A Classic Education: i primi della lista Intervista

11/06/2012 di

Nella carriera degli A Classic Education si contano circa quattrocento date, due tour americani molto lunghi, due tour europei, quattro South by Southwest, due CMJ, un Indietracks, un Europavox, un Eurosonic, tre MI AMI. In una lunga intervista ci raccontano tutto: cosa significa stare in America sette settimane, fare tour con i Cloud Nothing o gli Okkervil River, la scena (italiana e no), immaginari, immaginazione, e belle immagini. Oltre al segreto per diventare famosi.

Come siete arrivati a questo disco?
Jonathan Clancy: Inizialmente gli A Classic Education sono nati in casa. Dopo i Settlefish ci eravamo stufati della sala prove e volevamo concentrarci più sulla melodia e su un certo tipo di arrangiamento, quindi ognuno di noi scriveva per conto suo e poi mettevamo insieme le idee. “Call It Blazing” invece è a tutti gli effetti il disco di una band. Più che in sala prove è nato dal vivo, siamo entrati in studio con pezzi che portavamo in giro già da tre-quattro mesi.

Cosa vuol dire “Call It Blazing”?
JC: E' una piccola chiamata alle armi. Più in generale, volevamo un titolo con una frase dove A Classic Education fosse il soggetto, quindi “gli A Classic Education lo chiamano bagliore, infuocato, acceso” ci sono tante traduzioni. Era un modo per caricarci e far vedere che le storie raccontate nel disco erano storie di fuoco vivo. Per noi l'importanza di una parola non deve essere per forza connessa ad una frase di senso compiuto. Una parola come blazing, anche solo come viene detta, ha un suono, un immaginario, e sono particolari molto importanti per noi.

Trovo che le nuove canzoni siano meno immediate rispetto a quelle degli ep, necessitano più di un ascolto.
JC: Sono contento se dici che hai avuto bisogno di più ascolti, secondo me è la forza che hanno gli album. In un sette pollici stai presentando una sola canzone, è chiaro che ti arriva subito, qui invece ne presentavamo dodici e per forza di cose ci siamo fatti influenzare dall'idea di scrivere un album, anche se non è assolutamente un concept, ci sono dei fili conduttori all'interno del disco. Siamo una band che si è sempre espressa su ep e singoli, era molto importante arrivare preparati a un album. Siamo partiti come una band che voleva buttare fuori una roba al mese, come si deve fare, ma alla fine ci abbiamo messo tre anni per fare un disco.
Paul Pieretto: Avevamo l'esigenza di fare con calma, senza l'assillo, senza la pressione che l'album dovesse uscire a breve se no l'hype spariva e tutte 'ste puttanate qua. Volevamo far fluire la composizione e, man mano che avevamo delle cose che stavano molto bene insieme, costruire il resto.

Nel 2012 la parola “derivativo” conta ancora qualcosa? Vi faccio un esempio: “Out of tune” dei Real Estate è una delle mie preferite dell'anno scorso, nonostante io l'abbia sentita milione di volte mi sembra ancora una b-side degli Shins. Mi domando se oggi sia più importante scrivere belle canzoni rispetto a rincorrere il nuovo a tutti i costi.
JC: Mi fa ridere perchè noi conosciamo personalmente i Real Estate e avevamo ascoltato quel pezzo prima che fosse registrato su disco, io l'ho sempre chiamato il pezzo alla Fletwood Mac, per dire... E' soggettivo. Noi siamo molto orgogliosi, mi darebbe parecchio fastidio se avessi qualcosa che assomiglia ad un altro gruppo.

Beh, per anni vi siete sorbiti l'accusa di copiare gli Arcade Fire. Anche i Giardini sono partiti con evidente debito verso i Mogwai e poi sono arrivati ad un suono propriamente loro, con voi mi pare sia lo stesso.
JC: Si, tra l'altro non siamo mai stati avari, abbiamo sempre pubblicato tutto. Gli Ep documentano bene il percorso che abbiamo fatto per trovare il nostro suono, alcune cose le considero errori, altre sono riuscite meglio. Non abbiamo mai avuto paura di far capire all'ascoltare dove stavamo andando a parare e con “Hey There Stranger" abbiamo scoperto cosa volevamo, sentendo quei pezzi ci siamo detti: ecco questi sono gli A Classic Education, è questo che siamo. E anche i Real Estate hanno un loro suono, a mio avviso l'hanno avuto fin dagli inizi. Il suono è una cosa diversa dai rimandi, o dagli arrangiamenti che possono ricordare altre band. Per noi è una cosa molto molto importante. Così come avere un proprio immaginario riconoscibile.

Ho sempre creduto che avere un immaginario fosse necessario per una band, ma mi chiedo: se ha un gruppo non ce l'ha, se ha poca immaginazione - se non gli viene naturale scegliere dei motociclisti come immagine guida di un disco, ad esempio - che fa?
JC: Secondo me immaginare è ancora una cosa super affascinante. Se tu prendi le copertine dei Roxy Music, o anche di artisti di super avanguardia, prendi Keiji Haino, che continua ad avere questi capelli lunghissimi, sempre vestito di nero. Non è solo scegliere un'immagine precisa, ad esempio questi motociclisti degli anni '60, trovati in un libro del fotografo Danny Lion, non è solo quello, è inserire delle suggestioni che si accompagnino alla musica. Prendi la nostra copertina e la scelta di usare solo due colori, bianco e nero: è un tentativo di far parlare il resto, è come suggerire all'ascoltatore che gli altri colori emergeranno in qualche altro modo. E poi il bianco e nero può rimandarti a tutta una serie di altre suggestioni, sono più delle sensazioni che un'indicazione precisa a un immaginario preciso. E' chiaro che sono letture che non puoi avere a un ascolto superficiale, arrivano solo se lo vuoi e solo se hai un ascolto attento, e non è detto che arrivino.

Per fare il musicista in Italia è obbligatorio cantare in Italiano?
JC: Fare il musicista... sono parole da mettere tra mille virgolette. Per dire, se mi chiedi se si riesce a trovare un pubblico pur cantando in inglese ti rispondo si, tralascerei l'aspetto economico perchè ormai credo sia poco rilevante. Diventa una scelta di vita, devi avere chiaro cosa vuoi fare, io voglio suonare, so che per i prossimi dieci-quindici-vent'anni suonerò e se suonare non mi porta mille euro al mese, troverò altre cose per compensare, se ne prendo trecento dalla musica ne troverò settecento altrove, è semplice. Forse questo è un momento in cui c'è un po' meno attenzione ai gruppi che cantano in inglese, ma è ciclico: dieci anni fa era completamente diverso, magari tra cinque anni cambierà...
PP: Per la lingua... la nostra percezione è che Bari sia come Chicago, o come Cleveland, perchè ai concerti trovi la stessa passione: gente che ti chiede gli autografi, che viene a chiederti di determinate canzoni e allora capisci che a quei pezzi si sono proprio appassionati. E questo sia in Puglia che in America.

L'Italia è un buon posto per fare concerti?
JC: L'Italia è una bella situazione, onestamente non è il posto migliore d'Europa dove suonare, per me la prima è la Germania, dove c'è una accoglienza altrettanto super, forse addirittura migliore. Il problema è che in Italia si sta bene, il tenore di vita è alto, forse i gruppi qui si abituano un po' troppo e fuori non ci vogliono andare.
PP: Ci sono differenze, ma ogni posto ha i suoi pro e contro. In America non ti danno mai da dormire però il motel ce l'hai sulla highway sempre disponibile a 60 dollari per tutta la band. Dipende quindi cosa cerchi, che orizzonti hai, se vuoi provare confrontarti con realtà un pochino più internazionali, più lontane. La mia classifica personale sull'Europa: Olanda al n.1, l'accoglienza che c'è in Olanda e come sono strutturati i locali olandesi è ineguagliabile, c'è chi ha l'hotel direttamente sopra il locale, c'è chi ha il garage interrato pensato apposta per farti lasciare il furgone, è davvero incredibile... Poi posso mettere Italia, Francia e Germania a pari merito. L'Inghilterra è un pochino più difficile, ci sono moltissime band e ci sono tantissimi locali per cui i promoter e i locali si possono permettere di trattarti più a pesci in faccia.



Mi raccontate una cosa divertente accaduta in tour?
PP: A Cleveland Federico, il batterista, è stato picchiato da una ragazza (ride, NdA).
JC: Cleveland è una città piuttosto tosta, si era scatenata una rissa tra due ragazze, lui ha provato a mettersi in mezzo per dividerle e si beccato un paio di pugni seri da una delle due che si era particolarmente alterata. Non ceffoni, pugni (ride, NdA).

Tempo fa mi raccontavate delle date con i Cloud Nothings e mi sembravi stupito che fossero così disponibili a condividere ampli e furgone. E' più difficile fare un tour con un gruppo famoso?
PP: No, al contrario, lo stupore era legato al fatto che un gruppo del genere, nonostante tutta quella pressione e tutte le date sold out, affrontasse un tour in quattro: senza fonico, senza driver e senza tour manager. Dormivano per terra tutte le sere, e appena finito il concerto uno scappava al banchetto perchè ovviamente non avevano l'addetto al merchandise.
JC: Negli Stati Uniti c'è un'attitudine più punk rispetto a noi, poco da fare. Sono più veloci nei cambi palco, non fanno i soundcheck, condividono gli ampli senza problemi. E con i Cloud Nothings se capitava che si rompesse l'amplificatore, ed capitato più volte durante il tour, si dividevano i 50 dollari che servivano per rivalvolarlo e via. E' un'attitudine che ti mette a tuo agio, sei più rilassato, affronti meglio il tour. Non serve fare tanto i paragoni con l'Italia, da noi la situazione è un po' meno bella ma non è pessima, secondo me sta migliorando molto.

Con questo secondo tour americano le condizioni sono migliorate?
JC: Sono sempre abbastanza le stesse ma - e così finisco di rispondere alla domanda di prima - vale anche per band molto più grosse di noi. Alla fine della serata devono scegliere dove andare a dormire e se hanno una casa di amici nelle vicinanze sta' sicuro che vanno lì e non in motel, e magari dormono pure per terra. Ripeto: anche band molto grosse. Fa parte del suonare, è sempre stato così e sarà sempre così. La mia aspirazione non è migliorare l'albergo, e lo dico veramente, anche se è bello trovare la colazione figa, svegliarti in un letto figo, ovvio. La mia aspirazione è suonare davanti a più gente possibile e a un pubblico più attento, avere più attenzione intorno alla band.

Avete la sensazione che a breve diventerete un nome grosso fuori confine?
JC: Adesso c'è attenzione... c'è attenzione. Ovviamente c'è anche una marea di band ed è più difficile emergere. Secondo me siamo un nome noto, se vai in un locale piccolo a New York è probabile che ci conoscano. Per quanto riguarda gli Stati Uniti abbiamo fatto determinati scalini in termini di pubblico: nell'ultimo tour vedevi gente venuta apposta per noi, a San Diego c'erano dei messicani che si sono fatti quattro ore di macchina solo per vederci. Sono cose che prima capitavano raramente, magari suonavamo a New York in luoghi anche molto importanti, c'era il pubblico di nicchia che ti conosce perchè legge BrooklynVegan, Pitchfork ecc ecc, ma noi volevamo arrivare alla gente, mettici mille virgolette, vera. Lo so che è sbagliato dire così, ma davvero incontri gente seriamente appassionata alla tua musica, non i classici che si scaricano mille dischi al mese, per qualcuno diventi realmente un band importante e magari ti tengono nel lettore per tanti anni.

Nella vostra carriera qual è il numero massimo di persone davanti a cui avete suonato?
JC: Sicuramente con qualche apertura grossa qui in Italia, ad esempio a Lucca per gli Arcade Fire ce n'erano ottomila. Nei club di solito siamo sui mille, a Londra con gli Okkervil River era sold out e ce n'erano millecinque.

In qualche modo ti responsabilizza avere così tanta gente davanti? Serve per l'ossatura di una band? Te lo chiedo perché ultimamente sempre più gruppi italiani hanno vita breve, raramente capiterà loro di suonare davanti a grandi platee. Tolti i rapper, Le Luci Della Centrale Elettrica, I Cani e pochi altri, nessuno riesce a riempire i grandi club senza aver fatto una lunga gavetta.
JC: La cosa più importante che le band dovrebbero usare come misurino è: i tuoi idoli dove hanno suonato? Quando abbiamo suonato alla Bowery di New York c'erano quattrocento persone, per me è stato... madonna, lo stesso posto dove hanno suonato i Guided By Voices, per dirne uno, il giorno dopo non ci credevo ancora. Spesso la tua musica preferita ti può insegnare delle cose, delle storie, e secondo me è un insegnamento che a volte manca alle band. Magari sono appassionate di certa musica d'avanguardia ma sperano nell'occasione di suonare nel teatro di Amici o di fare strada con i concorsi. Se i tuoi idoli sono i Minutemen devi cercare di fare lo stesso tipo di strada dei Minutemen... io quando ho visto i June Of 44 al Covo davanti a 300 persone avevo 16 anni, mi sembrava il massimo, e speravo di farcela anche io, un giorno.

Pitchfork o i blog fanno ancora il successo di una band?
JC: Secondo me Pitchfork si, i blog molto meno. Pitchfork è molto criticato ma ci si dimentica che ha ottime firme che scrivono davvero bene. I blog hanno perso molto terreno. Secondo me quando Pitchfork ha messo in piedi Altered Zones (nato a luglio del 2010 e durato poco più di un anno, metteva insieme 14 tra i più importanti blog musicali di tutto il mondo, NdR) si è mangiato la forza di blog singoli. Blog giganti, penso a Gorilla Vs. Bear o altri, dopo ne sono usciti indeboliti.
PP: Personalmente preferisco la forza di una scena che è composta da altre band, da amici che organizzano festival o che ti danno la possibilità di suonare in posti in cui non potresti arrivare. Preferisco la solidarietà tra colleghi musicisti, rincorrere il sito o il blog può servire ma non deve essere un'ansia, una paranoia.

Però spesso in Italia le scene sono dei ghetti, quando va bene, quando va peggio sono dei gruppi allargati dove si confonde l'idea di attitudine con un modo di vestire, con i tatuaggi o cos'altro.
PP: Per noi è molto più terra terra, se vai in una certa zona della California vuol dire sapere chi ti può prestare un amplificatore, o anche solo un posto letto.
JC: Anni fa in Italia c'era molto più scambio. Ad esempio: c'è stato un momento in cui la scena hard core si è leggermente aperta e ha toccato anche ambienti diversi come Musica nelle Valli (il festival folk organizzato da Bob Corn nel modenese, con il tempo ha accolto i generi musicali più diversi, NdR), la percezione era che fossero proprio un grande gruppo di amici. Sarà che ora tutto avviene on line e, lo sai meglio di me, quando uno scrive una mail spesso viene frainteso perchè diventa tutto più diretto e freddo, c'è meno poesia. Sarà che ormai ogni gruppo fa squadra a sé, ed è un peccato. Noi nel nostro piccolo organizziamo festival, promuoviamo concerti, è un nostro modo per cercare affetto. Attorno a noi c'è una piccola rete, se ho bisogno di un ampli posso chiamare Ferruccio dei Cut o Stefano dei Massimo Volume. E' un piccolo giro, sarebbe bello che fosse più grande, magari meno diviso tra città.

E' un peccato che l'Handmade Festival quest'anno non si faccia.
JC: Qua è stato abbastanza tosto poi, è chiaro. Rispetto ai comuni colpiti più seriamente, Bologna è relativamente tranquilla, però le scosse si sono sentite eccome. Adesso nell'aria c'è ancora un po' di panico, soprattutto quando vai a letto la notte. Guastalla, il comune che ospita l'Handmade, è stato mediamente colpito. Il posto dove dovevamo fare il festival è strasicuro, figurati, è un campo all'aperto con tutte strutture nuove, ma la giunta comunale non se l'è sentita. Anche perchè ha fatto chiudere tutto fino al lunedì dopo il festival, non se la sentivano di dare l'autorizzazione a una manifestazione dopo aver fatto chiudere aziende e scuole.

Come strutturate il cast?
JC: Chiamiamo le band che ci piacciono e bona lè.

Cosa si impara da un festival del genere?
JC: Impari a fare il cast, che non è una cazzata. Fare il fluire di una scaletta secondo me è importante, alcuni anni l'abbiamo azzeccata altri meno. Fa la buona riuscita o meno di un festival, prima non l'avrei mai detto, pensavo che bastasse chiamare quelle dieci band e avevi fatto, magari alternavi quella più tirata all'altra più tranquilla. Non è così, devi proprio fare una scelta ragionata, calcolare gli orari, cercare di capire che tipo di persone ci saranno in quel determinato punto della giornata. E poi impari che ci vogliono molti volontari, e che tutto va fondamentalmente reinvestito nel festival, come è stato fino ad adesso. E poi che ci sono un sacco di cose burocratiche inutili che in altri posti proprio non ci sono, ma van fatte.

Fate per un attimo i fratelli maggiori e date dei consigli alle band giovani.
PP: Suonare tanto, non prendere il falso alibi che non ci sono locali dove suonare, o che nessuno ti prende a suonare solo perchè non fai cover...
JC: ...ma dai, ormai, è passata...
PP: ...no, più o meno, io ho letto ancora interviste dove band si lamentavano che in Italia non ci sono locali. E poi non bisogna vedere confini, per me è frustrante vedere band che spaccano che si limitano al confine nazionale. Siamo attaccati a qualsiasi paese, per noi andare a suonare a Monaco è davvero più comodo che andare ad Ancona o a Roma. Parlavo l'altro giorno con i Be Forest, che è un gruppo che abbiamo seguito fino dagli inizi, e li esortavo a uscire... non è contro, un Italia Vs. qualcos'altro, non è esterofilia, è, semplicemente, cercare di essere ovunque.

Chiudiamo con: è vero che avete scelto un nome che incomincia con la A così negli elenchi dei festival siete sempre i primi?
PP: (Ride, NdA) E' vero, A + spazio, fa il successo di una band, ricordatelo.

Commenti (30)

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  • Inland Sea 18/06/2012 ore 20:51 @spadapaolo

    Mi par di capire che il tour fa sempre più da spartiacque tra un modo e un altro di fare musica e di essere una band. Da una parte chi NON PUO' fare un vero tour perchè lavora e deve necessariamente rientrare alla base, dall'altro chi DEVE farlo perchè quella è diventata praticamente l'unica fonte di reddito. E' così?
    Per inciso, noi con Inland Sea stiamo tra i primi. Bello fare anche centinaia di km per una data ma Lunedì mattina siamo al lavoro (e duro)..

  • Elegy 19/06/2012 ore 00:04 @Elegy

    Beh alla fine e'cosi', chi appartiene alla prima fascia se ha fortuna, voglia di andare avanti e valore musicale, alla fine spesso riesce a passare alla seconda. Chi lo fa di lavoro lo fa appunto perché quella e' ormai la sua professione, ma in molti casi c'e' tanto amore per la musica e soldi o meno non riuscirebbero a non suonare sempre e questo si vede sul palco. Nel caso contrario invece salta agli occhi, come nel caso dei Marlene che secondo me e' un gruppo che va avanti per inerzia, non mette più un briciolo di passione ed ardore in quello che fa. Il pubblico questo lo capisce e chi ti viene a vedere dal vivo vuole vedere una band contenta di stare sul palco. In Italia credo che alcuni gruppi arrivati a 20 anni di carriera dovrebbero porsi queste domande. Meglio lasciare un bel ricordo del proprio lavoro che distruggere tutto il bello creato in precedenza dando poi la colpa al pubblico che non ti capisce. Un conto e' quando hai il coraggio di scegliere nuove vie musicali...quello e' solo da apprezzare(come gli Afterhours che al di la dei gusti hanno fatto un disco che pur non piacendomi e' molto coraggioso). I Verdena per esempio con Wow hanno fatto una scelta che poteva distruggergli la carriera, ma che nei fatti li ha fatti diventare ancora più famosi. Ma loro anche se odiati da molti per vari motivi hanno coraggio da vendere. Come andare all' MTV day quando usci' Requiem e fare una scaletta da suicidio,solo roba nuova, evitando i pezzi famosi dei primi dischi e facendo una canzone come il Gulliver che dura 15 minuti e che e' l'esatto contrario di quello che a rigor di logica dovresti fare in quella situazione.

  • Elegy 19/06/2012 ore 00:24 @Elegy

    Negli ultimi due anni invece sta succedendo una cosa abbastanza rara nell'ambito indie italiani. Gruppi al primo disco riescono ad arrivare subito ad un pubblico relativamente grosso, che altri hanno visto dopo anni di tour e dischi, riuscendo ad avere cachet da 1000 euro dopo 5 mesi dall'uscita dell'album di esordio. Questo in parte e' un bene, dall'altro lato invece ci sono aspetti negativi...alcuni non riescono ad avere un live di qualità, non avendo avuto la gavetta come palestra. Ed il live ora come ora e' la cosa più importante. Se dal vivo sei pessimo, dopo un po' anche chi ama il disco non viene più a vederti dopo l'innamoramento iniziale. Oppure molti non riescono a gestire il successo(anche se piccolo) perdono la testa ed alzano il proprio cachet troppo velocemente, senza avere una risposta di pubblico cosi' grossa da giustificare quella cifra. Il promoter perde soldi ed in men che non si dica da 8 date al mese ne fai 4. E soprattutto ti abitui da subito ad avere tanta gente davanti. Le volte che ti trovi il locale semivuoto ci rimani male dalla delusione e fai un concerto di merda. Tutte queste cose con qualche annetto di tour alle spalle lo reggi, senza diventa difficile. C'e' molta più umiltà nei gruppi grossi con una storia alle spalle che con quelli catapultati in pochi mesi alla ribalta. E la stampa ed internet hanno le loro colpe creando hype a sproposito su dischi che magari sono solo buoni, giudicandoli dischi dell'anno subito. Non c'e' niente di male in un disco da 7, con i suoi difetti, che si fa ascoltare tranquillamente...non c'e' il bisogno perenne di giudicare capolavori 50 dischi all'anno quando in realtà non lo sono. E sto parlando oltre che delle nuovissime leve anche di TARM, Brunori, dente , TDO, LLDCE, zen circus e Ministri. Molti hanno fatto bei dischi niente di più. Ed e' gia' tanto, davvero, fare un bel disco e' da pochi. Fare dei capolavori per me e' da pochissimi. E credo che di capolavori, nella storia italiana degli ultimi 10 anni non ce ne siano tanti, anzi. Ma forse io do un significato a questa parola diversa da quello che danno altri. Per me un capolavoro e' Mellon Collie degli SP o Double nickels dei Minutemen.

  • Point Break 02/08/2012 ore 15:45 @pointbreakrock

    Meritano quel che hanno anche solo per l'approccio che hanno verso la musica. Stima profonda!

  • Point Break 02/08/2012 ore 16:03 @pointbreakrock

    Dopo aver letto tutti i commenti, non posso che ringraziarvi tutti. Bellissima discussione!

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