Perturbazione - Milano, 20-05-2010 Intervista

31/05/2010 di

A metà tra una lucida constatazione di come sono andate le cose e un semplice e diretto sfogo. Si avvicinano i quaranta, c'è un contratto andato a male con la Emi, cambi di formazione, e un nuovo disco di 24 canzoni come non se ne sentivano dai tempi di "In circolo". Insomma, un momento importante per i Pertubazione. L'intervista di Marco Villa.



Prima di parlare del disco, parlerei del discorso etichetta. Tre anni fa, eravate in Emi: cosa non ha funzionato? Perché sembrava davvero il momento giusto per provare a fare il grande salto...
Tommaso: In effetti ci abbiamo provato...
Gigi: Il problema vero è che anagraficamente cavalchiamo l'onda della crisi. Dove arriviamo noi, arriva anche lei. Ogni tanto ce l'abbiamo dietro, ogni tanto ci sorpassa. Quando siamo finiti in EMI, era un momento molto duro: quando siamo arrivati avevano cento dipendenti, sei mesi dopo erano quarantacinque. In una situazione simile era davvero difficile essere il cavallo vincente su cui qualcuno puntava.
T: Loro hanno scommesso tutto sulla possibilità di fare Sanremo. Poi il primo singolo non riuscì a sfondare e dopo due mesi ci dissero che il disco faceva cagare e non andava bene. Quindi depressione per tutti e loro non hanno fatto più niente. Da lì ci hanno proprio abbandonati. Non so se è colpa nostra o colpa loro. Abbiamo avuto senz'altro un pessimo rapporto con il direttore artistico, Marco Alboni.
G: È una discografia che punta su quello che ti dà tutto e subito, vedi Amici, vedi X-Factor e secondo me si fanno un torto da soli, perché le major sono ancora un bel posto dove stare. Però le etichette sono fatte da persone e le persone sottostanno al momento sociale in cui sono inserite. E purtroppo non c'è investimento sul futuro. Un gruppo come il nostro deve ragionare in un altro modo e dire: «visto che abbiamo benzina, non usiamola per una macchina che è rotta, si ferma dopo dieci metri e intanto però ti prosciuga proprio la benzina».

Dopo aver capito che ormai eravate agli sgoccioli, cosa avete fatto?
T: A quel punto abbiamo deciso di chiudere il contratto: avremmo dovuto fare ancora un disco, ma non interessava né a noi, né a loro. Abbiamo iniziato a mettere insieme dei provini. A fine estate 2007 Stefano – il bassista - ha lasciato il gruppo e Rossano - il batterista - lavorava molto a Milano. Allora abbiamo iniziato a lavorare ai nuovi pezzi solo io, Gigi e Cristiano – l'altro chitarrista – mettendo dentro anche un po' più di elettronica del solito. Come in "Istruzioni per l'uso", che è il primo pezzo del disco e anche la prima cosa in assoluto che abbiamo scritto. Per metabolizzare la fine del contratto e l'ingresso in formazione di Alex Baracco abbiamo fatto un tour acustico nella primavera del 2008 e poi abbiamo portato in giro "Le città viste dal basso" e poi ancora "Preliminari tour" in Autunno per fare riscaldamento. Quando abbiamo iniziato a parlare dell'etichetta abbiamo subito pensato a Santeria, con cui comunque ci eravamo lasciati bene. Abbiamo trovato subito la quadra e siamo contenti.
G: Abbiamo capito che l'unica cosa che conta è lavorare con persone che credono in quello che fai e hanno entusiasmo nell'aiutarti.

Tornate alle origini dopo un decennio: cosa è cambiato nel mondo delle piccole etichette?
G: Credo sia cambiato tutto. Ai tempi di "In Circolo" eravamo reduci da una produzione per On/Off, l'etichetta di John Vignola. Là i dischi si ordinavano con il mail order. Ma mail non nel senso di email, nel senso di lettera cartacea vera e propria. Oggi siamo probabilmente dove era l'America un po' di anni fa. La scena indipendente – per come la conoscevamo noi – oggi non c'è più. Le etichette indipendenti cercano di sopravvivere appiattendosi su logiche simili a quelle delle major vecchio stile, ma il problema è che non ci sono più soldi. Ci sono un sacco di figure che si improvvisano manager proprio perché tutti cercano di portare a casa soldi e nessuno vuole metterli. È questo il vero problema della musica in Italia.

Ritorno alle origini anche in termini di produzione: dopo Benvegnù e Andiloro, cosa vi ha spinto a tornare da Fabio Magistrali?
T: Abbiamo lavorato con diversi produttori in questi anni e quando ci siamo trovati con questa lista di canzoni si è parlato a lungo di come chiuderle in un disco. Anche perché è nato praticamente in casa, nello studio di Cristiano e Gigi. Quando abbiamo dovuto mixare i pezzi abbiamo capito che serviva una persona esterna. Sono usciti tanti nomi, al punto che volevamo dare ogni pezzo a una persona diversa, ma poi il nome che ha messo tutti d'accordo è stato proprio quello di Fabio Magistrali. Lui è incredibile, perché riesce a entrare alla perfezione dentro i pezzi. Su 24, solo in un caso abbiamo faticato un po' a capirci, ma poi abbiamo trovato la soluzione giusta per tutti.
G: noi ci fidavamo totalmente, al punto che abbiamo detto a Fabio di fare tutto da solo, ma lui ha detto che deontologicamente voleva qualcuno del gruppo al fianco. Così alla fine l'abbiamo fatto insieme.

Come è nata l'idea delle 24 tracce?
T: Non c'è mai stata una cosa razionale, a parte l'ultimo periodo. A un certo punto il merdone era scattato, il vaso di Pandora era stato aperto e di fatto eravamo in un situazione molto caotica. Siamo partiti dalle cose acustiche, poi siamo passati a quelle più rock. Una frase chiave l'ha detta Gigi alla fine del 2007: «A forza di voler scrivere la canzone perfetta, abbiamo perso uno dei punti di forza di "In Circolo", ovvero l'imperfezione, il nostro essere provinciali e approssimativi». Questa è stata la chiave. Insieme al fatto di voler tenere dentro tutto: un pezzo si scartava solo se se faceva schifo a tutti.
G: Sostanzialmente, se non ti piace forse sei tu che sei inadeguato alla canzone, non il contrario. Quindi tu fai un passo indietro e gli altri la portano avanti.
T: Così si è avuto un disco eterogeneo, in cui ognuno poteva portare avanti le cose che più gli piacevano. E credo che la ricchezza del disco sia proprio lì, nel suo venire fuori da solo. Come diciamo in "Istruzioni per l'uso": "ora quel conta si deciderà da sé". Per questo, abbiamo voluto lasciare libero anche l'ascoltatore: insieme al disco abbiamo inserito un cd vergine, su cui si possono mettere solo le tracce che si vogliono sentire.

Rispetto al passato, i pezzi sono più pesanti, più densi e anche più diretti. Nei dischi vecchi i discorsi generazionali o "sociali" dovevano essere letti in controluce. Qui invece li buttate in faccia all'ascoltatore senza remore. Cosa è cambiato?
G: Sicuramente ci eravamo anche un po' stancati della definizione di gruppo da cameretta che si guarda l'ombelico. Poi ci siamo detti che in fondo non viviamo in una torre d'avorio tipo Foscolo o Battiato. Siamo calati nel mondo e nella politica, con delle nostre idee. E allora perché non metterle nelle canzoni?
T: Forse conta anche il fatto che siamo diventati genitori. Probabilmente tendiamo a vedere il mondo non più solo come nostro, ma come qualcosa che hanno trovato i tuoi figli.

A me sembra che il disco riparta dal "Responsabilità" finale cantato ne "La rosa dei venti"...
T: Sì, assolutamente. Quello è un disco che parla molto dei trent'anni, ovvero dei dubbi sul mi sposo o non mi sposo, andiamo a convivere o ci lasciamo, invece questo parla molto di più di cose condivise, sociali.
G: Mentre "In circolo" era il giro di boa dei trent'anni, questo è quasi quello dei quaranta. Di fatto, però, non è cambiato nulla, anzi, alcune cose sono peggiorate. Non per essere depressivi, ma certe cose ti buttano giù. Stamattina in metropolitana ho letto il cast dell'Heineken Jammin Festival: Aerosmith, Pearl Jam e Green Day, ovvero dei gruppi di ultraquarantenni che dominano le scene da anni. Vedi questi nomi e ti rendi conto che c'è stato una sorta di freeze, di congelamento. Anche tra gli italiani, oggi il rock è fatto dai quarantenni, dagli Afterhours ai Marlene - e mettici pure noi: non è un male, ma è stranissimo. È un concetto di rock diverso da quello che avevamo a vent'anni negli anni 80.

"Revival" è secondo me il pezzo più politico di questo disco, perché parla della percezione collettiva del tempo. Si rimuove l'importanza del passato perché tutto viene classificato come tale, anche l'istante appena vissuto. Cosa cambia secondo voi nel modo di ricordare delle persone?
T: Sì, succede soprattutto leggendo le riviste, che non vedono l'ora di dire che qualcosa "fa già epoca". Ecco, questa roba la trovo davvero soffocante. Se mi piace guardare i decenni passati e capire cosa li teneva insieme, le linee storiche, non mi piace che invece nella nostra epoca ci sia qualcuno che già voglia fare la storia. Così finisci per non vivere più il tuo tempo. Dovresti utilizzare il patrimonio storico per elaborare il presente e capire quali sono le tendenze e quello che succede, però non puoi essere tu a decidere che una cosa che sta ancora accadendo è una cosa che rimarrà degli anni zero. Altrimenti mi rompi il cazzo e non mi fai vivere più la mia vita. Non c'è più memoria perché l'hai saturata.

Quando in "Buongiorno buonafortuna" fa il suo ingresso Dente, ho pensato che in quel punto fosse perfetto. Come è nata la sua collaborazione e come quella con Bersani?
G: Ecco, su Bersani io voglio capire una cosa, perché Bersani non c'è nel disco. Sono io che canto in "Io sono vivo, voi siete morti". Però mi sa che dobbiamo fargli arrivare la canzone perché non sei il primo a confonderlo. Però forse a questo punto possiamo venderla come collaborazione con lui...
T: Sì, perfetto, così poi ci fa causa.

Ero convintissimo che fosse lui ed ero anche contento. Vabbè, peccato. Dente invece è lui?
G: No, in realtà è Teo Teocoli che ha fatto tutte le voci.
T: No, Dente è davvero lui. Era perfetto per quel pezzo: per la sua voce, il suo timbro, la sua poetica. Allora Gigi ha scritto l'ultima parte della canzone e poi Dente l'ha fatta. Tutta la parte degli ospiti è nata in modo spontaneo verso la fine. Penso a Dente, ma anche Deian o alcuni fiati dei Bluebeaters.
G: Dopo l'infornata di ospiti de "Le città viste dal basso" non ne volevamo nessuno, ma certe cose sono nate così spontaneamente che ci sono andate bene. Poi con Dente abbiamo in ballo un'altra canzone già registrata, che ancora non sappiamo come e quando faremo uscire.

Prima di voi al MI AMI suonano i Virginiana Miller, un gruppo fratello praticamente. Ci sarà qualche collaborazione?
G: Sì, speriamo di sì, nei prossimi giorni ci organizziamo.

(A questo punto ci fermiamo. Arrivano i dischi. Tommaso, che ha curato la parte grafica, lo gira e lo rigira. La confezione è simile a quella degli scatoloni per i traslochi, con tanto di nastro adesivo da tagliare con il cutter per poterlo aprire. Dentro i due dischi – quello vero e quello vergine - e un libretto con dentro di tutto: testi, foto, appunti di lavorazione, titoli provvisori..., NdA)

Soddisfatto?
T: Sì, sì... guarda che bello il retro così pieno di titoli!
G: Nella confezione poi abbiamo messo anche una bustina con l'antrace...

Tornando al live: 24 tracce non sono facili da integrare con i pezzi vecchi per mettere insieme una scaletta. Come pensate di fare?
T: Faremo con calma. Non inizieremo facendo subito tutti i pezzi nuovi, anzi. Noi ci siamo sempre sentiti un gruppo diesel. Tutti i nostri tour sono durati due anni, a parte quello di "Pianissimo Fortissimo" per i casini con la EMI. A parte che a loro cercavamo proprio di spiegare come noi ci fossimo mai arresi, spingendo tanto dal vivo e insistendo a lungo. Ma niente, a loro interessavano le edizioni, la Siae, dei concerti non gliene fregava un cazzo. Anche se è sbagliato. Comunque speriamo di girare tanto e proporre le canzoni piano piano. Adesso ne abbiamo messe in scaletta sette o otto. Vorremmo cambiare sempre la scaletta, in modo che la gente non veda mai due volte lo stesso concerto.

Un'ultima cosa, che è un po' una curiosità. Spesso i gruppi si stancano di suonare i pezzi di maggiore successo. Voi "Agosto" la sopportate ancora?
T: Ci piace suonarla, ma non vogliamo sentirla come una canzone obbligata, ci sono occasioni in cui non la facciamo. Però abbiamo sempre considerato una cosa snob quella di non voler fare la canzone che ha toccato di più il pubblico, quella che ha avuto più successo. No, suona e non rompere i coglioni. Secondo me è una bella canzone, quindi non ci si stanca. Poi è una di quelle più sentite e più cantate dal pubblico. Cosa vuoi di più?

Commenti (3)

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  • fekkia 02/06/2010 ore 03:26 @fekkia

    no ragazzi sono sconvoltissimo che non sia Bersani... :O

  • Sdiggo 02/06/2010 ore 19:46 @sdiggo

    Pier Luigi? Capita spesso che non sia lui, abituati ;)

  • Pain 03/06/2010 ore 22:10 @pain

    Non vedo l'ora di ascoltare tutto il nuovo cd... e soprattutto di vedervi live! (Benedetto MIAMI!!! :D)

    Ps: Faccio il frivolo... Tommaso migliora sempre col passare dle tempo! gh! [:

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