare di proporre chissà quale estremismo, quella era una cosa in linea coi nostri obiettivi di ‘ridiscussione’ delle cose. Il momento ‘muto’, ‘silenziato’, era l’intenzione di mettere in discussione (nella sua consistenza uditiva quanto nell’aspetto di impatto scenografico e visivo) il concerto quasi all’inizio, appena lasciato intuire per quello che sarebbe stato. Ma come dicevo, senza teorizzare troppo, è un’idea assolutamente consequenziale alle cose che facciamo: a furia di giocare con le interruzioni e le basse dinamiche prima o poi si arriva al ‘minimo’, a fermare il suono per lasciare solo l’immagine.

XI: Tra l’altro l’idea è nata come altre componenti del nostro repertorio, durante un tour, ‘trovata’ in una jam a casa di una delle persona che ci ospitavano e poi utilizzata in uno di quei concerti, in Sicilia, come bis.

FM: la persona non era poi una qualsiasi, trattandosi di Marco di Dia, la cui ospitalità evidentemente è estremamente ravvivante e ‘fertilizzante’…

Rockit: I concerti li preparate con una struttura precisa o sono aperti a questo tipo di variazioni all’interno della stessa serata o serie di esibizioni?

XI: se con quello intendi una scaletta, diciamo che c’è una ‘scaletta di canovacci’: anziché dei brani ci sono delle sequenze, delle ‘microstrutture’ all’interno delle quali possiamo più o meno avere momenti di improvvisazione o di dilatazione delle stesse.

FM: ci sono anche delle ragioni strettamente tecniche, legate alla gestione contemporanea di più strumenti, dell’effettistica etc. che ci impongono di seguire una sequenza precisa. Ovviamente questa può essere sovvertita da qualsiasi tipo di guaio tecnico (possibile) o ‘emotivo’ (più raro). Sappiamo quali carte stanno nel mazzo, e alcune non sono perfettamente interscambiabili. È più probabile che in un ‘canovaccio’ si stabiliscano gli ingredienti sonori e non le note. E le ‘variazioni’ all’interno delle strutture non sono mai abbastanza rispetto a quello che vorremmo: ci sono stati dei momenti negli ultimi anni in cui abbiamo suonato, per esempio nelle jam col Gorge Trio (di prossima pubblicazione, ndr) musica totalmente improvvisata, e il nostro livello di ‘organizzazione’ mi sembra “discreto”. Ma sappiamo che potremmo improvvisare anche di più.

XI: …anche perché non suoniamo tanto assieme; in altre band che fanno improvvisazione ci sono magari un tale affiatamento e un’unità di intenti ‘continue’ che non possono che dare buoni frutti.

FM: d’altra parte nei contesti puramente improvvisativi, più che i ‘progetti’ collettivi sono i singoli, le individualità che contano, musicisti che suonano praticamente sempre. Noi suoniamo occasionalmente (ma non così poco come in questo periodo) per scelta: ci possono essere delle pause anche di mesi tra una ‘session’ e l’altra.

Rockit: …è lo stesso andamento che ha il processo di registrazione e produzione dei dischi?

FM: Lì il ‘continuum’ emozionale ed estetico non è così labile, la lontananza può allentare i lacci dell’interazione prettamente fisica (o dare qualche inevitabile fastidio tecnico).

XI: …ma è ugualmente dilatato nel tempo.

FM: In questo periodo per esempio stiamo facendo dei mixaggi, ma anche questi li stiamo gestendo a blocchi di due giorni alla volta, magari per altri sarebbe una difficoltà ma attualmente per noi non è un problema.

Rockit: Dette queste cose sul rapporto con il rock più ortodosso, pensate che sia più il pubblico di quest’ultimo a venire verso di voi o che siate voi (costretti o no) a dovervi inserire in altri contesti musicali?

XI: Andare in certe direzioni, come nel caso del ‘trio elettrico’, è stata una cosa assolutamente naturale, in fondo io e Paolo siamo fondamentalmente due chitarristi e Fabio è un batterista; sono gli strumenti coi quali abbiamo iniziato e la cosa non può non averci influenzato.

FM: Più che altro sono i ‘territori’ in cui ci sentiamo più a nostro agio, anche se un po’ ci mette in imbarazzo relegarci o vederci relegati esclusivamente a quei ruoli. La nostra idea è quella di essere volti il più spesso possibile a 360 gradi, nel pensare, suonare e registrare la musica.

XI: In ogni caso, anche solo la scelta quasi costante di inserire nella ‘scaletta’ la ventina di minuti di ‘trio’ è sintomo di una volontà di andare, strutturalmente, verso un pubblico rock ‘aperto’, che trova i riferimenti di un trio rock chitarristico, ma anche input e direzioni meno consuete.

PC: E poi è naturale sviluppare sonorità diverse in contesti diversi, come i concerti con Alberto in cui magari andiamo a sfruttare caratteristiche diverse della nostra musica.

FM: A contare molto, in questi casi, sono i già citati aspetti tecnico/pratici: ci siamo resi conto che per portare ‘bene’ sul palco, con possibilità di approfondimento e resa sonora tutti i ‘tasselli’ di un disco come “Illu Ogod Ellat Rhagedia” (che rappresenta ormai il nostro passato prossimo più che il nostro presente), avremmo dovuto preparare un set molto molto complesso. Le esigenze di mantenere il concerto snello e ‘malleabile’ rispetto a spazi e budget ci hanno portato a trovare un compromesso in un set ‘aperto’ quanto a possibilità sonore, ma tecnicamente compatto. Senza parti fisse ma con l’esigenza di avere i suoni ben organizzati, rischiare dei soundcheck mal fatti o approssimativi sarebbe come per un gruppo ‘ortodosso’ salire sul palco senza aver provato le canzoni. Anche lì dobbiamo fare i conti con dei limiti, autoimposti o esterni.

XI: Ad esempio la definizione temporale che diamo al concerto di solito è molto stretta, scegliamo di suonare 40-45 minuti, al massimo 50 o 55. Mai oltre questa soglia, comunque, dopo la quale forse si perderebbero l’intensità dell’esibizione e l’attenzione del pubblico.

FM: siamo molto convinti di questa scelta di ‘asciuttezza’ nella proposta dei vari ingredienti. Avere un set breve però significa spesso accettare di suonare con più gruppi, e rischiare magari i problemi tecnici già discussi… dovremo inventarci qualcosa per il futuro. Magari faremo dei dj set prima o dopo…

Rockit: Rispetto al contesto di ‘comunicazione’ e diffusione della musica (quello della stampa e delle etichette, per intenderci), vi sembra che in questi anni ci siano stati dei cambiamenti rilevanti a livello di interesse, di numero di proposte interessanti, di ‘scena’ in Italia? Questo relativamente non solo alla storia degli ASA, ma alle vostre esperienze individuali che vanno temporalmente al di là di questo progetto…

FM: A me sembra una questione di ‘corsi e ricorsi’ storici, con solo qualche piccola variazione (nel bene e nel male) ad ogni ciclo. Rispetto al panorama discografico, se parliamo di ‘underground’ o ‘avanguardia’ (che parlando di ‘rock’ è magari solo forma di ridiscussione di un genere di per sé poco avanguardistico) basta tornare indietro di un po’ di anni per trovare altre fasi, in Italia, analoghe all’attuale. Magari ci sono differenze, in termini di copie vendute (ma sono piccole variazioni su piccole quantità) o di diffusione materiale delle stesse, ma già dai primi anni ’80, tanto per fare un esempio ci si scambiava musica su cassetta, nella stessa maniera in cui adesso ci si scambiano i file. La creatività e i presupposti per scatenarla e diffonderla c’erano già quasi vent’anni fa, rispetto ad oggi la differenza credo stia nelle risorse tecniche a disposizione di chi fa musica in un ambito ‘antagonista’, casalingo o comunque autoprodotto. Allo stesso modo i dischi indipendenti circolavano anche allora: in fin dei conti il tentativo di fare le cose in autonomia esiste da quando esistono i presupposti tecnici per farlo. In più, in un contesto molto più ampio, sono davvero decenni che le musiche occidentali indagano su se stesse; che suoniamo rock, jazz, o l’uno mescolato all’altro, che sia avanguardia o no tutti cerchiamo una continuità nel contesto di un linguaggio che non può più essere davvero ‘nuovo’. E siamo di nuovo al discorso sulle risorse tecniche: nonostante la tecnologia sia cresciuta così tanto negli ultimi vent’anni, non ci sono state altrettante evoluzioni musicali; d’altronde, tra le cose incise con il primo Moog c’erano i pezzi di musica classica…

Rockit: Questo vale anche per i canali di comunicazione?

FM: Sì, ma lì il problema è quello di rendersi conto che a volte la stampa di parte ‘buona’, quella che parla degli argomenti che più interessano o che magari sostiene le novità, può essere dannosa. Personalmente, fino a un certo punto nei primi anni in cui leggevo riviste specializzate pensavo potesse esistere una divisione tra ‘buoni’ e ‘cattivi’, fino a quando le frizioni tra tendenze musicali non sono diventate troppo forti perché appoggiate per partito preso. Spingere una ‘scena’ che magari non esiste, senza mediare né contestualizzarla, può voler dire far sparire nel giro di un mese anche quanto in essa ci può essere di buono. All’estero è capitato col punk, in Italia nella prima metà degli anni ’80 col recupero del garage: c’è stato un po’ di movimento, il pubblico di settore ha recepito in fretta, e la stampa si è immediatamente adeguata, senza rendersi conto della spaccatura quasi generazionale che stava creando. Sia io che Paolo facevamo già musica in quegli anni, e ti garantisco che si è trattato davvero di veder spuntare in un baleno Vox e Farfisa dove prima magari c’era tutt’altro tipo di evoluzione. Per uno spettatore è legittimo passare al concerto dark depresso al beat danzereccio nel giro di una settimana, ma è lì che la stampa deve intervenire e relativizzare (pur sostenendoli) i fenomeni. Altrimenti le fratture non fanno bene a nessuno.

PC: Quello che poi è successo negli anni ’80 è che dopo un cambiamento così repentino non c’è stato un ricambio generazionale ‘costante’, e le stesse riviste hanno perso in poco tempo molti dei loro vecchi punti di riferimento.

FM: Oggi la carta stampata è forse meno importante rispetto al passato, a livello informativo c’è la possibilità di essere molto più autonomi…
XI: …e di sapere molto di più, in maniera più diretta.

FM: Una volta il giornale, oltre che strumento di informazione, era magari l’unico ‘territorio’ in cui potevi trovare certe suggestioni, anche solo leggendo di musiche che probabilmente avresti fatto una gran fatica ad ascoltare. In questo la stampa specializzata è stata determinante. Adesso ci sono molte più testate, e proprio per questo tutte sono relativamente meno importanti. Ci sono le webzine, ci sono molte più possibilità di informazione. Ma non ci si dovrebbe limitare solo all’informazione, visto che dopo tutto è di un linguaggio artistico che si parla…

Rockit: Mi sembra quindi che il recente fermento rispetto al panorama indipendente sia da considerare una costante degli ultimi vent’anni e non una novità.

FM: La nota più importante oggi è che ci sono molte proposte musicali, il che è assolutamente legittimo: vuol dire che c’è tanta gente che ha voglia di dire la sua – e per quel che mi riguarda non importa assolutamente che siano o no dei ‘genietti’. Esiste certo il rovescio della medaglia, la difficoltà di orientarsi tra un numero enorme di proposte (sempre più ‘trasversali’ poi, e meno identificabili a prima vista – ascoltare ‘un solo genere’ adesso come adesso mi sembra come mettersi a pregare i santini al posto di cercare una propria fede), in cui le etichette fanno poco più che da ‘filtro’. Può essere anche un casino, ma in fondo come si può considerarlo un aspetto negativo? Ognuno può dire la sua, offrire la possibilità di essere sentito, mi sembra davvero un grandissimo valore.

XI: In questo contesto sono cambiati anche i modi e i termini della distribuzione della musica: oggi puoi trovare anche da fnac un ‘indipendente’, cosa che anche solo 15 anni fa sarebbe stata impossibile, e dall’altra parte gli stessi gruppi hanno più opportunità di decidere autonomamente come far circolare o vendere la propria musica, magari diffondendola in rete e mettendola realmente a disposizione di un pubblico vastissimo.

FM: Pensandoci, invece, la radio è un canale in cui, facendo il confronto con una ventina di anni fa, non ci sono praticamente più spazi, e di contro il suo potere di mercificazione è molto aumentato.

XI: la gente compra meno dischi e ascolta più musica in radio…
FM: Questo è uno snodo fondamentale, e non si capisce mai bene se sono le grandi case, le multinazionali, ad essere ‘colluse’ con le radio o è il contrario…

Rockit: Aumentando il divario tra chi ‘vende’ e chi no: sempre più gruppi indipendenti ignorati, sempre meno prodotti multimilionari da coprire al 100%…

FM:…tra i quali solo pochi alla fine giustificano gli investimenti. È un ingranaggio che non funziona per niente, come del resto quello della musica dal vivo. Avere più possibilità di suonare dal vivo (possibilità che attualmente non vedo) sarebbe una grossa occasione di legittimazione per certe realtà: misurarsi col pubblico, possibile o reale – anche se magari non ti caga, del tutto o parzialmente – è comunque un’occasione di crescita. Pensa a tutte le ‘scene’, grosse o piccole, del panorama internazionale: a volte è bastato che quattro persone si ‘buttassero via’ cercando di far suonare gente pagata poco o niente ma rischiando quanto a scelte di originalità e freschezza per creare una vera identità, sia dei locali in cui si suonava che della gente che li frequentava. In Italia non è mai partito niente di simile, anche se se ne è parlato, usando magari i termini ‘scena’, ‘movimento’ e simili a sproposito, magari quando trovare dei ‘movimenti’ o ‘movimentini’ faceva comodo per individuare un trend; ma in quei casi non si crea un cazzo, ci si marcia e basta. Questo non vuol dire che in Italia non ci siano mai state delle connessioni, delle ‘vicinanze’ o delle contingenze, ma è sempre mancato un vero ‘territorio’ comune. A parità di condizioni (scadenti) a cui fai suonare i gruppi, se sei un gestore prova a fare delle scelte ragionate, anziché pescare i primi che arrivano… Che sia per una particolare presa di posizione, o per questioni politiche, stilistiche o altro, l’importante è che si crei un’identità, qualunque essa sia. Adesso è tutto una pappona informe. Si cercano le cose più semplici, ci sono sempre più cover band – il numero di puttanelle in città è sempre molto alto –, e sempre più dj set, semplici, godibili e magari presentati come ‘ricercati musicalmente’.

Rockit: E paradossalmente, mi riferisco ai dj set, sono le cose che finiscono per creare (per buona o cattiva che sia) una specie di ‘scena’ con un pubblico fedele e una certa identità.

FM: Onestamente devo riconoscere che è una cosa estranea al mio modo di sentire, per ragioni estetiche e forse anche generazionali…
XI: A me è capitato di vedere un paio di dj set, ma in tutti i casi si trattava di occasioni ‘speciali’, musicisti o non musicisti (Fennesz, O’Rourke) impegnati con pratiche da dj set…
FM: Ma spesso succede di sentire invece le ‘solite’ cose. Ricordo una serata di jungle, due anni fa, dopo un concerto di impostazione completamente diversa. A me, sinceramente, di sorbirmi un’ora di roba che non c’entra una mazza con quello che è stata la serata, e pensata per tutt’altro uso, mi sembra come minimo incongruo.

XI: Infatti la maggior parte dei locali finiscono per avere due programmazioni (e due tipi di pubblico) completamente differenti, e quello che gli interessa è di aggregarle forse più per quanto rendono economicamente che non per creare ‘scene’ o simili. Ma i locali ‘puri’ fino in fondo è sempre stato difficile trovarli.

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