Random / intervista

Random: "Il mio rap nasce in una chiesa"

Il giovane rapper romagnolo, reduce dall'edizione speciale di "Amici", è figlio di due pastori evangelici, che lo hanno avvicinato alla musica. Poi la scoperta del freestyle, e ora il successo con "Montagne russe"
12/06/2020 09:18

Emanuele Caso – in arte Random – è il figlio di due pastori evangelici. È cresciuto in un ambiente pieno di musica, ma in cui l’hip-hop non era di certo il genere di riferimento. Nato in Campania, si trasferisce giovanissimo a Riccione, città nota per le discoteche e la scena house e techno. Lui, però, vuole fare le rime e, tra le varie difficoltà, inizia a imporsi con la sua crew. Nel 2018 pubblica Ragazzo Oro insieme a Zenit, il produttore che ancora oggi accompagna il rapper romagnolo in ogni tappa.

Salito alla ribalta grazie al successo di Chiasso, Emanuele è stato chiamato come concorrente speciale all’ultima edizione con scopo benefico di Amici. Il suo debutto da "senior" è un ep di ottima fattura, infarcito di collaborazione importanti (Emis Killa, Ernia, Carl Brave), capace di proporre sonorità che strizzano l’occhio al pop (o all’itpop), senza scadere in certi tic del genere.

In occasione dell’uscita di Montagne russe, abbiamo incontrato Random per farci raccontare come, tra fede e apparizioni televisive, si possa mantenere la credibilità all’interno del circuito rap italiano.

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Caso-Random, il tuo moniker deriva esclusivamente dal tuo cognome?

In realtà ha una valenza più ampia. Può sembrare casuale, ma ci ho riflettuto molto prima di sceglierlo. Mi chiamo Emanuele Caso, Random sta a indicare quel che puoi aspettarti da me, umanamente e artisticamente. Sul piano personale sono un po’ "strano", stilisticamente non credo ci sia un’etichetta corretta per descrivermi. Le mie canzoni, pur proseguendo su una linea comune, sono tutte diverse fra loro. Non voglio essere inquadrato in un unico genere. Nomen omen, dicevano i latini.

Il titolo dell’ep, invece?

Montagne russe contiene tutta la produzione nel nostro primo anno di carriera, rappresenta la chiusura di un ciclo. Racchiude le emozioni di un gruppo di ragazzi che ha mossi i primi passi all’interno del circuito musicale che conta. Siamo dovuti crescere in fretta, a una velocità spaventosa, compiendo un percorso che ha comportato anche dei saliscendi emotivi. Abbiamo fatto fatica a scalare la salita, tutto d’un tratto, ci troviamo proiettati alla massima velocità verso il successo. Certo, è una bella sensazione, ma mette anche un po’ di timore. In questo senso, Montagne russe mi sembrava il titolo più adatto.

Come ti sei avvicinato alla musica?

I mie genitori sono pastori, ho frequentato la chiesa evangelica sin da giovanissimo, un ambiente permeato dalla musica. Mio padre suona diversi strumenti, a dieci anni mi ha insegnato a suonare la batteria. Ho sempre avuto la musica dentro, ma non ho mai pensato di poterla creare, questa scintilla è scoccata quando ho scoperto il freestyle. Il mio primo incontro col rap lo devo a Moreno: lo vidi ad Amici, ero veramente piccolissimo. Poi ho scoperto Emis KillaMarracash e tutti gli altri. Attorno ai quattordici anni, ho iniziato a scrivere i mie primi pezzi, ho sfruttato tantissimo i type beat caricati su YouTube. Non sapendo produrre musica "vera", ma avendo la necessita d’esprimermi, il rap è stata la soluzione più immediata.

Quando hai capito che poteva diventare una "vera" carriera?

Ero molto giovane, facevo un sacco di cavolate e pensavo il rap fosse il genere giusto per descriverle. Facevo rap nudo e crudo: vivevo la mia vita e la raccontavo nelle canzoni. Ancora minorenne ho lasciato la scuola – non una scelta di cui vado fiero – per lavorare nell’impresa edile di mio padre. A fine giornata ero sempre troppo stanco, non riuscivo più a scrivere, quindi a diciotto anni chiesi una pausa a mio papà: volevo dedicare un mese alla musica, cogliere l’ultima opportunità. Fosse andata male avrei mollato. Fortunatamente, crescendo sono maturato, ho conosciuto esperienze diverse. Ho conosciuto l’amore e incontrato il mio produttore. Con Zenit ho capito che trattare altri argomenti, vicende che non riguardassero la strada in cui la gente poteva rivedersi, mi regalava altri stimoli. Ci forniva nuove emozioni, a noi come al pubblico. Così è nato Giovane Oro, il nostro primo lavoro ufficiale, da lì a poco abbiamo pubblicato Chiasso e capito questa potesse essere la nostra strada.

Leggendo di Amici in molti hanno storto un po’ il naso...

Partecipai ai provini di Amici tre o quattro anni fa. Passai anche le selezioni, ma non mi arrivo nessuna chiamata, almeno credo, insomma, per un disguido non partecipai. In un certo senso, penso che partecipare ad Amici fosse scritto nel mio destino. Partecipare da artista affermato è stato un grande vantaggio. Ho avuto la possibilità di conoscere molti ragazzi che hanno preso parte al programma da esordienti: essere giudicati, messi costantemente alla prova, non è un’esperienza semplice. Arrivarci ora mi ha evitato un bel po’ di sbatti. Questa poi è un’edizione di beneficienza, fortunatamente, non c’è troppa tensione.

Hai citato Moreno – ma anche alla luce di casi come quello di Anastasio – non pensi che la partecipazione a un talent comprometta la credibilità di un rapper?

Questo discorso vale per il rap e per qualunque altro genere. Prima di parteciparvi non pensavo la gente ci si facesse un culo così grande. La credibilità non la dà il talent, come non la dà un pezzo che spacca. Il talent regala un po’ di visibilità, genera un po’ di hype. La credibilità, agli occhi della scena, è merito della carriera, di ogni singola scelta artistica che si prende, dei featuring che si instaurano.

Ai quali hai prestato molta attenzione...

Sì, è vero, ci tenevo parecchio. Quando dovevamo scegliere i feat del disco non abbiamo inoltrato la proposta a decine di artisti, ne abbiamo selezionati pochi convinti che sicuramente ci avrebbero detto no. Il nostro motto era: "almeno ci abbiamo provato". Invece hanno risposto tutti positivamente, sono persone che ho avuto modo di conoscere dal vivo prima della collaborazione. Dopo il featuring, devo ammettere, si è instaurato un rapporto bellissimo con tutti.

Riccione è famosa per le sue discoteche, non per il rap. Com'è stato muoversi in una realtà del genere?

Non è stato facile. Quando giravo a Riccione a quattordici anni assieme ai miei amici rapper, con i pantaloni largi e il cappello da pescatore, eravamo i più presi di mira. Per carità, la musica techno fa parte della nostra cultura, in un certo senso, a Riccione è legge. Con molti sforzi, prima di essere conosciuti a livello mainstream, con Zenit e il mio movimento eravamo comunque riusciti a creare qualcosa. La stessa persone che ci prendevano per il culo adesso ascoltavano le nostre canzoni, le ragazze che ci snobbavano ci taggavano nelle storie, l’assessore al turismo che non ci ha mai cagato ci chiamava per prendere parte agli eventi di Radio Deejay. Qualcosa stava nascendo, si percepiva nell’aria, dopo l’esplosione di Chiasso, a Riccione ogni ragazzino ha iniziato a fare rap.

Quando in Sono un bravo ragazzo un po’ fuori di testa canti "certe cose non fanno per me quella vita non fa per me", ti riferisci allo stereotipo del rapper?

Non allo stereotipo del rapper, ma a quello di un determinato tipo di vita. Se fai l’artista devi veicolare un messaggio alla gente, qualsiasi tipo di messaggio, interfacciarsi col pubblico è la base del nostro mestiere. Io voglio dare il buon esempio, anche se dovessi diventare il più grande rapper d’Italia, rimarrei sempre lo stesso. Posso solo ringrazie Dio, il mio successo è un dono del Signore.

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L'articolo Random: "Il mio rap nasce in una chiesa" di Marco Beltramelli è apparso su Rockit.it il 12/06/2020 09:18

Tag: rap - album - amici

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