Nel mezzo del cammin di Rachele Bastreghi

Una delle anime dei Baustelle racconta "Psychodonna", il suo primo album solista, frutto di un anno di isolamento (pre covid) e di veglia notturna. Un lungo processo di autoanalisi che diventa disco, ispirato tanto dal mito di Penelope quanto dalle sperimentazioni di Battiato

Rachele Bastreghi - foto di Elisabetta Claudio
Rachele Bastreghi - foto di Elisabetta Claudio

Una volta finito l’ascolto di Psychodonna, il primo disco da solista di Rachele Bastreghi dei Baustelle, rimane addosso una sensazione di vivida inquietudine. È un disco nato nell’insonnia, in lunghe e interminabili notti, in cui Rachele si è scavata dentro, guardando dentro agli anfratti più reconditi del suo io: "C’era un’urgenza espressiva che mi teneva in piedi, non mi faceva proprio dormire", ci ha raccontato. Psychodonna traspone lo spirito della musicista toscana in una dimensione sospesa tra atmosfere ansiolitiche e visioni romantiche. L’autoanalisi di Rachele si riflette in un album sfaccettato e frenetico, in cui convivono la musica di Laurie Anderson, i lavori sperimentali di Ennio Morricone, il primo Battiato, ma anche figure femminili iconiche come Penelope, che continua a tessere e disfare la propria tela, o la poetessa Anne Sexton, autrice fondamentale per la letteratura del Novecento.

Questo percorso introspettivo, sfuggente come l’immagine di copertina del disco, arriva dopo vent’anni passati all’interno di una band (e che band). C’è una vita da riassaporare, per ripercorrere a ritroso le gioie come i traumi ed estrarne qualcosa di vivo, pulsante e a tratti indecifrabile.

Da dove comincia Psychodonna?

Avevo bisogno di fare una ricerca intima e personale. Psiche in greco significa anima, respiro vitale, quindi è un disco che vuole essere un diario intimo, in cui mi metto a nudo sulla mia lotta interiore. È un disco in cui ci sono tantissime domande e qualche risposta. Bisogna saper lasciarsi andare, abbandonarsi a quello che sentiamo, mi piaceva mettere in evidenza quello che ho scoperto di me: sono una persona piena di contrasti, non devo avere paura di affrontarli e di guardarli in faccia, perché sono mondi solo apparentemente distanti, che coesistono.

Cos'hai trovato nello scrivere il disco di notte?

La notte la vivo come un’amica, nel silenzio c’è un’atmosfera che mi fa sentire libera e coraggiosa, perché trovo lo spazio per la mia voce. Mi sono isolata prima della pandemia, quindi c’è stata una volontà di estraniarmi. Ho viaggiato nella mia camera e mi sono creata dei mondi, mi servivano per muovere le mie antenne interiori.

Rachele Bastreghi - foto di Elisabetta Claudio
Rachele Bastreghi - foto di Elisabetta Claudio

Quindi quando è arrivato il lockdown per tutti tu eri già in quella condizione solitaria?

Quello non me l’aspettavo e non lo volevo. Però non ha influito sul disco il lockdown vero e proprio, il disco era un percorso mio personale che avevo fatto, dopo 20 anni con un gruppo avevo il bisogno di fermarmi su me stessa. Era proprio una necessità mia sia artistica che umana.

Da cosa nasce la natura più ansiogena del disco?

C’è quest’aspetto inquietante, ma cerco anche di far emergere quello romantico. L’idea è quella di aprire gli occhi alla paura, quindi un po’ ero terrorizzata anch’io: è il primo disco da solista, tutti i dubbi e le incertezze del caso ti possono sopraffare. È stata una lotta e una fatica in questo senso, che però poi si è rivelata anche liberatoria. Il momento in cui affronti queste paure le rendi più vere. Io sono una persona che corre tanto, a volte mi perdo delle cose, altre volte le faccio senza pensarci, io avevo bisogno di fare un sunto della mia vita e tirare le fila. “Nel mezzo del cammin di nostra vita…”, no (ride, ndr)?

Tra le figure citate nel disco compare l’attore Harry Stanton. Come mai?

Io ho visto Lucky, il suo ultimo film, è morto prima che uscisse. Lì lui affronta questo viaggio spirituale, associato sempre all’isolamento. Poi vederlo così, cappello in testa e sigaretta in bocca, mi ci sono ritrovata. E la componente cinematografica deriva dal fatto che mi piacciono le colonne sonore, le ho sempre viste come un racconto parallelo al film. Dare importanza alla musica è la mia prima forma di espressione, io sono più musicista che cantante.

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E Penelope? Anche tu disfi la tua tela per poi ricominciare?

Il gioco che ci ha dato lo spunto era quello, io ho spostato la luce. L’ho ambientato di notte, ma in realtà è un lavoro continuo sia il mio che il suo. C’è il tema del rimando, ma anche quello dell’inseguire un sogno, c’è una visione romantica di fondo. Penelope cerca di essere libera, di andare contro quello che vogliono gli altri, è un po’ l’emblema della donna. In un disco che parla di anima femminile mi sembrava una figura fondamentale come esempio da seguire. Nasce tutto da un soprannome che mi è stato dato da un collaboratore che aspettava la canzone. Io di notte magari la sistemavo, poi la mattina dopo la riascoltavo e c’era sempre qualcosa che non mi convinceva. Siamo arrivati alla diciassettesima versione e lui mi fa: “Ti chiamo Penelope”. Da questa battuta ho avuto lo spunto per scrivere il testo e la canzone è venuta fuori.

Psychodonna è un disco basato sull’io, però in Lei ti racconti in terza persona. Come mai?

Lì ho preso del distacco perché era una delle prime canzoni che avevo scritto. Dovevo ancora entrare nel concept del disco e vedermi io come protagonista, è stata una scelta d’istinto anche, come di iniziale protezione per non mettermi per forza al centro del discorso lì. Poi piano piano sono riuscita a mettermi a nudo sempre di più.

Mentre la voce robotica di Not for me? È ancora un elemento di distacco?

Prima di fare il disco ascoltavo tanto la fase sperimentale di Battiato nei miei viaggi in macchina, e quello mi ha dato la forza di farmi i cavoli miei e sperimentare con tutte le cose che mi piacciono. Quello che cercavo e mi piaceva lo mettevo in mezzo, apparentemente senza un perché, poi lo scopo in realtà è sempre venuto fuori. Qua ho sfruttato la mia amica Gloria Navone, mi ha dato una mano con il ritornello.

 

Rachele Bastreghi - foto di Elisabetta Claudio
Rachele Bastreghi - foto di Elisabetta Claudio

E da questa voce esce un messaggio politico: “Indifference, omophobia”.

In questi tempi viviamo molto da vicino questa discriminazione, sentivo il dovere di dire la mia in maniera velata, nel senso che non è che faccio davvero politica. Io respiro questo mondo, quindi nonostante il mio isolamento le cose più brutte entrano dalla finestra. Il fatto che il ddl Zan continui a essere rimandato è un’assurdità, sono battaglie che non si dovrebbero nemmeno discutere, a volte non mi sento di questo mondo.

Perché hai coinvolto Meg e Chiara Mastroianni in Due ragazze a Roma?

Qui si parla di una storia d’amore, in cui è la scoperta di qualcosa di nuovo l’aspetto focale. Qualcosa che non sai dove ti porterà, ma di cui ti devi fidare, ci credi, ti fai consumare da questa sensazione. La loro presenza è stata dettata dalla musica: quando ho scritto la parte di Meg l’ho subito immaginata cantata da lei, mentre per il finale volevo qualcosa di cinematografico, in francese, quindi ho chiesto a Chiara.

C’è una sola cover in questo album: Fatelo con me di Anna Oxa. Cosa ci hai ritrovato, in un disco che parte prima di tutto da te?

È una canzone che avevo perso ed è tra le ultime che ho realizzato. È partito tutto da una trasmissione di Giulia Cavaliere in cui parlava del brano e mi ci sono proprio rivista. L’originale è di una Anna Oxa giovanissima, parla di libertà sessuale, parte dall’intimità, ribalta i ruoli della coppia, è ancora attualissima. Io l’ho fatta ancora più punk, alla Suicide. Ha viaggiato con me Alan Vega (ride, ndr).

La copertina di Psychodonna
La copertina di Psychodonna

Mentre in Resistenze si sente Anne Sexton recitare Her Kind.

Mi piaceva innanzitutto il suono di quelle parole, ma soprattutto lei è importantissima come figura. In quel periodo mi sono circondata di libri di poesie di donne emancipate, fragili ma forti e combattive, questa cosa mi ha dato il coraggio giusto per credere in quello che stavo facendo. Si tratta di donne che hanno sofferto ma non si sono piegate, hanno lottato per potersi esprimere e trovare il loro spazio.

Da tutta questa turbolenza introspettiva sei riuscita a trovare della pace adesso?

La pace non lo so (ride, ndr). Comunque è una fatica complessa da smaltire, ci sono state tante fasi in cui ho anche dovuto riprendere in mano i brani, per cui è stato anche un lavoro di accettazione molto forte, ma la liberazione alla fine ti dà un gran sollievo. Io scappo sempre della felicità, ma un attimo di soddisfazione me lo voglio godere.

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L'articolo Nel mezzo del cammin di Rachele Bastreghi di Vittorio Comand è apparso su Rockit.it il 2021-04-30 16:08:00

Tag: album

COMMENTI (1)

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  • quirico 12 g Rispondi

    Ma veramente il suo prima album da solista sarebbe Marie, del 2015...