Phill Reynolds - Suonare e conoscere il mondo, come Woody Guthrie Intervista

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12/11/2015 di

Silva Cantele, in arte Phill Reynolds, è un musicista con diversi progetti che spaziano dal folk americano al punk. Ma è con il suo progetto solista che sta riscuotendo le maggiori soddisfazioni sia in Italia che all'estero. Ci siamo fatti raccontare com'è la vita in solitaria in tour, e come fa a coordinare tutte le idee che gli passano per la testa per tutti i progetti che segue.

Quando nasce Phill Reynolds?
Nasce a fine 2010, prevalentemente per un mio rinnovato entusiasmo per la chitarra acustica dopo tante esperienze in elettrico con diverse band e l'ascolto, anzi la folgorazione a suo tempo, sia per Blind Willie Johnson che per produzioni più attuali come, di sicuro, The tallest man on earth, ai limiti del plagio per quanto mi riguarda, e anche per il primo di Bon Iver. Quando ho ascoltato per la prima volta “Skinny love” con questi suoni molto vecchi, questo dobro molto blues, queste melodie e questo falsetto e l’ho sentito come una cosa molto attuale che mi ha convinto da subito. Da lì è partito tutto. 

Dal 2010 hai fatto uscire due ep, un disco registrato col telefono e uno split con Threelakes. Come mai hai aspettato fino al 2015 per fare uscire il primo disco? 
In parte è dovuto agli impegni con Miss Chain & The Broken Heels (l'altra band in cui milito) che se sono stati molto soddisfacenti ma allo stesso tempo molto impegnativi. In realtà questo album poi è stato registrato in quattro giorni del 2013 nello studio di Bruno, batterista dei Miss Chain. Dopo le registrazioni di questo disco, ho registrato l’album col telefono, il quale ha avuto un successo per me quasi inaspettato, dato che era più un esperimento, e poi lo split. Nel frattempo questo disco ho iniziato a odiarlo, non mi piacevano più tante cose. Poi è seguita una fase in cui ho iniziato a lasciarlo stare e adesso invece riconosco che c'è del buono. Bruno ha fatto un ottimo lavoro.
Dopo averlo registrato due anni fa mi sono detto "Finora hai fatto le cose alla vecchia maniera, do-it-yourself, magari stavolta un po' di promozione, un'etichetta, un booking magari sarebbe il caso”. Muovendomi con molta calma, continuando comunque a suonare, ho ottenuto questo.



Quando hai capito che avevi le canzoni giuste per l'album?
Quando ho avuto un numero di pezzi fatti e finiti, rodati, di cui ero sicuro, i cui arrangiamenti erano definitivi. Rispetto ai lavori precedenti, ho aspettato un po' prima di programmare una release, volevo fare un disco più lungo, che avesse almeno una buona mezz'ora. Io sono bulimico, ho nel telefono almeno un'altra quarantina di idee per pezzi nuovi tra Phill Reynolds, Miss Chain e altri progetti. Di pezzi magari ne ho anche troppi, dato che mi sveglio di notte, faccio fatica a dormire e mi metto a comporre. Mi spiace avere lacune tecnologiche per non poterle registrare meglio in casa, ed ecco il motivo per cui è nato il disco registrato con il telefono, volevo farlo uscire il prima possibile. In questo sono stato anche spinto da Gabriele Brucieri, grandissimo artista che si è anche occupato della copertina dell'ultimo disco il quale mi ha detto: “Mi sei sempre piaciuto dal vivo con tutti i tuoi gruppi, sei molto particolare, sei molto tuo, molto indipendente, se hai bisogno di qualcosa anche per le prossime cose conta su di me”. Era 26 dicembre e un mese dopo avevo il disco in mano, fatto e finito. Non è seguita nessun promozione ma ho visto che mi è stato molto richiesto ai miei concerti quindi è andata bene anche così.

Come mai poi hai scelto un'etichetta italiana per un progetto che come suono, lingua e riferimenti potrebbe avere uno sbocco internazionale?
Io sono ancora un po' naif, sono l'ultima persona che si mette a scrivere mail per cercare contatti, non ci riesco. Gabriele del Locomotiv di Bologna mi aveva invitato a suonare a una rassegna di musica “folk” a Bologna in piazza Verdi due anni fa. Finito il concerto mi ha fermato, mi ha fatto molti complimenti e un paio di appunti che ho molto apprezzato. Io vado molto a sensazione: è stato super-sincero, super-diretto e molto onesto, parlando anche di cose che secondo lui mi avevano influenzato (e c'erano tutte). Si è proposto e io ho accettato. In seguito, più persone mi hanno detto che avrei sbagliato nel non cercare qualcosa all'estero, dato che ci avevo già suonato ed era sempre andata bene come in quest’ultimo tour, ma a me andava bene così. Insomma etichetta italiana perché è stato il primo a dirmi facciamolo e per me andava bene così.



E adesso per andare verso l'estero? Basta un Soundcloud?
Mah sai, anche lì, la volontà di fare il passo verso l'estero c'è, ne ho bisogno e ci sto lavorando per il tour. Per ora ho visto che funziona molto bene il passaparola e soprattutto l'aiutare musicisti esteri a trovare date qui o anche ospitandoli: nella mia casa ogni mese dormono due o tre musicisti anche stranieri, così si sono create reti, magari di profilo medio basso, ma sane e dalla grande umanità. Io rimango della scuola di Woody Guthrie, del continuare a girare e suonare, a testa bassa, e infatti mi stupisco ancora quando dall'estero mi arriva qualche richiesta di informazioni in più, in quanto io non faccio assolutamente nulla per promuovermi. Ho a malapena una pagina Facebook che sto imparando adesso come gestire meglio. Ho la fortuna di avere al mio fianco Alberto Zordàn de il Buio e della Hoodooh mio amico da dieci anni con cui sto lavorando benissimo e in comunione di intenti e qualcosa in più si sta muovendo anche all’estero. Poi durante il mio ultimo tour negli Stati Uniti sono stato invitato ad registrare per il sito Daytrotter di cui non conoscevo l'importanza da sfigato quale sono ma ho scoperto che prima di me vi hanno registrato Bon Iver, The tallest man on earth, Taylor Swift, Steve Van Zandt della E-street band, Dolly Parton. Questo potrebbe essere un buon trampolino.

Nonostante i gusti e i tour però rimani in Italia. Però c'è qualcosa che stona: sei un cantautore, ti presenti col chitarrino e non ci racconti la provincia. Che succede?
Non so, a me viene spontaneo, quando qualcosa mi colpisce fortemente come nel caso di “Black Sea”, quattro anni fa, uno dei pezzi più vecchi dell'album, c'era il boom mediatico o come nel caso della politica corrente, di questo "nuovo" flusso migratorio, mi sono immedesimato nella situazione descritta, dopo un racconto letto su L'Internazionale.
Per “Dhakka”, stessa cosa: ho letto di un'esplosione in questa ditta e sono stato fortemente colpito. Noi nel Veneto, il Veneto di Benetton, in cui l'imprenditorialità la fa da padrona, magari con mille sotterfugi, lo sporco si tiene fuori (a proposito ti consiglio la lettura di "Cartongesso" di Francesco Maino).
La provincia però la vivo ogni giorno, soprattutto nell'alto vicentino che a detta di molti musicisti è un ottimo posto in cui vivere. Sarà che si beve parecchio e quindi anche il baretto con venti avventori in più ha i soldi per chiamare artisti a suonare. Da dire però che è un ottimo luogo a dire che è un luogo in cui tutti ascoltano attentamente i concerti be', sarebbe ipocrita. Fino a tre anni fa Checco de Il Buio organizzava a Thiene la cena delle band con due condizioni basilari: bastava aver fatto almeno tre concerti (per coinvolgere anche i ragazzini più piccoli) e bisognava avere almeno tre componenti della band, se era una band, che avessero abitato a Thiene o risiedere a Thiene: eravamo in 94. 



Il disco si chiama “Love and Rage”. Per quanto riguarda la parte Love, questa è presenta più dal punto di vista affettivo nel disco, per quanto riguarda la famiglia e gli amici (come “Anchor” che ti stai portando dietro dal primo disco). Per quanto riguarda invece la componente Rage?
Il disco resta prevalentemente un disco di amore, e infatti il titolo è “Love and Rage” e non “Rage and Love”, però per esempio “Tell me” è ancora nella mia testa un pezzo hardcore (porta il ritmo sul tavolo, n.d.r.) che avrei suonato volentieri con i Radio Riot un tempo, e molte canzoni hanno una certa tensione: per esempio “Kisses” per come l’ho suonato o per piccole sfumature che magari riesco a notare solo io, resta ancora così. Dall’ombra possono nascere delle cose molto belle e comunque ci serve anche l’ombra per capire l’importanza della luce, soprattutto quando la luce è eccessiva, brucia e fa male e non esiste bene assoluto e male assoluto, infatti al di là di arrivare a parlare di Ying e Yang, per me Love and Rage sono due sentimenti che hanno una matrice comune, tante volte la rabbia più frustrante l’abbiamo provata per amore e mi piacerebbe che il disco fosse motivo di carica, di riscatto. Per me principalmente, in maniera se vuoi egoistica, è terapeutico.




In questi giorni in Italia c’è molto dibattito sulla partecipazione ad X-factor da parte di concorrenti che già fanno parte del giro musicale. Come per esempio, per affinità, l’anno scorso An Harbor…
E certo che lo so. Eravamo reduci da quattro giorni insieme io e lui e al primo giorno mi ha chiesto se potevo ospitarlo l’ultimo giorno perché avrebbe dovuto prendere un treno per Roma la mattina ma senza specificare il perché, svelato giorni dopo.
Mi ci sono immaginato anche io nella stessa situazione e non so come abbia fatto Fede per quello che mi ha raccontato. Il talent è gestito dalle etichette. Ovvio che non può funzionare per un progetto come il mio. Anche lui (An Harbor) ha fatto il suo pezzo e già si capiva come sarebbe potuta finire, avendo trent’anni e un'identità non malleabile. È stata lodata la bravura ma l’esperienza finiva lì. Ecco vendendo quest’esperienza avrei potuto farlo anche solo come promozione ma allo stesso tempo non ne sento la minima urgenza.

Tu sei stato molte volte in tour all’estero. È sostenibile secondo la tua esperienza? Anche solo come investimento. 
Dal punto di vista dell’investimento, di certo il tornaconto di visibilità in Italia al ritorno c’è, sarebbe ipocrita dire il contrario. Se parliamo dell’ultimo tour, organizzato da Viking Moses, il fatto di avere un referente in loco, ma anche nel piccolo, con date da 20 a 300 persone, aiuta, anche al di là delle copie vendute in più. Poi dipende molto dal tipo di tour, in quali posti si suona, con chi e come. C’è chi se lo può permettere, nel mio caso non ti nascondo che ho dovuto poi chiedere aiuto a mia mamma. Però credo che l’esperienza negli Stati Uniti per me sia stata sempre importante perché lì, al di là dell’effettiva tecnica e della qualità delle canzoni, percepiscono molto se uno ci creda e se poi butti fuori tutto.



Com’è la vita in tour da solo?
Da solo è tosta. Tour europeo di giugno dell’anno scorso, 4000 km in due settimane, con anche un aereo in mezzo per tornare in Italia dove avevo una data, mai più. Ma questo anche solo per gestire i piccoli inconvenienti. Anche se devo dire che le difficoltà aumentano l’esperienza. A me piace tantissimo viaggiare da solo ma un conto e fare tre quattro date, un conto è farne così tante. Magari potrei fare meno date ma non è sostenibile economicamente. Poi in Italia, col mio volume di pubblico potrei fare anche molti concerti rispetto ad altri. A me piace poi stare in macchina, riascoltare musica, buttare giù idee per nuovi pezzi al telefono, ragionare. Se facessi tutte le date con qualcun altro magari mi darebbe fastidio. Ecco però di sicuro devo imparare ad usare Blabla car.

Progetti per il futuro?
Live di sicuro. Sto pensando di ritornare negli Stati Uniti viste le richieste, magari per promozione. Ci sarà poi il vinile con Locomotiv e diNotte, stampato in serie limitata e con copertine fatte come collage da me a mano sfruttando le immagino prese da questa “Enciclopedia della coppia”, libro di un maschilismo vergognoso ma con delle foto gigantesche con cui fare dei collage. Poi con Astrid dei Miss Chain abbiamo delle idee un po’ più “mattarelle”, una via di mezzo tra Morricone, Timber timber e Nick Cave con del disagio aggiuntivo, e l’altra più vicina ad un punk rock più melodico e tirato. Be', e poi poi si vedrà… Sto anche tornando a scrivere cose più hardcore ma almeno oltre autunno dell’anno prossimo.

Commenti (1)

  • Silvio Bernardi 13/11/2015 ore 10:03 @rudefellows

    bellissima intervista e bellissimo disco.

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