Music for Eleven Instruments - Oltre i confini dell'immaginazione Intervista

Music for eleven instrumentsMusic for eleven instruments
13/09/2016 di

Si autodefiniscono "indie pop", ma dietro c'è molto, molto di più. Un mondo sonoro che si costruisce traccia dopo traccia su immagini e immaginazione, come la colonna sonora di un film che non c'è, di un sogno ad occhi aperti. Abbiamo intervistato Salvatore Sultano, fondatore del progetto Music for Eleven Instruments, per farci raccontare quanto lontano può arrivare la sua fantasia.

Music For Eleven Instruments si definisce come un progetto “indie pop”, ma ad ascoltare la vostra musica sembra che ci sia molto di più. Come avete lavorato all'ultimo disco "At the moonshine park with an imaginary orchestra"?
Il metodo che utilizza MFEI per fare un disco è molto più simile all’idea che porta alla creazione di un quadro, un film o un libro. La struttura della musica non nasce da un rapporto tra musicisti o solo da un intuito musicale, ma è in riferimento ad immagini, suoni, rumori e parole quotidiane. Per quanto riguarda la composizione ho utilizzato lo stesso metodo di "Business Is a Sentiment": ho organizzato una stanza in cui ho messo a disposizione apparecchiature di ripresa e strumenti che avrebbero arrangiato e registrato le melodie del nuovo lavoro, seguendo la visione dei temi scelti. La differenza è stata proprio nelle tematiche. Il tema di riferimento era il pop e le sue sfumature, di conseguenza mi sono circondato di video, immagini, artisti, colori e musica che mi hanno fatto connettere e ricreare quel mondo che volevo raggiungere: il Moonshine Park, luogo in cui vi è equilibrio tra immaginazione e realtà, dove personaggi surreali raccontano fatti tratti dal reale e nell’arte trovano il modo per esorcizzare l’esistenza.

Tra le due release sono passati 6 anni, con la notevole differenza che il secondo è un disco decisamente corale, che vede all’opera ben 12 musicisti. Come mai questa scelta? E perché è arrivato a distanza di così tanto tempo?
Ho maturato il concetto degli Eleven Instruments e di come sarebbe stata la loro musica nel pieno della sua visione, immaginandola sempre di più suonata da una piccola umile orchestra anche se concentrata in brani pop. Infatti, a differenza del primo disco, ci sono strumenti come il basso, gli archi e gli ottoni che sono stati determinanti nell'arrangiamento, nel suono e nelle atmosfere che dovevano avere i brani del Moonshine Park.
È passato del tempo ma gli anni trascorsi sono stati necessari per produrre, comporre e riorganizzare il progetto. Dopo l’esperienza di "Business Is A Sentiment", la mia prima a livello discografico, ho capito che è dura farcela con la musica ed è importante muoversi bene. Con questa intenzione, ho cercato di raccogliere più informazioni possibili su come funziona la musica, come viene distribuita, promossa e rappresentata, decidendo di intraprendere un percorso personale che ha preso il nome di Dead Pop Opera, etichetta nata per rispondere alle esigenze e alle idee di MFEI e che ha visto la sua prima pubblicazione proprio con "At The Moonshine Park with an Imaginary Orchestra".



E come hai scelto i 12 musicisti che ti avrebbero accompagnato?
Alcuni amici avevano collaborato già in precedenza con MFEI facendo parte della band che portava in giro "Business Is a Sentiment": Riccardo Napoli (batteria e percussioni) e Salvatore Fichera (basso). Angelo G Mauro, un altro caro amico, ha suonato il mellotron e alcuni synth (Moog, Prophet 8) in post-produzione mentre si curava del missaggio finale dei brani. Infine, gli archi e gli ottoni sono stati selezionati dal conservatorio Vincenzo Bellini di Catania.
Sono state delle belle collaborazioni, ognuna in modo diverso. I musicisti si sono trovati ad eseguire parti che erano già state scritte, come degli attori di fronte un copione, ed è stato interessante seguire con grande attenzione sia le esecuzioni che le registrazioni per una giusta interpretazione.

Siete riusciti a registrare tutti assieme oppure sei andato tu da loro, "porta a porta"?
Dopo aver realizzato il disco e programmato la pubblicazione, mi sono trasferito a Catania e, collaborando con Fabio Trombetta, ho iniziato le sessioni di registrazione scegliendo di riprendere ogni strumento in ambienti differenti. La batteria, le percussioni, il basso e le chitarre sono state registrate allo studio Dupin, gestito da Fabio, il seguito è stato un continuo trasferire parte dello studio da paese a paese, da stanza a stanza: gli archi, il pianoforte e il glockenspiel nelle stanze della casa che avevo in affitto a Catania, gli ottoni a Belpasso in una sala prove della banda comunale, la voce e i synth nelle stanze di casa mia a Gela.



Dove si trova e che cos'è il Moonshine Park?
È stato lui a trovare me. Si è creato tutto intorno mentre cercavo di mettere su la musica di "Poptimist", il titolo iniziale che avevo pensato per il disco. Questo, nonostante seguisse la scia del pop, aveva assunto una caratteristica che si distaccava dall’idea iniziale e alla fine del lavoro mi sono reso conto che quel titolo non era più adatto a descrivere le atmosfere che si erano venute a creare perché rappresentava solo in parte l'ambiente in cui si era sviluppata quella musica.
Il Moonshine Park è il luogo in cui MFEI trova rifugio e lascia i propri pensieri prendere forma su una musica onirica realizzata tra la veglia e il sonno, lì dove la realtà subisce una leggera distorsione. Un mondo che sta tra il giorno e la notte, in parte sveglio e in parte dormiente.

Il videoclip del brano “Good Morning Imagination” è un video d’animazione estremamente curato e particolare. Che importanza e che legame c’è per voi tra un pezzo e la sua rappresentazione grafica?
Il mondo di MFEI è fortemente legato all'animazione fantastica e surreale, infatti sono proprio queste caratteristiche quelle ricercate nello stile dei registi che hanno diretto sia il clip di "Good Morning Immagination", realizzato da Adriano Motta (anche batterista del gruppo) che di "Everyone In Their Room", realizzato da Marco Missano. Essendo evocativa e onirica, la musica fa riferimento a momenti della realtà distorti, visionari, che non esistono e che quindi hanno la necessità di essere ricreati per essere resi visibili. Una rappresentazione grafica completa il messaggio veicolato dalla musica e dalle parole e ne rende vera l'esistenza.



A proposito di rappresentazione grafica, com’è nata l’iniziativa “nove illustrazioni per nove canzoni”?
Volevamo continuare a rendere visibili i paesaggi esplorati all'interno del disco ed eravamo curiosi di sapere come alcuni nostri amici illustratori avrebbero potuto rappresentarli. Così, ne abbiamo riuniti 9 e abbiamo affidato una traccia ad ognuno di loro in base alle caratteristiche dei propri stili illustrativi. Il risultato è stato bello e divertente perché ognuno degli artisti è rimasto libero di interpretare secondo la propria immaginazione e ha aggiunto forme e colori alla visione dei brani.

Il sound di questo lavoro, a cavallo fra sonorità orchestrali, elettronica e pop, è stato paragonato ai primi Radiohead e a Elliott Smith, poi Syd Barrett, Jennifer Gentle e altri. Il vostro suono, in effetti, in Italia non è un molto comune. Quali sono le vostre atmosfere di riferimento?
I riferimenti da cui sono influenzato sono sparsi nel mondo e sono diversi. Dai Radiohead, che sono stati tra quelli che più di tutti mi hanno convinto a credere nell’arte, agli Sparklehorse. Poi Daniel Johnston, Elliott Smith, Ennio Morricone, Nino Rota, Grandaddy, Ergo Phizmiz, Hanne Hukkelberg, Sigur Ròs, Greazly Bear, Blonde Redhead, René Aubry, Law, Nick Drake, Cocorosie e molti altri.

Tutte le tracce dell’album si prestano moltissimo ad essere immaginate come colonne sonore. È una casualità oppure una sorta di esperimento ragionato?
Pensare un disco come un racconto o come una tela porta la musica a diventare la colonna sonora di immagini che si susseguono e che poi creano parole. Ho avuto la sensazione di musicare piccole strane storie che circondavano la quotidianità, soffermandomi su particolari eventi che attaccavano la mia immaginazione. Non so se sia un processo casuale o ragionato, probabilmente è l’insieme di entrambe le cose che, stimolate da particolari abitudini, lo rendono automatico.



Se dico che l'immaginazione è l'elemento fondante di Music For Eleven Instruments, sbaglio?
È la caratteristica alla base del progetto. Nonostante i riferimenti nascano dal reale, questi maturano nell’immaginario e influenzano la composizione musicale e la sua rappresentazione. Ho sempre pensato che MFEI fosse solo un’idea, qualcosa che potesse essere solo immaginato e che tale dovesse rimanere. Consapevole del fatto che sarebbe stato difficile renderlo reale, pian piano ha tuttavia iniziato a prendere forma ed è tuttora in evoluzione.

Come si fa, a livello economico, a produrre un disco così complesso, che comporta l'impegno di molti musicisti, senza un supporto di una grande etichetta o di un finanziatore? Avete optato per il crowdfunding?
Non è stato facile! Ci sono voluti 5 anni durante i quali lavoravo a Red Island, un'azienda alimentare, che mi ha permesso di mettere da parte il budget minimo per poter realizzare "At The Moonshine Park". In MFEI da un lato si ha il vantaggio di concentrare in un'unica persona diverse figure (il compositore, l'esecutore in buona parte e il produttore) e quindi la possibilità di abbattere i costi iniziali, ma al tempo stesso questo aspetto rappresenta una bella fatica. La realizzazione del disco è stata possibile anche grazie anche al supporto di amici, musicisti e tecnici, che hanno lavorato alla produzione mettendo a disposizione tempo e arte.

In un’intervista di qualche anno fa, raccontavi come fosse complicata la realtà musicale di Gela, comune siciliano da cui non a caso sei andato via per trasferirti a Catania, una metropoli, al confronto. Sono ancora così difficili le cose lì?
Da quel che vedo le cose sembrano peggiorate, sia nella cultura che nell'utilizzo di essa. Mancano in partenza le strutture importanti e basilari per una società e se già queste sono inefficienti o addirittura inesistenti, mi risulta impensabile al momento credere ad una vera e propria realtà musicale con un minimo di organizzazione e in grado di dare stimoli. L’arte è l’unica cosa che potrà far riflettere il bello da queste parti.

Tag: intervista

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