Scisma - Lo facciamo solo per noi stessi Intervista

Gli Scisma, riunitiGli Scisma, riuniti
16/10/2015 di

Ottobre 2015: sono su un treno in direzione Bologna per andare a vedere il primo concerto dei ritrovati Scisma, e per una volta posso fare finta che sia per lavoro.
Gli Scisma sono stati il mio gruppo italiano preferito, quelli per cui ho sempre fatto un sacco di chilometri: il giorno degli orali alla maturità indossavo una loro maglietta color verde scuro e con al centro la “s” minuscola, in corsivo. Per anni mi sono raccontato che portasse fortuna, e da allora è sempre nel mio cassetto, anche se ormai ci sono più buchi che tessuto. Andai a trovarli nella casa sulle rive del Lago di Garda mentre registravano “Armstrong”, ero con loro negli studi della RAI di Roma quando presentarono Tungsteno e c'ero anche la sera in cui si sono sciolti.
C'ero anche quando nel 2003 un migliaio di persone provenienti da tutta Italia si ritrovarono all'Auditorium Flog di Firenze per assistere al concerto d'addio, con quattro anni di ritardo. Ricordo che il giorno dopo venne organizzato un pranzo con i membri del gruppo e un po' di amici: eravamo in una specie di fraschetta in mezzo al nulla, nella campagna toscana, quando a un certo punto cominciò a piovere fortissimo.
Scappammo tutti di corsa, ognuno nella propria macchina, senza neanche salutarci e dirci ciao. Mi sembrò la fine perfetta per l'avventura di un gruppo come gli Scisma. Il finale di un film di Fellini.
Ora siamo tutti qui per riscriverlo, quel finale.
Non aspettatevi una classica intervista con domande e risposte, qui ci sono due persone che provano a raccontarsi: Paolo Benvegnù e Sara Mazo.
E poi ci sono anche io.

Ok, la prima domanda è obbligatoria: perché proprio adesso?
Paolo: Già, perché proprio adesso? Boh. Mi verrebbe da dire che 'ci siamo ritrovati', anche se la verità è più complessa di così. Negli ultimi mesi per me è cambiato qualcosa: non parlo ovviamente dei miei sentimenti per loro, ma proprio del mio approccio alla vita. Io ho provato una grande vergogna nei confronti degli altri membri della band e di tutta quella che è stata la mia vita precedente, tant'è che quando mi sono sentito finalmente libero di affrontare tutti questi fantasmi e, in qualche modo, gestirli, arrivare poi a chiedergli di nuovo se avessero voglia di provare a fare questa... cosa è stato anche semplice, facile. Mi sono detto: 'Proviamoci!' e loro sono stati così generosi nel concedermi una chance dopo avermi aspettato per così tanto tempo. Da un lato è come se avessimo scelto di rigirare il finale di un film che aveva lasciato tutti scontenti...

Scisma: l'ennesimo director's cut di “Blade Runner”.
Paolo: Ma senza Rutger Hauer!
Sara: È come se avessimo lasciato aperto un buco sapendo che prima o poi l'avremmo dovuto riempire o ridefinire almeno nei colori, solo che non ci sentivamo mai pronti.



Nella mia testa ho sempre pensato che l'inizio della fine, per voi, come band, sia coinciso con quel famoso concerto trasmesso in diretta radio dalla sede Rai di Via Asiago. Vi avevo sentiti tante volte, prima di quella sera, si può dire che in quel periodo ci frequentavamo, ma non vi avevo mai trovati così compatti, perfetti. Un gruppo vero, nel suo momento migliore. Eppure è come se qualcosa si fosse già rotto da tempo: ricordo una cena terribile, dove si respirava una tensione palpabile tra voi, e il fatto che fosse il giorno di San Valentino, il giorno del compleanno di Paolo, rendeva tutto più surreale. Per me è come se vi foste sciolti quella sera, anche se magari è solo una percezione sbagliata e che si è sedimentata nella mia memoria...
Paolo: La tua è una percezione esatta, perfetta. La cosa paradossale è che noi al tempo non pensavamo di avere dei veri e propri motivi di conflitto. Cioè, ce li avevamo, ma erano tutti nascosti e covavano dentro di noi. Se c'è una cosa che rivendico con orgoglio anche pensando ad altre situazioni simili è che noi siamo un gruppo formato da tutte persone miti, gentili, quindi non ci siamo mai scontrati, non abbiamo litigato, non siamo mai stati malvagi tra di noi, ma evidentemente c'erano delle cose che covavano sotto pelle, anche a causa di alcune pressioni che arrivavano dall'esterno, e che sono esplose tutte insieme. Alla fine eravamo solo dei post-adolescenti – ok, io ero già vecchio – che in questa esperienza avevano investito tutto, ventiquattr'ore al giorno, tutti i giorni, che si sono ritrovati, come giustamente dicevi anche tu, nudi alla meta. Forse avevamo proprio bisogno di staccarci e allontanarci dalla band e da quella che era la nostra vita dell'epoca per riuscire a trovare noi stessi. Ritornare a fare gli Scisma per me è stato come tornare a casa, ma finalmente senza soma, senza peso, portandomi dietro solo la parte migliore di me e che incredibilmente adesso è diventata quasi un intero.
Sara: All'epoca, per noi, Scisma era un progetto di vita. Era come un matrimonio tra sette persone, e quando le cose avevano cominciato a non funzionare ci siamo sentiti come quando di fronte alla crisi di un primo amore non hai le capacità e neanche il raziocinio per affrontare quello che ti sta capitando. Vuoi o tutto o niente, e per noi all'epoca era esattamente questo: o tutto, o niente.

Di quella serata assurda trascorsa con voi alla Rai mi è rimasta impressa proprio una chiacchierata che avevo avuto con te, Sara, riguardo alla difficoltà di riuscire a vivere di musica. Cosa che all'epoca veniva anche molto nascosta al pubblico, mentre ora...
Paolo: Siamo stati avanti anche in questo, allora, anche nella sfiga.
Sara: Triste.

All'epoca però mi colpì molto: voi eravate fuori con un album, “Armstrong”, per cui avevate ricevuto un budget davvero importante, c'era stata una campagna di marketing quasi esagerata, visto che non si trattava proprio di un disco per tutti, ma nonostante questo non ce la stavate facendo. Per certi versi siete stati tra gli ultimi a beneficiare, anche se forse non è la parola adatta, delle risorse economiche della vecchia discografia, eppure...
Paolo: Il problema è che noi all'epoca non possedevamo né l'energia e né l'autorevolezza per fare sì che quei soldi venissero investiti in maniera più consona e mirata, adatta a noi. D'altronde avevamo bruciato le tappe: siamo passati in tre anni dall'esserci formati a uscire subito con un disco 'grosso' per la EMI. Il problema è che procedevamo per avamposti: era sempre come se dovessimo fare un blitzkrieg, e per catturare una città ci dimenticavamo dei settanta chilometri di campagna che c'erano intorno. Non c'è mai stata una vera e propria progettualità. Probabilmente se avessimo avuto una crescita più lenta le cose sarebbero andate diversamente. Ma ha anche ragione Sara quando dice che i primi a non avere le idee chiare eravamo proprio noi. Mancava la pulizia e la chiarezza, soprattutto umana, tra di noi. O perlomeno mancava a me, nei loro confronti. 



Di quel disco però possiamo dire con certezza che ha funzionato molto di più a posteriori. Uscire con un album del genere, anche dopo l'accoglienza che c'era stata per “Rosemary Plexiglass,” fu davvero una mossa quasi sconsiderata. Un atto di coraggio. Ricordiamoci che nel panorama musicale italiano di quegli anni era già strano che un gruppo, diciamo così, di rock alternativo non avesse gli arrangiamenti pieni di muri di chitarre. Non c'era nessuno che suonava come gli Scisma all'epoca, ma ce ne sarebbero stati altri dopo...
Sara: Non è una cosa che abbiamo mai percepito come davvero reale, anche se in questi anni ce l'hanno detto in tanti e ovviamente non può che farci piacere. È che non ci siamo mai posti il problema di dover definire quello che facevamo, non ci interessava rinchiuderci in un genere, incastrarci in uno stile preciso, in una definizione. Non riesco ad applicare questi criteri alla musica degli altri, figuriamoci alla nostra. L'unico nostro obiettivo era che si percepisse la verità dietro ogni cosa che facevamo. Lo era allora e lo è a maggior ragione adesso che non dobbiamo dimostrare nulla e non abbiamo nessun altro scopo se non farci vedere per quello che siamo, veri fino al midollo.
Paolo: E questo è il motivo per cui siamo un gruppo anomalo. Lo eravamo prima, quando magari cercavamo di fare affermare questa anomalia in maniera spasmodica, e lo siamo a maggior ragione ora anche se con molta più leggerezza di un tempo. La leggerezza che fa sì che questo nostro tornare a suonare insieme sia prima di tutto un ritorno dal punto di vista umano. Tornando ad "Armstrong", col senno di poi credo anche io che sia stato un disco coraggiosissimo. In quel periodo c'erano i Prozac+, noi eravamo della stessa etichetta discografica dei Prozac+ e loro pretendevano che facessimo gli stessi numeri dei Prozac+. Questo è quanto. Fummo coraggiosi a scegliere come produttore Giovanni Ferrario, al posto di altre soluzioni più 'sicure' che ci erano state proposte e che avrebbero esercitato un forte controllo dal punto di vista dell'espressione artistica.

Che poi è un problema che ha afflitto molte band di quel periodo: se c'era una cosa bella di quella scena è che regnava una fortissima diversità tra i vari progetti, eppure quando sono arrivate le major è come se avessero cercato di annullare queste differenze per trasformare tutti nella stessa cosa...
Paolo: È così, e si ci pensi è una vera e propria follia. È come se in Inghilterra avessero presentato e trattato nello stessa maniera XTC e Smiths, che sono diversissimi. Purtroppo è un discorso culturale: l'unica cosa che mi viene da pensare è che non fossero preparati a lavorare su progetti come il nostro e altri simili. Non a caso col tempo sono falliti tutti e molti personaggi che lavoravano in quelle aziende sono spariti, oppure sono costretti a mettere in piedi il circo, X Factor e quelle merdate lì, per provare a vendere qualche disco. Loro sono gli artefici del loro fallimento e continuano a perpetuarlo. Ma non lo sto dicendo con animosità, anzi, sorrido.

Credo sia anche cambiato tutto il contesto: per dire, una cosa che è mutata profondamente è la fruizione della musica e l'attenzione che le viene dedicata. Tutto deve essere sempre a portata di clic, i dischi hanno smesso di essere opere d'arte e sono diventati gadget, bisogna inseguire la notizia, sperare che la gente sia interessata almeno per due settimane, e poi darle in pasto la notizia successiva. Siamo sicuri che ci sia posto per voi?
Sara: Quest'estate ho visto i Verdena dal vivo, a Brescia, al Castello, e c'era un sacco di gente. Anche io ci sono andata perché erano davvero anni che non li sentivo suonare ed ero molto curiosa, solo che sono capitata dietro questo gruppo di ragazzi, che sicuramente erano super fan visto che cantavano i pezzi a memoria, che in realtà non li stavano ascoltando. Si raccontavano i fatti loro, le cose della serata, smanettavano con lo smartphone e poi ogni tanto canticchiavano mezzo pezzo per poi tornare a farsi gli affari loro. Era come se non fossero lì, come se non fossero a un concerto. E se ci pensi è davvero surreale visto che avevano pagato un biglietto, ma per loro in quel momento i Verdena erano un mero sottofondo, come la radio accesa in casa mentre fai le pulizie. Quando un gruppo sale sul palco è come se si offrisse completamente al pubblico, ma oggi in cambio riceve pochissimo perché deve lottare con altri agenti esterni per catturarne l'attenzione. Sono rimasta davvero stranita, anche perché io da anni la musica la vivo solo da ascoltatrice, sono fuori da determinati meccanismi, non riconosco il senso e le profondità dell'oggi, ma sono rimasta un po' sconsolata. Triste. Al di là del fatto che mi stavano infastidendo, mi dispiaceva per loro, per i Verdena, che invece in quel momento stavano dando tutto.
Paolo: Secondo me è un discorso più strettamente legato alle multifunzioni di appendice che ormai usiamo tutti e che ci hanno abituato a concentrarci sulle cose per massimo dieci, quindici secondi, e poi passare ad altro. Stiamo vivendo il grande inganno della disattenzione di massa: crediamo di avere più possibilità di comunicazione, ma in realtà siamo sempre più soli. La gente è portata a essere disattenta anche nei confronti della propria vita, figuriamoci riguardo a delle canzoni scritte da altri. Per questo l'arte è costretta a essere sempre più, e anche necessariamente, egoista e forse non è del tutto un male. Vuoi suonare? Fallo prima di tutto per te.



E suonare prima di tutto per voi, forse, è proprio quello che farete in questi concerti speciali delle prossime settimane. Come si fa a evitare di scadere nell'autocelebrazione in un'occasione del genere?
Paolo: Be', si sa che l'italiano è un po' necrofilo. C'è proprio una tendenza a fare la corsa per vedere resuscitare il morto. D'altronde siamo un paese molto cattolico e siamo stati educati all'idea di dover risorgere per fare finalmente una vita felice. Noi invece siamo felici senza essere morti, e già questo è un bel passo avanti. Stiamo facendo questi concerti per ringraziare tutti quelli che negli anni, senza che noi suonassimo, hanno dimostrato affetto per questo strano progetto di musica ignara. Per me suonare dal vivo è come se fosse un fatto carnale: non voglio dire che è come fare l'amore, ma per certi versi somiglia a fare l'amore in pubblico, ed è per questo che cerco sempre di nascondermi sul palco. Non è una consacrazione, non ci stiamo autocelebrando: ci ricordiamo benissimo com'era all'epoca, che per tre o quattro concerti pieni di pubblico arrivavano poi decine di bagni di sangue, e noi siamo sempre quelli lì. Ecco, il concetto con gli Scisma è che forse amare le cose quando ci sono è sempre complicato.
Sara: È molto più facile accorgersi di amarle quando ormai non ci sono più.
Paolo: Lì te ne accorgi proprio subito.

Come è stato tornare a scrivere anche per la voce di Sara? Anche perché, se si può dire così, tu hai trovato la tua via autoriale proprio dopo gli Scisma, quindi è come se fosse di nuovo una cosa inedita anche per te.
Paolo: È stato bellissimo. È bellissimo. A Sara lo dico sempre, per me è stata proprio un'altra cosa. Scrivere per lei mi porta a pensare in maniera più melodica e quindi seguire un iter diverso rispetto a quando scrivo per i Paolo Benvegnù, perché cambia proprio il senso dei brani. Diventano quasi onomatopeici, mentre nelle mie canzoni sono sempre molto 'stretto', terreno, molto vicino a quello che davvero voglio dire. E poi mi piace sempre un casino come canta, davvero tanto. Non voglio continuare a fustigarmi, ma io ora so molto di più della vita di Sara, di come è lei come persona, rispetto a un tempo, perché è solo negli ultimi anni che abbiamo davvero cominciato a frequentarci. Ero talmente ossessionato da quello che facevamo che pur vivendo a stretto contatto era come se fossimo due estranei: infatti forse questa è stata la prima volta in cui ho davvero composto per lei.
Sara: La verità è che io ho vissuto questo progetto in un modo talmente totalizzante che quando è finito ho sentito il bisogno di andare proprio da un'altra parte, di allontanarmi da tutto quello che ero stata fino a quel momento. Mi sono completamente estraniata e nel corso degli anni ho fatto solo delle collaborazioni in dischi di altri e solo quando mi capitava di incontrare persone con cui mi trovavo bene e mi piacevano le cose che facevano. Non ho mai avuto la smania di tornare, non mi sono mai neanche considerata capace di farlo autonomamente e anche se ho avuto delle occasioni non sono mai riuscita a portarle a termine perché non mi sentivo completamente in sintonia con le persone con cui stavo lavorando. Perché io quella sintonia l'ho provata davvero solo con le cose che scrive Paolo. È una cosa unica e che non riesco neanche a spiegare bene, ma è come se le sue canzoni mi appartenessero. Sono una parte di me.
Paolo: Scusa se ti interrompo, ma stavo ripensando a come mi sono sentito la prima volta che abbiamo ricantato insieme una canzone come "Simmetrie" e il brivido che ho provato è stato indescrivibile perché non c'è niente che mi emoziona come le nostre due voci insieme.

Aspetta un secondo, e allora perché nella ristampa in vinile di “Armstrong” c'è una versione di Simmetrie completamente epurata della voce di Sara?
Paolo: Cosa?

Giuro, c'è solo la tua voce!
Bene, vuol dire che Universal ci ha consegnato un master sbagliato. Assurdo. Del resto Universal, quando Woodworm ha preso in licenza i due dischi, ci ha inviato un CD dove invece dell'album 'Rosemary Plexiglass' c'era solo il singolo. Giusto una traccia. E basta. Quindi non mi stupisco che abbiano commesso questo errore, vorrà dire che lo ristamperemo, del resto è l'ennesima dimostrazione di professionalità che hanno avuto nei nostri confronti. Si ritorna al discorso di prima, anzi è quasi bello che abbiano sbagliato pure a posteriori.



Tornando a “Mr. Newman”: come avete affrontato il lavoro in studio? L'idea che dovesse suonare il più simile possibile agli Scisma di un tempo vi ha condizionato?
Sara: No, non ci abbiamo proprio pensato. Non abbiamo pensato a niente. Ci siamo solo ritrovati.
Paolo: Il bello di questa band è che non importa cosa facciamo, in che parte del mondo siamo sparsi, da quanto non ci vediamo, ma se ci metti tutti insieme in una stanza scatta di nuovo subito la magia. È proprio una questione di energia o se proprio vogliamo metterla dal punto di vista sonoro è la sua voce che è questa cosa qui, e che quando interagisce con la mia dà vita a una miscela unica. Perdonami il paragone blasfemo, ma lo dico solo per rendere più comprensibile il mio discorso: è come quando Paul McCartney doppia le sue voci all'unisono, o John Lennon con lo slapback. Tu le senti e li riconosci immediatamente, ti suonano familiari. E la cosa ancora più bella è che nonostante tutti noi abbiamo fatto delle esperienze che ci hanno fatto crescere e cambiare come musicisti e come esseri umani, quando stiamo insieme è come se non fosse passato un giorno: Michela ha il suo suono, che è quello di sempre, Giorgia uguale, la chitarra di Giovanni pure. Il suono degli Scisma è tutto questo più le nostre due voci. Non c'è Danilo Gallo alla batteria, che ora fa il ristoratore a Panama, ma sono rimasto stupito dal modo in cui Beppe Mondini si è integrato senza mai cercare di emularlo e contribuendo alle canzoni esattamente come tutti gli altri, come se suonasse da tempo con noi.

Le canzoni sono tutte nuove o c'è qualcosa che vi portavate dietro da prima?
Paolo: No no, tutte nuove. Anzi, la cosa divertente per me è che rispetto al passato è avvenuto tutto in maniera super veloce. Ci siamo parlati, abbiamo deciso di fare questa cosa, e pochi giorni dopo ero già lì che proponevo idee, le facevo sentire a loro, ognuno aggiungeva qualcosa e così via. Paradossalmente è stato più difficile ritrovarsi tutti insieme per registrarle e incastrare le esigenze di vita diverse che abbiamo ora.
Sara: Abitiamo tutti in posti diversi.
Paolo: Però poi a fare il disco siamo stati ancora più veloci. Ci abbiamo messo solo sei giorni. Per gli Scisma di un tempo sarebbe stato impensabile, e questo l'ho vissuto come un grandissimo passo in avanti perché vuol dire che abbiamo imparato a convivere ognuno con la presenza dell'altro anche nell'assenza, cosa che invece in passato, anche se non ce lo siamo mai detti, spesso era stato un problema. Sarà che ci stavamo ancora formando, mentre adesso siamo tutti più sicuri di quello che è il nostro ruolo all'interno della band. E io non smetterò mai di ringraziarli per avermi ridato l'opportunità di tornare a suonare insieme. Li ringrazio ogni volta che facciamo le prove, giuro!

All'inizio di questa chiacchierata avete detto che questa reunion l'avete vissuta come la possibilità di riscrivere il finale. Quindi questo è il finale, siete sicuri? Finisce qua?
Sara: Abbiamo vissuto questa cosa in maniera molto molto istintiva, affrontandola come se dovessimo farla ora o mai più. Anche perché non è facile incastrare gli Scisma in quelle che sono le nostre vite di adesso e tutti gli impegni che abbiamo nel quotidiano e le scelte che abbiamo compiuto come individui. Volevamo tornare insieme, ci faceva piacere farlo, e l'abbiamo fatto così, di getto. Al futuro non pensiamo, quello che sarà sarà.
Paolo: Finalmente gli Scisma, un gruppo ultra-progettuale, non hanno progetti ed è fantastico, secondo me. Non trovi che sia un passo in avanti?
Sara: È proprio diametralmente opposto a quello che eravamo una volta. Ora siamo più sereni.
Paolo: Non è solo serenità, ma anche attitudine, nel senso che poi crescendo si capiscono tante cose e ti rendi conto che più fai calcoli e più finisce che le robe ti scappano di mano. Con gli Scisma ho scoperto una leggerezza che non credevo di avere e che non ho quando devo lavorare ai miei dischi. In quel caso avverto sempre un po' di pressione, mentre qui tutto ha fatto il suo corso in maniera molto naturale.

Ma perché Paolo Benvegnù è il tuo lavoro, la tua vita, gli Scisma non saranno mai più il lavoro di nessuno di voi...
Sara: Non sono un lavoro, sono un piacere.
Paolo: Sono talmente un piacere che potevamo anche solo fare le prove, senza nessun concerto, e sarebbe stato appagante nello stesso modo. Anche perché salire su un palco è sempre sbalestrante, ma farlo con loro per me lo è all'ennesima potenza. Non pensavo sarebbe mai più successo e già solo questo è una botta di adrenalina pazzesca.
Sara: Non lo stiamo facendo per nessun altro motivo se non per noi stessi. E lo so che sembrerà egoista, ma è così.
Paolo: Già, solo per noi. Anche se qualcuno ha scritto che lo stiamo facendo chiaramente solo per i soldi.

Ma come per soldi, ma se fate solo tre concerti in club da cinquecento persone!
Paolo: Ma come, non te l'hanno detto che ci pagano in diamanti?

Tag: reunion

Commenti (13)

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  • Sasà Costantino 16/10/2015 ore 23:08 @nosasotto

    Che meraviglie!

  • Salvatore La Porta 17/10/2015 ore 10:31 @sa.laporta

    Commovente, intenso, leggero, poetico, magnifico. Il concerto di ieri sera è stato tutto questo e molto altro... La voce di Sara è di un altro pianeta e intrecciata a quello di Paolo ti porta altrove, in una dimensione perfetta.
    Aspettavo anch'io questo momento da 15 anni ed è stato una magia.
    Grazie, ragazzi!

  • Pivirama 19/10/2015 ore 17:26 @pivirama

    anche x me, gruppo preferito di quel periodo. il loro ritorno mi emoziona.
    Scisma, siete bellissimi!

  • Giulio Belzer 21/10/2015 ore 15:20 @belzer_g

    Ho ancora nelle orecchie le note di venerdì sera, uno dei concerti più belli mai visti, anche perchè raro e prezioso. Hanno suonato stupendamente, la scaletta era perfetta. Sembrava passato pochissimo tempo dal concerto di Via Asiago, e allo stesso tempo si sentivano gli anni passati e la maturità acquisita. Un'atmosfera bellissima, tutti sorridevano. Appunto, un concerto raro. Però ne voglio ancora.

  • Giulio Belzer 21/10/2015 ore 15:20 @belzer_g

    Ho ancora nelle orecchie le note di venerdì sera, uno dei concerti più belli mai visti, anche perchè raro e prezioso. Hanno suonato stupendamente, la scaletta era perfetta. Sembrava passato pochissimo tempo dal concerto di Via Asiago, e allo stesso tempo si sentivano gli anni passati e la maturità acquisita. Un'atmosfera bellissima, tutti sorridevano. Appunto, un concerto raro. Però ne voglio ancora.

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