Noyz Narcos: smetto di fare dischi, non smetto con la musica Intervista

Noyz NarcosNoyz Narcos
13/04/2018 di

Abbiamo incontrato Noyz Narcos qualche giorno fa, prima della pubblicazione dI "Enemy". Ci siamo fatti raccontare perché questo sarà il suo ultimo album e cosa si immagina di fare dopo. Per esempio, il regista.

Perché hai scelto questo titolo, "Enemy"?
I miei ultimi due album solisti hanno tutti un nome singolo, "Guilty", "Monster" e ora "Enemy". L’inglese ti permette di essere molto più lapidario. Io poi vengo dal writing, visivamente un titolo singolo ha tutto un altro impatto. Per quanto riguarda il significato potete scegliere quello che preferite, il nemico posso essere io oppure chiunque mi si opponga.

E questa copertina horrorcore?
La copertina è stata disegnata da Scarful, un talentuoso artista e tatuatore romano. Sono molto pignolo su queste cose e mi fido di pochissime persone, lui è l’unico in grado di dar forma ai miei pensieri in poco tempo. Scarful aveva già realizzato le copertine di "Verano Zombie" e "Guilty", ha uno stile molto riconoscibile, mi è bastato dargli un paio di parole chiave su cui lavorare (teschio, violenza, guerra) e ha subito colpito nel segno. "Enemy" è il mio ultimo album, volevo donargli una nobiltà anche estetica, ha una rilegatura particolare, curata e in rilievo. Non tutti si sbattono a curare personalmente tutti questi aspetti della produzione ma, stampando anche in vinile, volevo avere sotto controllo ogni minimo dettaglio dell’artwork. È un altro lato creativo della musica che, a mio avviso, dona tutto un altro spessore al prodotto per intero.

La scelta delle basi com’è avvenuta?
È stato un album, se così si può dire, cucinato con i produttori. Ci siamo rivolti a molti producer, la fase d’ascolto purtroppo è durata molto perché non trovavamo nulla che ci soddisfacesse a pieno. A volte collabori con dei producer che conoscono il tuo modo di agire, che magari sono anche dei rapper e quindi sono in grado di intendere il tuo stile di scrittura e crearti delle basi su misura. Mi è sempre piaciuto chiudermi in studio ed essere presente al momento della realizzazione delle mie basi, non tocco più gli strumenti, ma partecipo attivamente alla stesura. Sono molto puntiglioso, espongo continuamente la mia opinione sulle batterie, i giri di basso etc. Tutte le tracce sono state partorite a 4 mani, con Sine e Skinny ovviamente, ma anche con Parix e con gli altri. Skinny ha avuto un ruolo particolare perché qui a Milano ci siamo appoggiati al suo studio, che è fantastico. Ho dovuto passare dei mesi a stretto contatto con lui, mangiando e andando insieme a bere il caffè. Abbiamo un ottimo rapporto, non sarebbe stato possibile fosse stato il contrario. È stato il supervisore dell’album per intero.

Gli Slayer hanno di recente annunciato che il loro prossimo tour sarò l’ultimo, sei stato influenzato dalla loro scelta?
Nella vita sicuramente sì, in quest’album non credo. Quando militavo in un gruppo, nell’album con Fritz, le aspettative di ogni lavoro erano suddivise in più parti. Non ho più voglia di subire questa pressione, ho veramente una produzione copiosa rispetto ai miei 12\13 anni di carriera. Fare un album è qualcosa di emotivamente provante, di faticoso, e ora tutte le aspettative sono riposte su di me. Le critiche, i commenti negativi, alle volte riescono veramente a distruggerti la giornata. Questo è il mio quinto album solista, ho il mio stile, faccio la mia roba da anni ma è ormai difficile continuare a rinnovarsi rimanendo se stessi. Se avessi fatto un disco samba-trap, magari, avrai potuto iniziare a parlare del mare, del sole. Ogni disco, se non sei uno che fa canzonette, ti pesa. Ogni tua affermazione comporta degli strascichi che hanno i loro risvolti anche nella vita reale. È vero che non siamo qui a fare politica ma facendo rap ergiamo comunque una bandiera. Non ho detto che smetterò di fare musica, magari uscirà qualche compilation, qualche mixtape, qualcosa di più leggero, di sicuro comporrò altre canzoni. Ho detto che questo è il mio ultimo album, non che smetterò di fare musica.

Quando partirà il tour e che formazione ti accompagnerà?
Il tour partirà a fine maggio, si fermerà per un mesetto, e ripartirà a oltranza per la sessione invernale. Anche le formazioni saranno, per forza maggiore, diverse per le due fasi del tour. I miei concerti hanno sempre avuto un post concerto con una selezione musicale diversa, elettronica, dancefloor. Le fasi pre e post verranno curate da Sine, il mio produttore, che si affiancherà a Gengis Khan, il mio storico dj, presenza fissa sul palco durante il concerto. Per la fase invernale spero di riuscirmi a portare in tour qualche altro bravo collega.

Ho visto nella tua intervista a “down With Bassi” che “Sinno Me Moro” in realtà era un’idea che avevi già maturato da tempo. Come mai solo in quest’album ha finalmente trovato vita? Ci dici qualcosa anche del video?
All’inizio della mia carriera producevo anche basi. Gabriella Ferri l’ho ascoltata tantissimo a casa mia dove i suoi vinili sono stati consumati da mia madre e mio padre. Questa base in effetti l’avevo campionata anni fa ma non avevo mai trovato lo spunto giusto per costruirci sopra un pezzo. È rimasta salvata nella cartella “Basi”. Il video volevo girarlo col lo stesso carrozzone ma per le strade di Roma, sul concludersi della notte correndo sui sampietrini bagnati. Ma nella capitale, per ovvi motivi, sono necessari duemila permessi per inquadrare ogni monumento. Alla fine abbiamo optato per Tor Vergata.

Ma questa passione per la canzone romana è ciò che ti ha anche avvinato a Carl Brave x Franco 126, loro sono stati molto bravi a declinare questa componente popolare nel rap.
Anche collaborando con loro volevo riuscire ad avvicinare questi due mondi ed è la caratteristica della loro musica che mi ha colpito di più. Lo stornello romano a mio avviso ha molti più aspetti comuni col rap che tanti altri generi musicali, parla di strada in maniera molto schietta e diretta, di faccende strane che succedono nelle piazze e nei mercati, è molto spesso sboccato e parlato, in qualche modo, sempre sarcastico e rivolto verso i poteri forti. È una ricerca musicale che mi ha sempre affascinato.


In una recente intervista hai ammesso che ti fa un po’ tristezza vedere Flavour Flav dei Public Enemy scimmiottare il suo personaggio di tanti anni fa. Hai iniziato a fare rap quando ancora questo genere non era diventato un fenomeno di portata subendone anche le conseguenze, dall’inchiesta alle critiche. Che senso ha ritirarsi dal gioco in questo momento storico in cui sei ormai venerato come uno dei maggiori esponenti italiani e il rap ha finalmente trovato il suo spazio?
Mi dispiace perché l’ho visto a 15 anni al Pala Marino che saltava come un grillo e ne ho un bellissimo ricordo. Vedere gli idoli americani ingrigirsi mi fa un po’ tenerezza. A 50 anni non puoi affrontare un concerto con la stessa energia di un ventenne. Fortunatamente non ho iniziato a fare rap per soldi come fanno molti giovani al giorno d’oggi. Non credo sia sbagliato guadagnare con la propria arte, dico solo che per avere una credibilità, per durare come artista per 15 anni, bisogna probabilmente porsi in un’altra maniera. Non esistevano i locali alla moda negli anni '90, il rap in Italia era una questione di centri sociali e spazi occupati. Tutto il rap d’oggi si è piegato verso delle sonorità pop, verso un prodotto impacchettato per le famiglie. Ai nostri tempi, noi che facevamo rap, eravamo considerati dei reietti. E poi portavano dei contenuti che non erano riproducibili in radio e nelle televisioni, chi voleva la nostra musica doveva veramente venirsela a cercare. Un mio amico che lavora a New York mi ha detto che non potevo fare scelta migliore. Smettere nel mio momento di apice, così nessuno mi potrà rimproverare nulla.

Eppure dalle collaborazioni del tuo album traspare una grande fiducia per la scena attuale.
Non credo che tutti gli artisti si siano snaturati per soldi. Sono molto fiducioso, ottimista, sono solamente un po’ invidioso, sono arrivato nel momento sbagliato. Ma sono contento che finalmente ci sia da lavorare per tutti, che finalmente si vendano dischi, era ora che anche in Italia si raggiungessero questi numeri. Avendo iniziato a suonare nei centri sociali è normale che la mia musica fosse influenzata dalla musica dei tempi, dal punk e dal metal, al giorno d’oggi le sonorità che vanno sono altre ed è normale che anche il rap adotti nuove sfumature. Invece di fare dei pezzi con i miei compagni storici ho preferito cavalcare questa nuova wave, con la gente che sta producendo un sacco di roba che spacca adesso, con i nomi più freschi del momento.

Avevi già partecipato al disco di Rkomi sfornando la tua prima strofa con l’autotune e ora lo ritroviamo sul tuo album. A me musicalmente sembrate abbastanza distanti ma, di tutti questi nuovi interpreti, è quello in cui ti rispecchi di più?
Infatti musicalmente in realtà condividiamo poco, ma credo sia proprio dovuto a questo scarto generazionale che ci divide. Come persone abbiamo molti più punti in comune, credo sia un pischello cresciuto come me per la gente che ha frequentato, per il quartiere da dove viene, probabilmente avremmo passato delle vicende simili. In quest’ottica ci sono molte affinità, c’ho messo un po’ ad accettare il movimento trap ma devo riconoscere che in realtà ci sia molta roba valida. Rkomi è stato il primo a colpirmi. A me i rapper che parlano solamente di rap annoiano, lui ha un panorama di temi molto ampio.

Tuo padre si dilettava a dipingere, tu hai studiato al liceo artistico e, prima che rapper, eri tatuatore e writer. Si può dire che sei arrivato al rap attraverso il mondo dell’immagine. In quest’ottica, come ti vedi in futuro, io ti immagino come regista.
I tatuaggi li ho proprio mollati per il rap. La musica mi garantiva una carriera migliore ma sono sempre stati una mia passione e mi piacerebbe tornare a tatuare un giorno. Ho un negozio in Ticinese da portare avanti e mi piacerebbe aprire un locale, ma la regia è sempre stata una mia passione. Tutti i componenti del Truceklan, fin dal suo debutto, si erano contraddistinti per una forte connotazione cinematografica che andava dagli horror ai polizieschi. Abbiamo sempre puntato molto sull’immagine, io ho sceneggiato la maggior parte dei miei videoclip e ho preso parte attiva alla regia di tutti. Se non fossi diventato un rapper il mio sogno sarebbe stato proprio quello di diventare un regista.

Da appassionato dei film horror la scelta di uscire di venerdì 13 è stata ponderata?
In “Mark Renton” c’era un rima che diceva che il disco sarebbe uscito venerdì 13, senza ancora saperlo, l’avevo scritta 6 mesi fa. Poi l’ho cancellata, alla fine, per puro caso, il disco uscirà veramente venerdì 13 aprile ed ora me ne sono pentito.

Tag: rap italiano intervista

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