Niccolò Fabi - Into the wild Intervista

Tutte le foto sono di Shirin Amini - Niccolò Fabi una somma di piccole coseTutte le foto sono di Shirin Amini - Niccolò Fabi una somma di piccole cose
21/04/2016 di

Abbiamo incontrato Niccolò Fabi alla vigilia della pubblicazione del nuovo album "Una somma di piccole cose", l'ottavo della sua ventennale carriera. L'ha registrato tutto solo in una casa in campagna, dove ha potuto fare il disco che voleva, senza le pressioni dello studio, dei provini, delle aspettative, e dove ha ritrovato il contatto con la terra, a cui i cittadini sono sempre più disabituati. Ce lo racconta in questa intervista.

Com'è stato ritornare a lavorare da solo dopo l'esperienza con Silvestri e Gazzè?
Bello (ride). Con loro è stata lunga, oltre 2 anni, abbiamo suonato ovunque, dall'Africa agli auditorium, quindi il bagaglio di esperienze da cui attingere era enorme, e ognuno di noi ha scoperto dei nuovi aspetti umani e artistici. Ho ricevuto tantissime suggestioni, come quando si imparano delle cose nuove: ho sentito la necessità di buttare tutto fuori, mettere in musica quello che avevo dentro e l'ho fatto esattamente come lo volevo io, è stato bellissimo.


Come Bon Iver ti sei ritirato in un casale in campagna e hai registrato il disco completamente da solo, infatti il disco ha un suono molto folk. Ti ha aiutato isolarti nella natura per la ricerca di questo suono?
Sono stato in questa casa a Campagnano di Roma che è stata acquistata per l'occasione, prima volta che potevo permettermi di farlo, anche se sono stato uno a cui è sempre piaciuta la campagna e la natura. Da giovane con i miei amici quando dovevamo fare una vacanza non sceglievamo mai le città, ma piuttosto andavamo in montagna o al lago, accendevamo il fuoco, stavamo davanti al camino. Sicuramente il sound si rifà a un certo, chiamiamolo indie-folk americano, ma non è che siccome ho ascoltato Bon Iver o Sufjan Stevens vuol dire che mi sono impuntato sul fare un disco così. Lo sentivo già dentro di me, da giovane è un genere che ho ascoltato molto ed è tuttora tra i miei ascolti quotidiani, per esempio con Bob Dylan e James Taylor, e mi sono sempre sentito vicino a quel modo di fare musica.

Qual era la tua routine giornaliera? Le canzoni sembrano tutte così poco forzate, sono emerse in modo naturale seguendo il flusso delle tue idee, l'ispirazione, o ti sei seduto alla scrivania e ti sei imposto di scrivere?
È stato un po' di entrambe le cose. Non mi sono del tutto trasferito lì, ci andavo di giorno e la sera tornavo a casa perché comunque la vita vera è un'altra cosa, per esempio ho un figlio da accompagnare a scuola e quindi ho dovuto mediare con gli impegni del quotidiano. Ogni tanto mi sono concesso la licenza di restarci 2-3 giorni. Tutto è stato scritto, suonato, cantato da me. Non sono uno che fa tanti provini, reincisioni. Volevo pubblicare registrazioni che fossero quanto più vicine possibile alla forma originale che avevano i brani sul nascere e anche in questo ho seguito la strada che le canzoni prendevano naturalmente.



A differenza dei tuoi colleghi Silvestri e Gazzè, che hanno pubblicato due album estremamente elaborati a livello di arrangiamenti, tu hai scelto una via decisamente più essenziale. Le parole sono molto in prima linea.
È il genere stesso che lo richiede. In una forma così pulita è normale che le parole risaltino di più. Il disco è attraversato da diverse dinamiche emotive sia sociali che personali, quindi era assolutamente necessario fare una scelta per sottrazione per veicolare il messaggio.

Nel corso di questi vent'anni di carriera com'è cambiato il tuo approccio alla scrittura?
Alcune cose sono cambiate moltissimo, altre invece sono rimaste uguali. E poi considera che a questi vent'anni di carriera ne devi aggiungere dieci in più, perché il mio debutto è di 20 anni fa ma io scrivevo da molto prima. Però io credo di essere migliorato molto come autore, perché il mio stile diventa più vero mano a mano che invecchio, è un genere che più hai rughe, ferite e cicatrici più diventa espressivo. Un po' il contrario del punk, che non puoi suonarlo a 50 anni, perché essere un adolescente incosciente fa parte della musica stessa.



Il tema della claustrofobia della metropoli e del ritorno alla campagna sono consequenziali nei due brani “Ha perso la città” e “Filosofia agricola”?
Sì, anche se sono due brani molto diversi. Il primo è fatto di tante immagini, è un testo quasi fotografico, il secondo è più, appunto “filosofico”. Io credo che stiamo facendo del male alla nostra Terra, che l'uomo abbia perso il contatto. Costruiamo ovunque e a cazzo di cane, abbiamo problemi grossi di abusivismo, distruggiamo le coste. In passato l'uomo sapeva seguire il corso della natura e adattarsi attorno a quello che offriva, senza disturbarla ma seguendola, adesso non abbiamo più rispetto per nulla. Secondo me bisognerebbe ritornare ad avere un certo contatto con la terra.

“Le cose non si mettono bene” è una cover degli Hellosocrate, come hai conosciuto la band e perché hai scelto proprio questo brano?
Ho conosciuto gli Hellosocrate durante il festival Musicultura, ero in giuria e li ho votati. Mi piaceva molto la loro scrittura. Poi un paio d'anni fa ho saputo che il cantante Alessandro purtroppo era morto in seguito a un brutto tumore che non era riuscito a sconfiggere. Sono stato molto colpito dalla vicenda umana, quando muore una persona così giovane non si può non esserlo, inoltre quando è un artista a lasciarci c'è il rimpianto per tutto quello che avrebbe potuto scrivere, diventa una questione quasi iconica. Sono andato a riascoltarmi un po' di cose e ho riscoperto questo brano che mi piaceva molto.

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In “Non vale più” dici “Le grandi rivoluzioni fanno molta paura come molta paura fa fare grandi rivoluzioni”. Secondo te in Italia abbiamo paura di fare la rivoluzione?
(sospira). Siamo un popolo molto conservatore, e non abbiamo la coesione che hanno altri stati, mi limito a dire europei.  Abbiamo paura del cambiamento, siamo stati dominati da tantissime civiltà diverse e abbiamo vissuto le invasioni con terrore

Tag: intervista

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