Dentro la colonna sonora di Sulla mia pelle: intervista ai Mokadelic

Abbiamo chiesto ai Mokadelic di raccontarci come hanno lavorato sulla colonna sonora di Sulla mia pelle, il film sul caso Cucchi

- Foto via Netflix

Il 29 agosto, in apertura alla sezione Orizzonti della 75ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia è stato presentato "Sulla mia pelle", film di Alessandro Cremonini dedicato all'ultima settimana di vita di Stefano Cucchi – trovato morto nel 2009 in una stanza del reparto protetto dell'ospedale Sandro Pertini a Roma, dopo alcuni giorni di custodia cautelare per detenzione di droga. Per i gravi traumi fisici riscontrati durante l'autopsia, non presenti al momento dell'arresto, e per le condotte omissive dei pubblici ufficiali che lo ebbero in carico nei suoi ultimi giorni di vita, quella di Cucchi fu un vicenda giudiziaria di fortissimo impatto sull'opinione pubblica italiana: abbiamo rivolto qualche domanda a Cristian Marras dei Mokadelic, autori della colonna sonora del film, per scoprire che suono possa avere la violenza.

Vi ricordate le vostre reazioni quando la stampa iniziò a occuparsi del caso Cucchi?
Noi abbiamo praticamente l'età di Cucchi, in quel periodo alcuni di noi abitavano ancora nel suo stesso quartiere. Fu una vicenda molto impattante, non lasciò nessuno indifferente. È una storia italiana, che però, per fortuna, ha trovato modo di essere raccontata. L’impatto è stato stato forte. Quando ci hanno proposto di realizzare la colonna sonora del film siamo stati molto contenti, sono una una tipologia di racconto e un progetto di cui per noi è un onore fare parte.

Che ruolo volevate avesse la musica nel film?
Il ruolo della musica in realtà non è deciso dalla band. Si sviluppa sempre da un dialogo, un rapporto artistico che si viene a instaurare con il regista. Chiaramente, guardando Sulla mia pelle ci si rende conto, e ci rendiamo conto anche noi riguardandolo dopo tempo, che quella narrazione meritava e necessitava di una colonna sonora molto rispettosa. Il regista aveva un'idea molto chiara in questo. Per tutto il film, lo spettatore sta con Stefano: abbiamo cercato di creare un racconto musicale in linea con tutto il resto, con la fotografia, con la regia, con la recitazione. Crediamo che questa chiave di asciuttezza, di minimalismo, di discrezione e anche un po’ di classicismo sia l’elemento giusto per andare a toccare il punto più profondo dell’emozione.

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Approfondiamo un po' questo argomento. Il film tratta un tema caldissimo anche perché, occupandosi di un caso che ha sconvolto la storia italiana, si offre inoltre come punto di partenza per discutere l'intero sistema carcerario del nostro paese, penso ad esempio alla specificazione che Stefano sia stato il decesso in carcere numero 148 dei 176 avvenuti quello stesso anno. Quale processo avete adottato come band per creare una colonna sonora incisiva, ma al tempo stesso discreta?
La musica è nata dalla lettura della sceneggiatura. In base a quella abbiamo creato dei temi musicali, delle bozze che il regista ha sentito e sulla base delle quali si è sentito di coinvolgerci. Da lì è partito un lavoro molto approfondito di ricerca: tutto ciò che si vede nel film è la punta dell’iceberg della sperimentazione musicale che c'è stata dietro, è stato un vero e proprio pensare e ripensare le musiche. La natura scelta è la stessa del film, cioè una certa idea di imparzialità, di non giudizio. Non c’è un giudizio nel film, non ce l’abbiamo noi, non ce l’ha il regista. Sulla mia pelle non è un film contro le guardie o contro qualcosa in particolare. È il solo racconto dei fatti a generare una reazione nello spettatore. A livello di ricerca musicale, l'aspetto difficile è stato anche questo: il non andare a sottolineare o enfatizzare i contenuti e i temi trattati. È stata un po’ la chiave dell’asciuttezza, che si è tradotta anche nell'uso di strumenti più classici come il pianoforte, in maniera molto limpida. Ad esclusione di qualche passaggio, nel film non sono presenti grandi effetti. Tendenzialmente, è una colonna sonora minimale.

Delle dodici tracce, "Running rave", con cui avete scelto di accompagnare l'allenamento di Stefano, è l'unica che si distanzia dalle altre a livello di genere, poco più di mezzo minuto di trance techno. Rispetto alla ricerca scaturita dalla lettura della sceneggiatura che avete menzionato, prima di comporre avete avuto modo di indagare anche gli ascolti e le preferenze musicali di Stefano?
Rispetto a questo è stato dato un taglio molto personale: immaginavamo che Stefano facendo una corsa necessitasse di qualcosa di ritmico e abbiamo dato noi quell’interpretazione, insieme al regista. È una chiave che è stata cercata insieme.
 

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A parte il pianoforte, vi siete rapportati anche ad altri strumenti che finora non erano stati centrali nelle vostre composizioni?
Sono entrati in maniera più importante gli archi, insieme appunto al pianoforte usato in maniera un po' più classica. In alcune tracce sono presenti un po' più di sound design, di elettronica, che chiaramente sono presenti nel nostro background come band da sempre. Però, in questo film era necessario far emergere la tipologia di suono di cui ti parlavamo prima: anche negli archi, più che il suono in sé è cambiato il modo in cui lo abbiamo realizzato.

In diverse altre occasioni vi siete trovati a sonorizzare film legati a tematiche sociali, penso a Come dio comanda, ad ACAB o alla serie televisiva di Gomorra. È un caso o sono temi più nelle vostre corde?
Dietro non è che ci sia un disegno preciso. Nel vivere questa contemporaneità traduciamo in musica le nostre emozioni ed è probabilmente lì che scatta qualcosa. Abitando in questa nazione e in questo mondo, viviamo tutto quello che ci accade in termini emotivi e il nostro modo di trasformare le emozioni è la musica. Ci è capitato anche di lavorare a un bellissimo progetto a teatro qualche anno fa, Ritratto di una capitale, seguito l'anno scorso da Ritratto di una nazione, per il quale abbiamo suonato la colonna sonora dal vivo. In entrambi i casi, fondamentalmente il tema trattato era la società. Ci sono due elementi, le opportunità che ci capitano e noi che suoniamo, che si vanno a incastrare in maniera neanche troppo ordinata. Quando ci arrivò la proposta di Gomorra, ci si aprì un mondo creativo totalmente nuovo, com’è accaduto poi con Sulla mia pelle, che è un progetto diverso dagli altri. Ognuno di questi ci ha portati a cambiare, che è quello che succede quando capitano esperienze significative. Dalla colonna sonora che hai ascoltato tu a Gomorra c’è un mondo di differenza.
 

Qual è la principale?
La sperimentazione. Paradossalmente, utilizzare una chiave più classica per noi ha comportato un percorso più sperimentale. Sembra un ossimoro, ma approcciare gli strumenti in maniera classica è stata una novità, a cui ci ha portati anche il rapporto con il regista. A livello narrativo, è una storia che porta ad essere sorpresi di tutto quello che avviene intorno. Che più di cento persone abbiano visto Stefano senza intervenire. È un tema che anche il regista ha voluto specificare nell’arco di questi giorni: molti spettatori partivano prevenuti prima di vedere il film, poi si è capito che il tentativo è quello di creare una specie di fotografia, il che è molto apprezzabile.

Che sensazione avete avuto quando avete rivisto il film con le vostre musiche?
Pensavamo fosse stata la scelta più adatta. Il film avrebbe potuto avere molte sfaccettature a livello musicale: rivederlo ci ha restituito una sensazione di correttezza. L’abbiamo rivisto dopo mesi che era stato finito il mix e abbiamo pensato ok, non c’è nessun elemento musicale che fa distrarre. Questo ci sembrava il senso giusto: dovevamo raccontare di Stefano e ci sembra di averlo fatto.

Dal 12 settembre, il film è disponibile anche su Netflix.

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L'articolo Dentro la colonna sonora di Sulla mia pelle: intervista ai Mokadelic di Giulia Callino è apparso su Rockit.it il 2018-10-08 10:19:00

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